La relazione tra realtà digitale e realtà concreta si basa sulla finzione

Ivan Mosca

Internet è stato oggetto di un’utopia ed oggi si risveglia nella realtà. La differenza tra realtà ed utopia sta nella differenza tra pensiero e azione: finché nessuno lo usava, internet era un sogno in cui l’individuo e la collettività avrebbero potuto convivere sullo stesso piano. Da quando invece la rete unisce le persone per davvero ecco che cambiano gli assetti tra il sé e la rete, come mostrano prototipi e stereotipi della storia recente del web.

Da quando «l’età dell’accesso» è diventata un fatto e non una categoria le utopie della rete e della «singolarità» hanno iniziato a colorarsi di grigio. A fronte di entusiastiche aspettative che vedevano nel web l’infrastruttura per un socialismo digitale (aspettative che i guru di Wired continuano anacronisticamente ad alimentare), ci si è trovati a constatare che l’economia a base distribuita del Nasdaq non modifica gli assetti di potere, l’accesso ai beni o ai servizi, né la ripartizione della ricchezza. I «lavoratori della conoscenza» di cui parlava l’economista Drucker né la «classe creativa» dello storico Florida hanno potuto impedire la formazione del «reputation capital» che lega il potere economico all’opinione delle masse in modo simile a quanto avviene nelle borse valori. Proprio le borse valori che dall’Ottocento ad oggi hanno reso il mercato di domanda ad offerta la struttura fondamentale dell’economia sono per Barabasi il sostrato economico dell’economia digitale, che pertanto non è un ambiente democratico, orizzontale ed egualitario, allo stesso modo di come non lo è l’economia reale. La convergenza di economia reale ed economia virtuale (nell’accezione peggiore che il termine possa avere) si scoperchia di tanto in tanto, come nella crisi del 2008 scoppiata a seguito del crollo del sistema delle promesse di pagamento. L’economista De Soto fa notare che proprio il crescente peso della coppia debito/credito nei conti delle banche e delle tesorerie degli stati nazionali mostra come i documenti siano alla base del modello capitalistico: il web ospita un enorme catalogo di documenti (secondo il filosofo Maurizio Ferraris la «documentalità» è la sua stessa essenza) che pertanto non può che favorire il sistema economico basato sulle iscrizioni, di certo non contrastarlo.

Sempre più voci contestano all’utopia di internet di essersi tramutata (come ogni utopia) in un totalitarismo che, al posto dei tradizionali media, utilizza invece quel grande apparato che Castells definisce «autocomunicazione di massa». Per capire in che senso l’autocomunicazione di massa è un aspetto totalitaristico di internet bisogna chiarire che gli assi politici più importanti della società odierna sono pubblico/privato, legale/illegale e dovere/piacere. La definizione di Hanna Arendt di totalitarismo poggia sulla fusione degli estremi di questi assi, laddove invece la democrazia necessita di tenerli separati. Internet e in particolar modo i social network spingono verso la sovrapposizione di ognuna di queste coppie di assi interpretativi: si va dall’indifferenziazione di commento privato e discussione pubblica alla recente fobia di «non poter uscire» dalla rete o anche solo da Facebook. Il che è un consistente mutamento nell’immaginario che fino a poco tempo fa considerava il cyberspazio come una sorta di «no man’s land» oltre i confini della società reale. Il «villaggio globale» si ritrova così ad essere più simile a un villaggio dove nessuno ha un privato piuttosto che a una megalopoli dove l’individuo-massa non ha identità. Il singolo individuo torna così dopo oltre un secolo sulla scena della società, a suo discapito.

Non che le masse ci guadagnino qualcosa. Già Mandeville (vizi privati/pubbliche virtù) e Kant (obbedienza privata/libera ragione pubblica) avevano a loro tempo chiarito che la società democratica fondata sull’essoterismo della conoscenza illuminista doveva calare una cortina di ignoto sulle vite individuali. In questo modo sarebbe stato possibile assicurare da una parte una serie di libertà individuali e dall’altra un livello pubblico aderente ad una trasparente isonomia socratica. Nonostante il nuovo modello politico si diffondesse a macchia d’olio (e spesso di sangue) in tutta Europa, i residui dell’ancien regime comportarono forti resistenze al modello illuministico bipartito in pubblico e privato. La democrazia fu contrastata in particolar modo dal potere della «ragion di stato» prussiana, dall’intromissione del pubblico nel privato dello «stato etico» fascista e dall’intromissione del privato nel pubblico con il dilagare del potere della «pubblica opinione» in America. In ogni caso l’illuminismo critico dei Montesquieu e dei Beccaria, che richiedeva autodeterminazione e autonomia della ragione, riuscì a svilupparsi proprio a partire dalla divisione dei poteri legislativo/esecutivo (tipicamente pubblici) e giudiziario (tipicamente privato). Non a caso il tribunale è sempre stato il bilancino della democrazia, dall’Atene antica alle nostrane toghe rosse. La divisione dei poteri ha avuto un corrispettivo culturale nella sostanziale divisione della «existenz» individuale dalla cultura collettiva del «Man» heideggeriano, il «si dice», il «si fa» come cifra della pressione collettiva sulle vite individuali.

La struttura aperta della comunicazione su internet ha favorito l’organizzazione di rivoluzioni e movimenti di protesta in varie parti del mondo, dall’Europa dell’Est (Cecenia 1999, Georgia 2003, Ucraina 2004) ai paesi mediorientali (Iran 1999, Libano 2005, Tunisia 2010, Egitto 2011, Yemen 2011, Libia 2011) ai paesi asiatici (Indonesia 1998, Filippine 2001, Azerbaigian 2004, India 2004, Kirghizistan 2005, Thailandia 2010) ai movimenti di protesta occidentali (Seattle 1999, Genova 2001, Parigi 2005, Atene 2010, Londra 2010), citando solo i movimenti che hanno intensamente sfruttato la rete a loro vantaggio. Castells ritiene che queste più o meno riuscite rivoluzioni siano «il cambiamento più importante tra quelli operati da Internet nel modificare gli assetti in tutti gli aspetti della vita, della società, dell’economia e della cultura». In ogni caso non ci si aspetti troppo: in Iran e in Cina i governi autocratici usano la rete per controllare i movimenti. In Tunisia tutte le password di Facebook sono passate in poche ore sotto il controllo del regime, che se non fosse caduto avrebbe di certo utilizzato a suo vantaggio le informazioni presenti nei profili. Evgeny Morozov ci ricorda che il carattere registrante della comunicazione online favorisce il controllo dall’alto: non solo i governi possono limitare l’accesso ad alcuni siti, ma possono perfino spegnere del tutto l’apparato organizzativo bloccando internet con un semplice click, come è successo in Egitto e in Libia all’inizio del 2011 (il caso dell’Egitto mostra però che il blocco del web non è poi così semplice da operare e soprattutto da mantenere nel tempo).

L’introduzione della peculiare sovrapposizione di pubblico e privato presente su internet induce però a pensare che più che a rivoluzioni politiche sia una rivoluzione del costume ad essere alle porte, in modo simile a quanto auspicato a suo tempo dalla scuola francofortese. Adorno e Marcuse insistevano sulla necessità di recuperare un schilleriano «soggetto totale», non scisso nella struttura bifasica e timocratica di lavoro/divertimento e dovere/piacere. In accordo a quest’utopia il continuo flow internettiano mette tutto sullo stesso piano, in un vero e proprio compimento della quotidianizzazione dell’epica e dell’addomesticamento dell’estraneo. La tendenza alla normalizzazione dello straordinario è in effetti riscontrabile nella progressiva secolarizzazione della civiltà occidentale. Il grande fratello televisivo è davvero il correlato mediatico del totalitarismo di Orwell, perché porta a compimento il passaggio dalla narrazione extraquotidiana alla narrazione quotidiana rilevabile a partire da polverosi fenomeni come l’abbandono del verso per la prosa o lo scolorimento dell’antico mito fondante nel moderno romanzo psicologico. Andando a ritroso si può scoprire che il percorso di secolarizzazione dei media è iniziato con l’introduzione della stampa giornalistica e prima ancora con l’introduzione della scrittura in sé, in quanto primo vero mezzo di comunicazione di massa. La scrittura infatti, come chiarisce Assmann nel concetto di «ipolepsi», fissa il contenuto svincolando il lettore dallo scrittore. Il web, ultimo rappresentante dell’evoluzione della scrittura, propone un modello comunicativo di massa senza il comunicatore di massa, ma questo non significa che il fattore-massa scompaia: semplicemente, si evolve.

Il prototipo classico di totalitarismo prevede una polarizzazione delle varie intenzionalità individuali in una sola intenzionalità collettiva atta a fornire un’identità unica per tutti. La comunicazione di massa del totalitarismo classico fa quindi prevalere l’asse noi/loro, mentre internet sembra esaltare l’io individualistico. Eppure l’individuo 2.0 del digitale, pur non identificandosi con un «noi», agisce istintivamente in modo simile ad ogni altro individuo con cui è collegato in rete: pertanto non è necessario educarlo o costringerlo ad agire per fargli seguire un diktat di gruppo. I consumatori del mondo digitale agiscono all’unisono senza averne coscienza, come stormi di api più che come branchi di lupi. L’individuo sembra centrale, su internet; ma è inserito in una massa di altri individui che gli impediscono di vivere isolato o scollegato da essi, secondo la metafora dello «stormo» introdotta da Bauman. Non così distante in fondo dalla metafora del «gregge» di Nietzsche, che a sua volta ricorda il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi:

«O greggia mia che posi, oh te beata / Che la miseria tua, credo, non sai! / Quanta invidia ti porto! / Non sol perché d’affanno / Quasi libera vai; / Ch’ogni stento, ogni danno / Ogni estremo timor subito scordi / Ma più perché giammai tedio non provi».

La differenza tra una pecora e un utente internet è che la pecora dimentica i suoi username e le sue password. L’utente ha un indubbio vantaggio sulla pecora, ma delle evidenti somiglianze è possibile riscontrarle. Su Facebook l’individuo esiste se il gregge dei suoi «amici» legge i suoi post; e tanto è più grande il gregge tanto più l’individuo sembra tale. Google gerarchizza i siti per il numero di link che reindirizzano ad essi, aumentando il gregge di link in link. Wikipedia espone il risultato medio di quello che Levy chiama «intelligenza collettiva» grazie ad interventi di individui su argomenti sui quali coltivano interessi di nicchia molto spesso non condivisi con altri individui. Nessuna pecora agisce in vista del bene del gregge o pensando al fatto di far parte di un gregge: ma di fatto segue il movimento del gregge.

Oggi la rete conta quasi due miliardi di utenti, è l’istituzione più vasta del mondo e della storia e si può dire che in fondo non esistono più i netizen bisognosi di una netiquette: oggi tutti i cittadini, nel bene e nel male, sono connessi e questo comporta che le strutture della cittadinanza reale si trasferiscano nel web. Grazie a Google l’editoria oggi migra sulla rete ma non cambia le sue strutture di fondo, perché la rete è ora parte del mondo sociale e non un suo doppio invertito. Con Recorded Future interi apparati di intelligence industriale portano le loro capacità di previsione dei mercati, delle geografie politiche e delle biografie individuali sugli schermi di milioni di utenti per soli centoquarantanove dollari al mese; ma questo non modifica il loro modo di operare. Wikipedia ha esteso il bacino di conoscenze disponibili ai più, ma per mantenersi necessita di denaro come ogni istituzione che concretamente deve pagare dipendenti e strutture materiali. Ed anche se ha una enkyklos paideia finalmente universale a disposizione, la maggioranza delle persone, che pure legge e si informa, non sa distinguere la lettera dallo spirito: le tracce di Wikileaks non scoprono nulla, ma documentano qualcosa che già si conosce, mettendo a disposizione del pubblico globale uno strumento che può essere seriamente utilizzato solo da un pubblico magistrato. Sebbene si faccia oggi convergere il documentare con il conoscere, le pratiche sociali e politiche non possono attendere i documenti per agire: la società funziona e si evolve estendendo le proprie pratiche e credenze ben oltre i confini del documentato. Nella fattispecie nel territorio ormai non più vergine del ciberspazio, che pure si costituisce di documenti. Documenti senza documentazione, documenti non conosciuti ma direttamente utilizzati. La performatività del linguaggio digitale soverchia di gran lunga la sua assertività.

Si può dire che la scoperta di un nuovo contesto genera la possibilità di creare di nuovi testi e nuove narrazioni. È quello che è accaduto ai coloni americani ed è quello che è accaduto ai coloni del ciberspazio. Il testo nuovo, la nuova cultura sviluppata su internet, ha riguardato nuovi modelli di relazione e nuove organizzazioni comunicative, nuovi sogni e nuove gerarchie. Tutta questa novità non è però sorta ex nihilo, ma su precise caratteristiche strutturali del nuovo contesto. A sua volta un contesto nuovo, con le sue caratteristiche, permette soltanto lo sviluppo di testi che si adattino alle condizioni ambientali offerte, castrando quindi la possibilità ad altri testi di svilupparsi. Quando si presenta un contesto nuovo tutti i testi castrati da quello vecchio si riversano in quello nuovo, cercando in qualche modo di svilupparsi. Ma non tutti i testi riescono in questa impresa.

Con l’introduzione di un nuovo contesto non sono solo i testi a smuovere le acque: i contesti stessi agiscono a loro volta uno sull’altro. Accade così che il contesto sociale reale, con le sue strutture millenarie, dopo un breve ed iniziale periodo di osservazione, vada a colonizzare il nuovo cybercontesto. I testi castrati dal contesto reale, che avevano creduto di potersi finalmente realizzare appieno nel nuovo cybercontesto, vengono così a sentirsi delusi dalla fusione di realtà sociale e cyberealtà sociale. Ma quali sono i testi che, castrati dal contesto reale, hanno creduto di potersi liberamente sviluppare nel nuovo cybercontesto?

Per scoprirlo basta guardare a tutto ciò che, pur presente nei desideri, non è permesso nel mondo reale. Immortalità, immoralità e moralità inappagata sono le tre dimensioni che, su tutte, hanno prevalso nel desiderio collettivo dei pionieri della rete. Attraverso il web si è pensato di poter accedere a una dimensione della vita scevra dai limiti fisici (immortalità, onnipotenza) e da quelli sociali (immoralità – per coloro che vivono in stretti confini deontici, oppure moralità – per coloro che sentono frustrate le proprie aspirazioni etiche). La cyberealtà sociale è così sembrata essere una sorta di surrealtà sociale, un luogo dove realizzare ciò che altrove non era possibile fare. Insomma, un luogo fittizio. Ma perché? Quali caratteristiche ha il cybercontesto per accogliere questo genere di aspirazioni?

In primo luogo è un contesto nuovo, un nuovo territorio da poter colonizzare senza dover far fronte ai lacci e lacciuoli che vincolano l’agire sociale del soggetto. Non essendoci leggi (si può dire che internet, con la sua sola esistenza, abbia cancellato nei suoi territori leggi secolari come quella del copyright) e non essendoci tradizioni, sembrerebbe che sia possibile comportarsi in ogni modo pensabile. È questo un sentimento simile a quello che devono aver provato i coloni di ogni luogo ed epoca. Si pensi ai pionieri e a come veniva vista la wilderness della frontiera americana: un luogo privo di leggi dove era possibile rifondare la società da zero. Come se la vecchia Europa stesse a guardare. E come se la vecchia Europa non fosse stata fondata da zero, a suo tempo.

L’immaginario degli internauti di fine secolo vedeva nel nuovo cybercontinente la possibilità di fare cosa si vuole ed essere chi si vuole. Questa surrealtà ha portato coloro che esploravano la rete negli anni Novanta a darsi nomi di fantasia (si pensi allo pseudonimo ed al nickname, ma anche ai vari fake, troll, lurker..) e ad assumere ruoli e identità inusitate, vietate o semplicemente altre. Come scriveva Rimbaud:

«Car Je est un autre.

Si le cuivre s’éveille clairon,

il n’y a rien de sa faute»

«Io è un altro», su internet. Un altro, ma chi?

Nel web dei nodi relazionali l’individuo diventa di volta in volta ciò che vorrebbe essere, ciò che potrebbe essere, ciò che si trova ad essere. Mai ciò che è. La caratteristica della rete che gli permette tutto questo è l’anonimato, la frammentazione delle cyberesperienze in relazioni monadiche che, in quanto separate dal resto delle normali relazioni, permettono l’esplorazione di ogni qualia comunicativo immaginabile. Si è partiti dalle bbs, proseguendo con i mud a registrazione e continua con le chat pubbliche per finire nei social network. Così come l’identità privata, dalla surreale, fittizia ed effimera entità del nickname, ridiventa reale con i social network del web 2.0, ecco che il vecchio continente del tempo reale colonizza sempre più, con i suoi meccanismi classici, il tempo eterno del mondo virtuale. Proprio il web 2.0 traccia la strada dell’entrata dell’utenza reale nel mondo elettronico fino ad allora utilizzato ma non davvero vissuto, un mondo virtuale in quanto fittizio. Oggi non si parla più di virtual reality alla Bruce Sterling o William Gibson (che sono, lo si noti, autori di romanzi e saggi di fantascienza) quanto di augmented reality: la Kinect ed il cloud computing circondano la vita reale del soggetto, estendendone le desuete apps biologiche senza sostituirle del tutto. I milioni di utenti reali del web 2.0, a differenza degli occhialuti nerd arricchiti a suon di stock option delle (poche) startup tecnologiche di successo, si sono chiesti perché doversi liberare di una realtà che tutto sommato qualcosa di buono ai loro occhi ce l’aveva ancora.

Verso la fine degli anni Novanta i portali generici, spesso gestiti da provider, sembravano l’unico modo per non perdersi nella rete e rimanere isolati nella propria casella di posta in mezzo al mare di milioni di nuovi siti che nascevano ogni giorno. In quel apparentemente momento disperato intervennero i nuovi motori di ricerca a segnare il passo e indicare la via. Con l’introduzione di Google tutto sembrava di nuovo alla portata dell’utente e grazie ad esso i siti tornavano accessibili liberamente e senza filtri, censure o programmazioni dall’alto. Ma non è bastato. Il gregge di barbari che ha invaso la rete ha portato con sé un retroterra culturale molto ingombrante. Per capire cosa ha trasformato la rete dal ricettacolo dei desideri all’elica dell’economia reale bisogna guardare alla relazione tra finzione e realtà sociale.

La finzione è quella dimensione dello spirito in cui il soggetto è centrale. Un certo evento è finto se coloro che ne sono coinvolti ritengono di essere la causa ed il principio vivificante dell’evento: dal loro punto di vista, senza il loro consenso l’evento non sussisterebbe. La realtà invece è l’opposto: un evento è reale se i soggetti ritengono di non poter incidere, con la semplice volontà, sulla sua esistenza. Internet ed in generale il mondo cosiddetto «virtuale» sono passati da una dimensione fittizia ad una reale nel giro di pochi anni. Il motivo ed il ritmo di questo passaggio è lo stesso che contraddistingue la crescita di una persona: si passa dal percepirsi centro del mondo al sentirsene periferia attraverso il confronto duraturo con gli altri soggetti. È l’irrimediabile caratteristica di «essere gettati» nel mondo, di «esserci» senza poterne uscire e rientrare a nostro piacimento. Il dasein digitale del web 2.0 ha chiarito che una teoria metafisica come quella di Michael Heim, secondo la quale l’oggetto virtuale sarebbe una sorta di idea platonica, un mondo doppio la cui nozione non riposa su quella di totalità bensì su quella di contestualità, non è concretamente applicabile alla realtà delle reti. Janet Murray in modo assai preciso paragonava internet al libro dell’epoca di Cervantes (l’incunabulum): una tecnologia che va espandendosi e che illude di poter creare un mondo a parte. Un mondo colonizzabile da quello reale, come la Repubblica delle Lettere settecentesca ha mostrato.

Fino a non molto tempo fa chi si occupava dell’impatto sociale delle nuove tecnologie informatiche si trovava a barcamenarsi tra due approcci contrapposti: da una parte gli entusiasti alla Kurzweil (uno dei teorici della «singolarità»), dall’altra i pessimisti che vedevano nel web il carcere delle emozioni. Oggi di questi estremismi da «isolazionismo cyberspaziale» non se ne sente davvero più parlare. Le tecnologie informatiche non sono più una novità e il mondo reale ha inglobato la breve bolla separata dei mondi virtuali. Quello che avviene su uno schermo o nei circuiti di un calcolatore è reale esattamente come quello che avviene tra le pareti di un ufficio o nelle aule di un tribunale: come scrive e come scrive Vili Lehdonvirta «virtual worlds don’t exist». In fondo non era una novità nemmeno ai tempi dei primi lavori di Sherry Turkle negli anni Ottanta o perfino in quelli di Norbert Wiener negli anni Quaranta. Ma oggi questo pensiero si accompagna oggi a una sensibilità ormai di «pubblico dominio».

La doppia caratteristica della rete, quella di essere una limitazione ed al contempo una protesi del mondo reale ha per qualche anno creato negli utenti l’illusione di essere non rintracciabili ed esenti da conseguenze. Il mondo reale ha fatto capolino in quello surreale nel momento in cui i vari oggetti e soggetti della surrealtà hanno continuato a persistere al di là della immediata volontà di rappresentazione e di potenza dell’individuo. Se un nickname rimane lo stesso per anni, non è più una maschera o una rappresentazione del soggetto, ma diventa l’identità di un individuo che non può più permettersi di fare ciò che vuole all’interno di un mondo ormai reale e assolutamente non illusorio né postmoderno. Se infine, come è accaduto con Facebook e in generale con il web 2.0, le identità fittizie divengono identiche alle loro controparti reali, mantenendo il proprio nome e iniziando a lavorare su internet, allora il cyberspazio perde il suo suffisso, venendo inglobato nello spazio concreto dei mezzi di comunicazione, lo spazio utile in cui i siti non sono isole utopiche ma semplici luoghi, uffici, «stanze di vita quotidiana». Il Papa recentemente ha invitato i giovani a non usare identità fittizie su internet, riferendosi in particolare ai social network, che invece ha benedetto come positivi strumenti di relazione. A parte il ritardo dell’analisi (su Facebook ci sono certamente profili falsi, ma non vengono usati), il Papa ha aggiunto che l’identità fittizia tende a generare mondi paralleli, il che dal punto di vista di un ortodosso realismo sarebbe interpretabile come un danno. La prospettiva etica si fonda, già Socrate ce lo ricorda, sulla persistenza del soggetto in un solo mondo, senza maschere e senza variazioni di personalità. «Io sono sempre me stesso» è l’assunto fondamentale per ogni soggetto etico che includa il giudizio deontologico su di sé (merito/colpa) nel proprio approccio. Lo slittamento da un mondo di maschere ad un mondo di volti comporta quindi precise modifiche delle strutture relazionali.

La realtà ha questo di particolare: gli oggetti persistono nel tempo e resistono ai soggetti. A loro volta i soggetti persistono e resistono agli altri soggetti. In un mondo reale pertanto le azioni hanno conseguenze e i soggetti, persistendo in un tale mondo, dipendono dalle proprie azioni, in una ragnatela di relazioni che ingabbia il soggetto in ansie da prestazione e strutture di potere. Il che significa che sul web finalmente realizzato si può proficuamente lavorare, ma non si può più liberamente immaginare o liberamente associarsi per creare strutture «democratiche» o senza gerarchia. Scaricare materiale protetto da copyright diventa dannoso per chi sul web ci lavora e per chi il web lo utilizza per lavoro. La bolla finanziaria di internet è scoppiata quando il «capitalismo cognitivo» (altrimenti detto «capitalismo informazionale») ha preso corpo e si è davvero iniziato a lavorare con la mail, il www. e il .com, scoprendo che è sono utili strumenti e che se si fa sul serio sul web valgono le stesse regole che valgono fuori dalla rete. «Io era un altro», su internet. Ora «io è io».

Il punto è che la cultura del mondo reale è strutturata in modo gerarchico, castrante e restrittivo proprio perché le persone che la costituiscono hanno gli stessi desideri immorali e le stesse aspirazioni morali degli utenti della rete. Nel momento in cui gli utenti hanno iniziato a usare internet in modo continuativo hanno scoperto il segreto che ogni avatar della divinità scopre quando si trova intrappolato nel mondo che per lui era solo fino a poco tempo prima una finzione, un Lila, un gioco: «l’esistenza è dolore». A quel punto il malcapitato, giustamente, si chiede: «perché, perché sono stato qui abbandonato?», oppure più prosaicamente: «perché non posso tornare a entrare e uscire come mi pare e piace dai mondi virtuali?», o in modo ancora più analitico: «perché, ora che sono mortalmente collegato ad essa, la rete così immateriale e veloce sembra così dannatamente reale e pesante?».

Eppure la domanda più importante, da centocinquantasei anni a questa parte, non verte tanto sul perché il mondo è come si trova ad essere (mondo virtuale, reale o sociale che sia): ma sul come cambiarlo.

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