Achille Bonito Oliva

1957, arriva a Roma e si mette in silenzio ad abitarla.

Presenta i suoi segni con discrezione e distacco come non fossero suoi. E subito riceve i consensi di un ambiente che ne percepisce la novità di impianto. Cy Twombly, americano della Virginia, arriva in Italia lasciandosi alle spalle la situazione ormai matura dell’action painting. Una pittura che cercava di esorcizzare l’esterno attraverso l’attuazione di un gesto vitalizzante, che si accampava perentoriamente nello spazio estetico. E il gesto era assoluto, inglobava la presentività di sé e la necessità di una regressione alla felicità della matrice.

Ma a Twombly più del gesto interessa il gusto del gesto. Egli ne assume non la violenza ma la possibilità formale dell’evidenziamento. Così dispone i suoi segni con chiara reticenza ad attraversare la distanza che lo separa dalla superficie del quadro. E la superficie non è una porzione attiva di spazio, non ha la capacità autonoma di proporsi oltre la propria bidimensione. Per questo, i segni non si pongono come occlusione di uno spazio che tenda all’estroversione, ma si situano d’incontro sul supporto.

Un supporto ben saldo su se stesso, che non sprofonda all’interno di illusionismi prospettici, poiché la mentalità sottesa è una concezione nominalistica dell’arte, tendente a configurare l’operazione estetica come sistema chiuso nella propria qualità formale.

A Twombly interessa il proprio universo, paesaggio di segni che si dispone in maniera evidenziata a proporre la poetica della “stanza e sua trasgressione”. Egli infatti parte dalla consapevolezza che l’arte non intacca lo spessore del reale, nemmeno attraverso una diretta rappresentazione, che il gesto non si autorappresenta ma agisce per interposta persona attraverso la qualità evocatrice del segno su una porzione dura di spazio. Il mondo, ormai si sa, è la totalità dei fatti, la pittura è dunque la totalità dei segni. Segni che già conoscono lo scacco dell’assoluto e l’ostentata reticenza di darsi un peso specifico, per trasgredire la superficie totalmente dipinta.

Poiché la superficie è il mondo, il mondo non può essere coperto completamente dalla forma. E lo sfondo non resta paesaggio inerte, contenitore dei segni protagonisti, ma si pone a superare la sudditanza gerarchica rispetto al primo piano, per darsi direttamente col resto in compenetrazione alla vita.

Così appaiono le due polarità esistenziali: la coazione a segnare e l’inibizione a ripetere. La spinta vitale propone l’uscita del gesto dall’immobilità silenziosa dell’uomo, consapevole d’agire secondo un catalogo rituale già precisato. Malgrado ciò questi non può non accettare la contraddizione della propria presenza individuale e compie il gesto dell’azione, del fuori da sé. I segni si dipanano e volano lontano a distanziarsi su una superficie motivata, a presentificare l’istante del gesto e l’energia formale che circola all’interno del loro reticolo.

I segni disposti e caduti si costituiscono come illazioni irragionevoli di una presenza, che non può accettare lo scacco finale dello spossessamento della realtà. E la realtà infatti non si lascia possedere e Cy lo sa, da questo discende il successivo ripiegamento sul sentimento di impotenza, che sembra necessariamente accompagnare l’esistenza. Ed il segno è come un improvviso scarto dalla posizione d’inerzia, ognuno all’interno conserva il doppio momento dell’esibizione automatica e dell’immediata reticenza. Una stessa connotazione possiede lo stato infantile del bambino, il quale tende immediatamente a costituire come mondo attivo le proprie spinte, in contrasto con la rigidità della mentalità adulta. Il bambino realizza una dimensione di sé permanentemente verticale, di continua ricerca e superamento. L’adulto gli oppone i freni inibitori di una dimensione mentale ormai acquisita e assolutamente orizzontale.

Da questo scontro nasce l’azione contraddittoria del bambino che subisce la spinta di costituire il proprio spazio animale e l’azione che vuole incanalarlo in una situazione chiusa e cristallizzata. Twombly sa bene che è possibile ancora un gesto estetico, soltanto con un preciso scarto all’indietro, col recupero di una falsa originarietà, che permetta di tendere il segno fuori di sé. E Cy allora assume la mano asintattica e lancia i propri segni sulla parete della stanza di bambino. Una stanza che non rimbomba di echi, ma si propone subito come procedimento: così le spinte ad agire rifluiscono, malgrado il mondo, e si manifestano attraverso la coscienza infelice dei segni.

Questi velocemente trasgrediscono il bianco della parete per porsi come evidenza di uno stato di colpa, che si manifesta in alcuni punti come reticenza a segnare ed in altri come successivo tentativo di cancellazione. La strategia finalmente è stata trovata: un improvviso disegni si dispone sulla superficie. L’artista compie questi gesti, sia di assaggio che di ripetizione, quasi a volo per non rimanere legato al reticolo formato.

Spesso sembra quasi che Twombly sia sceso a volo radente sulla superficie-parete-stanza, passando dall’alto abbia riproposto il gesto dell’annuncio di sé e della propria espiazione. Perché egli sa che l’annuncio equivale alla caduta e che dunque una squisita reticenza lo può salvare dalla disperazione totale ed immetterlo invece in un probabile rapporto col mondo. Sceglie la tattica delle piccole cadute e tende inoltre a mostrare come “il sé” e il “mondo” possono ricevere un istantaneo evidenziamento.

Alla fine anche la superficie, nei punti non segnati, si visualizza come reticenza sublimata-manifestata e acquista l’importanza di svelamento della situazione per l’uomo. Un uomo che crede alla forza delle forme coniugate, consapevole che per lui non è più possibile risalire alla felicità della matrice se non come processualità. Così la disposizione rada dei segni diventa una filosofia del segno. Cy Twombly ne ricava una “melanconia artifìcialis” che serve a proporre un immediato distanziamento dei segni tracciati. E la tensione trasparente del loro riconoscimento ripropone la condizione dell’uomo, il quale tende a permanere come un’eco oltre il proprio “sé” corporale.

Cy Twombly (nato a Lexington, Virginia, il 25 aprile 1928) è morto a Roma il 5 luglio corrente anno. Sempre in silenzio.

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