Umberto Eco

È ancora materia di discussione chi siano stati i veri vincitori delle elezioni comunali, specie a Milano e Napoli. Quello che non ci si è chiesti abbastanza è chi siano gli sconfitti, perché ci si è arrestati all’evidenza più immediata, e cioè che chi ha subito la «sberla» sono stati Berlusconi e Bossi, il che è innegabile. Ma c’è qualcun altro che, se non sconfitto, dovrebbe sentirsi messo in causa dal risultato delle amministrative. Io ritengo che sia stato messo in causa, almeno come rappresentante eminente di una tendenza, Massimo D’Alema.

È indiscutibile che terremoti elettorali come quelli scatenati da Pisapia o De Magistris non avrebbero potuto verificarsi se in campo fossero scesi solo i partiti tradizionali della sinistra. Essi non si sono certamente sottratti alla battaglia, ma intorno a loro si sono formati comitati sorti quasi spontaneamente, e non solo rappresentati da giovani – anche se i giovani sono stati una delle sorprese più gradite di questa vittoria – e bastava essere in piazza del Duomo a Milano la sera del 30 maggio per avvertire questo nuovo clima. Si sono aggregati, talora in forma disorganica, varie altre rappresentanze della società, dalla sinistra radicale agli elementi della borghesia cosiddetta illuminata e talora di quel mondo politico che era stato tempo fa espressione della migliore Democrazia cristiana. Insomma, si è formato un paesaggio di difficile definizione geografica ma che, secondo le definizioni correnti, si può intendere come espressione della società civile – che in un momento di urgenza si è riconosciuta come comitato di salute pubblica, superando molte differenze di linea «partitica».

Non è la prima volta che un risultato elettorale favorevole alle sinistre viene attribuito alla mobilitazione spontanea della società civile. Il caso più macroscopico è stata la prima vittoria di Prodi (e dell’Ulivo) nel 1996.

Ebbene, che cosa ha fatto seguito a questa vittoria? Non molti mesi dopo (nel marzo 1997) convenivano nel castello di Gargonza quasi tutti gli esponenti del mondo politico che si era riconosciuto nell’Ulivo, e molti rappresentanti appunto della società civile che in qualche modo avevano contribuito a quella vittoria, per confrontarsi e discutere lo stato delle cose ed eventuali prospettive per il futuro. E in quella occasione Massimo D’Alema aveva rivolto un monito severo alla società civile, che è efficacemente riassunto nel brano che riporto:

“Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il «comitato» è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica… e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario. Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è neanche un grande obiettivo di modernità.”

Qualcuno aveva obiettato allora che, se a vittoria elettorale avvenuta si disconosceva l’apporto della società civile che si era mobilitata con tanto entusiasmo, non si poteva sperare che ai prossimi appuntamenti elettorali quella la stessa società si sarebbe ancora mossa. Il che grosso modo è avvenuto, e il fatto che viviamo da tempo in regime berlusconiano lo prova.

Cosa c’era di sbagliato nella posizione di D’Alema? Inspiegabilmente, per un personaggio della sua innegabile intelligenza politica, la credenza che un appello alla società civile significasse un appello all’assemblearismo sessantottesco e quindi a una deriva extraparlamentare, oppure a una forma di berlusconismo. Ma il berlusconismo è stato l’opposto di una mobilitazione della società civile, perché non era nato dallo spontaneo aggregarsi di gruppi diversi, ma dalla decisione verticistica di qualcuno che, per così dire, avendone le possibilità economiche, si era «comperato» un partito tagliato sulla sua misura. E per quanto riguarda la minaccia di assemblearismo, pare evidente che, quando si mobilita, la società civile non chiede che sia dato il potere «alle cuoche», ma si aggrega per rappresentanze professionali, circoli culturali, gruppi di volontariato, e soprattutto non pensa affatto di opporsi ai partiti politici. E dunque D‘Alema incorreva in un equivoco (e forse qualche intervento in quel convegno, e la proposta di un Movimento per l’Ulivo lo aveva indotto a quei sospetti) quando denunciava come «superficiale e infondata» l’idea «che il soggetto politico possa diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti». Non risulta che quando si è espressa la società civile si sia proposta di sostituire i partiti (non ne avrebbe né le capacità organizzative né l’omogeneità ideologica). Al massimo la società civile chiede che i partiti sappiano rinnovarsi e ne sollecita anzi l’adesione alle sue proposte, intende stimolarli, ricondurli a un contatto diretto con le aspirazioni di vari ceti sociali. Il che è avvenuto in queste elezioni amministrative. E in queste elezioni amministrative i partiti politici hanno dato prova di comprendere l’appello.

Quale rimane dunque la funzione, certamente insostituibile, dei partiti e della «politica» nel momento in cui si dà voce a elementi non professionalmente politici? Non solo quella di interrogare e comprendere le pulsioni, le idee, le aspirazioni che animano la società civile, ma di garantire la continuità di queste espressioni, perché certamente la società civile può aggregarsi e disgregarsi a seconda della situazione di un paese, può mobilitarsi in casi di estrema urgenza (come è avvenuto) ma disperdersi o impigrirsi nel momento successivo. Ed ecco che i partiti devono sentire non solo il dovere di rispondere alle sollecitazioni della società civile, ma anche quello di sollecitare queste sollecitazioni. Per poi ovviamente incanalarle nelle forme parlamentari e governative l’accesso alle quali non può che avvenire tramite i partiti.

Ma evidentemente l’altezzoso monito di Gargonza (facilmente traducibile in termini farseschi nel classico «ragazzino, lasciami lavorare») ha immediatamente rotto il legame che si era instaurato nel 1996 tra mondo politico e società civile. Il legame si sta riannodando ora, per fortuna, ma a quindici anni distanza. Si auspica che non vadano sprecati i prossimi quindici.

2 Risposte a Ricordando Gargonza

  1. Ennio Abate ha detto:

    Sig. Eco,
    vede…“il baffetto” sa il fatto suo. È della vecchia scuola: sa che «al villano se gli dai un dito si prende tutta la mano». E quello che Lei definisce troppo eufemisticamente un «monito severo»
    è, invece, proprio il classico (e arrogante) «ragazzino, lasciami lavorare».
    Crede che «il legame si sta riannodando ora, per fortuna, ma a quindici anni distanza»?
    Faccio una scommessa: se io e lei camperemo ancora altri 15 anni e se D’Alema e affini continueranno a comandare, sono certo che nessun legame si riannoderà;e si avranno solo altri “echi” a nuovi Gargonza di questo suo appello (vano). Allora, c’incontreremo e Lei mi dovrà dare ragione e mi offrirà un caffè, solo un caffè.

  2. livio zefelippo ha detto:

    Alla compagnia…
    I partiti non dovevano essere in primis le avanguardie dei movimenti popolari e delle classi sociali di un paese democratico? e non dovevano essere poi i garanti nelle loro rappresentanze nelle istituzioni e salvaguardare le istanze dei cittadini dediti al diritto dovere del voto ?
    Travolta la vecchia nomenclatura e passati dalla prima Repubblica ed al nuovo millennio che apre i popoli ad una fratellanza di intenti nel rispetto della vita sociale di tutte le regioni planetarie non dovevano i partiti fondersi nella comune ricerca di una umanità globale? i partiti d’Europa, i governi globali, una economia mondiale… sembrano i presupposti del prossimo scenario fantasy: qualcuno parlò nel nostro “stagno” di esercito del bene contro l’esercito del male, di libertà più mediatica che reale forse, ma in questo quarto libro del signore degli anelli che tutti gli altri a se lega quale funzione hanno i partiti se non la partenza stessa alla ricerca della società civile tanto lontana da loro ?

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