Stefano Rodotà

Penso sia opinione condivisa che il modo più corretto di guardare al diritto al cibo – e alle sue molteplici declinazioni come diritto a un’alimentazione sana, sicura e adeguata – è di considerarlo un elemento fondamentale della cittadinanza globale, intesa come un insieme di diritti che accompagnano le persone ovunque esse siano. Questo approccio è confermato dal lungo cammino del diritto al cibo a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, fino ai documenti più recenti, come il decreto brasiliano sulle politiche per la sicurezza alimentare e la nutrizione (25 agosto 2010) e la nuova Costituzione kenyana (27 agosto 2010); una riforma ancora più considerevole della Costituzione indiana sarà inoltre approvata di qui a breve. Questo dimostra un passaggio dall’approccio verticistico della battaglia contro la fame nel mondo a un approccio orizzontale, in cui i paesi interessati divengono protagonisti attivi. Siamo di fronte a una vera e propria costituzionalizzazione diffusa di tale diritto, che corrisponde alla più generale costituzionalizzazione della persona, punto di riferimento dei più recenti sviluppi del diritto.

Per comprendere meglio questo approccio vorrei fare due osservazioni di carattere generale. In primo luogo il diritto al cibo può essere, ed è stato classificato, come uno dei nuovi diritti, in quanto facente parte della quarta o quinta generazione di diritti. Ma l’espressione «nuovi diritti» può dar luogo a una pericolosa ambiguità. Crea la sensata impressione che i diritti si rinnovino costantemente per soddisfare una realtà che si modifica di continuo. Al tempo stesso, tuttavia, lascia intravedere anche una contrapposizione tra diritti nuovi e vecchi, come se il tempo dovesse consumare quelli più remoti, lasciando il campo a un prodotto migliore, più aggiornato e scintillante. Si parla di «generazioni» di diritti, e questa terminologia, identica a quella in uso nel mondo dei computer, potrebbe suggerire che ogni nuova generazione di strumenti si sostituisca alla precedente e la condanni all’obsolescenza e all’abbandono definitivo.

Ma l’esperienza storica, tradottasi in documenti internazionali di grande rilevanza come la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, evidenzia un punto di vista differente, sottolineando l’inscindibilità dei diritti, e quindi un processo di accumulazione e integrazione, non di sostituzione. Di conseguenza, quando si considerano i diritti che riguardano più direttamente la persona, i suoi valori e interessi, è necessario ricostruire e interpretare tutto l’insieme dei diritti riconosciuti, anche per impedire che alcuni di essi possano essere presentati e trattati come meno importanti ed effettivi rispetto ad altri. Nel caso specifico, il diritto al cibo, e più precisamente alla sicurezza alimentare, obbliga a un approccio nuovo, a una riconsiderazione delle tre categorie fondamentali del pensiero politico, etico e giuridico – la libertà, la dignità, l’eguaglianza – e dello stesso diritto alla vita, la cui dimensione sociale si comprende ancora meglio proprio attraverso l’approccio del diritto al cibo.

Più in generale, ed è questa la seconda osservazione, va rilevato che oggi, in una dimensione globale in cui il concetto di sovranità spesso scompare e si manifestano poteri incontrollabili, sono proprio i diritti fondamentali a rappresentare il solo contrappeso valido e l’unico strumento nelle mani dei cittadini. Nell’era della cosiddetta «fine delle ideologie», con l’apertura a una logica unica e forte, quella del mercato, la proiezione dei diritti fondamentali su scala mondiale rende evidente che esiste un’altra maniera per entrare a far parte di un mondo in continuo mutamento. È significativo che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sia stata concepita proprio come uno strumento indispensabile per passare dalla costruzione dell’Europa soltanto attraverso il mercato, a un’Europa fondata sui diritti umani, dando così all’Unione europea una nuova legittimazione, più forte e adeguata.

In questa prospettiva, la progressiva specificazione del significato e dei limiti del diritto al cibo assume una particolare rilevanza. Al suo esordio, nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il diritto all’alimentazione era considerato come uno degli elementi del più generale diritto a un tenore di vita adeguato. Poi, e in particolare nell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, è stato meglio definito come diritto a un’alimentazione «adeguata» e ha raggiunto un primo livello di autonomia con la stringata definizione «diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame». Non è possibile qui seguire passo dopo passo l’evoluzione successiva; essa ha dato vita a un più esteso diritto, la cui complessità comprende l’esistenza di ogni individuo nella sua interezza, e che diventa precondizione della democrazia stessa. Insomma, il diritto alla sicurezza alimentare deve essere considerato un elemento chiave per comprendere la reale situazione di una società.

Ciò nonostante, in questa fase della sua evoluzione, il diritto al cibo, soprattutto nella sua forma di diritto alla sicurezza alimentare, risente della difficoltà a rendere effettivi a livello mondiale tutti i diritti fondamentali. I tentativi di associare la dimensione globale dei diritti fondamentali a istituzioni specifiche hanno reso possibile la creazione di molteplici «costituzioni civili», come è stato rilevato da Gunther Teubner1, legate a dinamiche sociali ed economiche piuttosto che all’esercizio di poteri politici e costituzionali. Tuttavia questi tentativi sono stati criticati da chi ritiene che porterebbero a un mondo privo di un centro, caratterizzato da un «neomedievalismo istituzionale»2, precludendo così il costituirsi di garanzie comuni, e sono stati accolti con scetticismo da una cultura giuridica che ritiene che i diritti non possano trovare applicazione efficace in una dimensione globale.

Ma questa tesi è stata in parte confutata dal progressivo costituirsi di una «comunità globale di tribunali» per la tutela dei diritti. E noi siamo sempre più consapevoli del fatto che la realizzazione di una tutela effettiva dei diritti non è più appannaggio esclusivo dei tradizionali procedimenti giudiziari; che può essere messa in atto con iniziative promosse dalla società civile, le quali, avendo come punto di riferimento i documenti internazionali, possono tradurre in pratica quelle garanzie. Per esempio, quando si diffuse la notizia di alcune multinazionali che facevano cucire scarpe e palloni da calcio a bambini indiani e pakistani, i gruppi per i diritti civili minacciarono il boicottaggio se le aziende non avessero cessato di servirsi del lavoro minorile. Riuscirono nel loro intento per una serie di ragioni, ma nel nostro caso è opportuno sottolineare che sono stati strumenti diversi rispetto a quelli propri dei meccanismi giuridici tradizionali, come il ricorso a un’azione legale, ad assicurare l’effettività dei diritti dei bambini. La stessa logica potrebbe presentarsi nell’ambito dell’alimentazione, dove le pressioni da parte della società civile e l’azione diretta dei cittadini stessi, facendo appello ai diritti fondamentali, possono produrre un modello di diritto informale ma efficace, affinché il diritto al cibo sia preso in seria considerazione.

Il caso appena menzionato dimostra che bisogna andare oltre la tradizionale distinzione fra documenti legalmente vincolanti e non vincolanti e solleva la questione delle strategie da mettere in atto per rendere effettivo l’accesso al cibo, che è poi il problema centrale della sicurezza alimentare. A questo punto vorrei segnalare molto brevemente cinque punti importanti del dibattito attuale.

– L’«accesso» è un concetto chiave nel dibattito giuridico contemporaneo. L’accesso alla conoscenza, ai dati personali, alla salute sono ampiamente riconosciuti come diritti fondamentali della persona. Non condivido l’approccio di Jeremy Rifkin quando sostiene che l’accesso rende irrilevante il riferimento alla proprietà3, perché la proprietà privata è ancora uno dei principali ostacoli per l’accesso delle persone al cibo, come evidenziato, per esempio, dai brevetti nel settore agricolo. E noi tutti sappiamo che l’accesso al cibo si traduce prima di tutto in un obbligo che gli organismi pubblici devono rispettare per rendere effettivo il diritto alla sicurezza alimentare, superando le barriere imposte dall’individualismo proprietario e l’idea correlata secondo la quale il mercato rappresenta ancora lo strumento migliore per rendere effettivo il diritto all’alimentazione.

– Come si può fare in modo che le risorse per l’accesso al cibo siano alla portata di tutti? Esistono diverse strategie. Consideriamo, per esempio, l’acqua, ora riconosciuta come un elemento essenziale del più generale diritto al cibo. In questo caso il fatto che siamo di fronte a una risorsa al tempo stesso vitale e sempre più scarsa implica che l’acqua debba essere definita come un «bene comune», pubblico e globale, rientrando così nel novero di quei beni per l’accesso ai quali non è necessario godere di risorse finanziarie, perché essi per loro stessa natura non possono essere oggetto di calcolo economico. Dunque, il primo ruolo che gli Stati devono avere è quello di selezionare quali beni siano accessibili attraverso il mercato e quali irriducibili alla logica di mercato. Ancora una volta il diritto all’alimentazione mette in risalto un più generale e ineludibile tema del nostro tempo: l’opposto della proprietà, rappresentato dai beni comuni globali.

– Ma non basta estromettere dal mercato alcuni beni. È necessaria un’ulteriore strategia, che prenda in considerazione il modo in cui viene prodotto il cibo all’interno di un’economia sovralimentata, «supercapitalistica»4, e che al contempo esprima o comunque rispetti i diritti dei produttori e quelli dei consumatori, ora uniti dall’idea di Slow Food, ponendosi come obiettivo anche la tutela della salute e dell’ambiente. Ancora una volta il diritto al cibo apre uno scenario più ampio in materia di diritti umani e comprende fra gli attori anche le future generazioni.

– L’accesso è uno strumento fondamentale per il raggiungimento di un’alimentazione adeguata. Ma, a questo punto del dibattito, è necessario soffermarsi sul riferimento all’«adeguatezza». Adeguatezza significa andare oltre l’approccio minimalista, sebbene fondamentale, della libertà dalla fame. Attraverso il diritto alla sicurezza alimentare si nutre non soltanto il corpo, ma anche la stessa dignità della persona. Ciò implica che l’adeguatezza non sia solo un concetto quantitativo, ma qualitativo. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, ha sottolineato che ogni individuo ha diritto a un’alimentazione «adeguata e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo a cui appartiene e che assicuri una vita fisica e mentale, individuale e collettiva, soddisfacente, dignitosa e libera dalla paura». Dobbiamo tener conto di questa indicazione se vogliamo costruire un mondo multiculturale. Così la sicurezza alimentare si coniuga con la dignità umana e il rispetto della diversità culturale (si vedano, ad esempio, gli articoli 1 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea); il principio di non discriminazione (articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali); il diritto al libero sviluppo della personalità (articolo 2 del Grundgesetz tedesco e della Costituzione italiana); l’ampia definizione di salute dell’Oms come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la mera assenza di malattia o infermità»: l’integrità della persona (articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali). Dunque, il diritto al cibo conferma la sua attitudine a essere punto di convergenza di princìpi giuridici fondamentali, che in esso si concretizzano, fondando così un nuovo contesto giuridico.

–  Considerato come un’interfaccia essenziale per una molteplicità di diritti fondamentali, il diritto alla sicurezza alimentare è un potente strumento contro ogni forma di riduzionismo, in particolare contro la trasformazione delle persone in consumatori passivi, o per meglio dire in persone «consumate», secondo l’analisi di Benjamin Barber sul passaggio da cittadini a clienti5. La piena attuazione del diritto al cibo è necessaria per evitare questo destino e difendere con fermezza l’integrità e l’autonomia di ogni persona.

Tutti questi argomenti confermano l’assunto iniziale: il diritto a un’alimentazione – sana, sicura, adeguata – va considerato come uno dei «più fondamentali tra i diritti fondamentali». Dobbiamo essere consapevoli che soltanto la piena attuazione di questo diritto darà all’umanità la possibilità di lottare contro il drammatico «human divide» del mondo contemporaneo, che sfida non solo l’eguaglianza tra le persone, ma la loro dignità e la vita stessa.

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco

  1. G. Teubner, Constitutionalising Polycontexturality, in «Social and Legal Studies», 2010.
  2. M. Castells, Volgere di millennio, Università Bocconi, Milano 2003.
  3. J. Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della New Economy, Mondadori, Milano 2001.
  4. R. Reich, Supercapitalismo. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia, Fazi, 2008.
  5. B. Barber, Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi, Torino 2010.

Una Risposta a Il diritto al cibo

  1. nicola manicardi ha detto:

    Trovo molto interessante l’ articolo” il diritto al cibo”.
    Bisognerebbe interrogarsi su: CHI , E, COS’ E’ IL MERCATO OGGI?
    Vi e’ una logica di mercato? Chi dirige la buona o cattiva sorte dell’ umanita’? L’ uomo ,la sua esistenza, ha un identica “collocazione”,
    “prezzo”?Cosa e’ il cibo oggi, e che ne sara’ domani? Spero si apra anche un piccolo dibattito per un fine, ed un bene comune, il CIBO.

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