Davide Grasso

Una narrazione influente si era diffusa negli anni Ottanta, ed era esplosa dopo la caduta del Muro di Berlino: la storia è finita, la democrazia e il dialogo prevarranno sul conflitto e il mondo si avvierà a una pace perpetua (internazionale e sociale). Era una narrazione ansiogena. Gli stati occidentali e i loro ceti intellettuali integrati, non appena trafitto il corpo decrepito di ciò che, nel gergo politico occidentale, era chiamato “comunismo” (un insieme di governi e partiti al potere nell’est europeo), già tentava di scongiurare ciò che quel nome, ben al di là di quei partiti e governi, può evocare. Un espediente retorico onnipresente, in quelle narrazioni, era il riferimento all’innovazione tecnologica come fattore di trasformazione sociale. La nuova pace perpetua, una sorta di terra promessa che il socialismo non aveva offerto, e che il capitalismo si apprestava ad offrire, era già all’opera in un mondo giovane e coraggioso, che sostituiva il mondo bipolare. Fu in questa melassa retorica che scomparve internet come elemento di un possibile studio critico, e la sua analisi storica e teorica fu in gran parte sacrificata all’urgenza dell’idealizzazione.

Oggi, di fronte al fallimento conclamato di quella promessa (tanto sotto il profilo economico quanto su quello militare) in molti scoprono i lati “oscuri” del web; eppure questo potente mezzo di registrazione e circolazione di dati non presenta lati chiari e scuri distintamente separabili, essendo piuttosto (come il mondo che lo ha generato) un giacimento di chiaroscuri politici e sociali, di cui ambiguità e tensione degli opposti sono caratteristiche irriducibili. Il web dispiega oggi, nel modo più evidente, le sue potenzialità critiche in senso pregnante: è esso stesso fattore di crisi e conflitto. Il rapporto tra web e politica si è rivelato, a ben vedere, importante, ma in una tonalità opposta a quella prevista/auspicata da chi vedeva in esso uno strumento di democrazia, intesa in senso squisitamente liberale (vale a dire conservatore). La rete è terreno dello scontro politico ai livelli più profondi, anziché territorio smaterializzato del dialogo e della conciliazione delle istanze.

La dimensione 2.0 ha accentuato e diffuso il protagonismo di massa della scrittura in rete. Ciò ha permesso alle imprese commerciali di insinuarsi con successo nelle pieghe dei desideri sociali, e di esercitare quella guerra preventiva sulle tendenze di consumo che ha rappresentato un superamento in avanti del rapporto produzione/domanda prefigurato, in un tempo che appare ora lontano, dal toyotismo. Gli stati, gli eserciti e le polizie di tutto il mondo hanno avuto la possibilità di instaurare relazioni con le proprietà dei domini più rilevanti, arrivando ad un possesso attuale o potenziale di informazioni inimmaginabile al tempo dei regimi classici dello spionaggio, i cui risultati appaiono oggi, paradossalmente, risibili. Il web non ha tuttavia permesso soltanto ai capitali e agli stati di aggredire le popolazioni, ma alle stesse popolazioni, o a loro settori, di aggredire le istituzioni. Non si tratta soltanto dei fenomeni di hackeraggio o di condivisione illegale di merci digitali: le resistenze armate alle occupazioni militari negli scenari bellici (Afghanistan e Iraq anzitutto) si sono servite di internet per far circolare i propri messaggi politici, dalla forma scritta all’audio/video, e google e yahoo hanno ben presto oscurato le mappe on line di Kabul e Baghdad, utile strumento per coordinare quelle resistenze. L’India ha avuto i suoi problemi con l’uso delle nuove tecnologie da parte dei guerriglieri al confine con il Pakistan, mentre la Cina ha in corso un complesso contenzioso con google, a causa della volontà del suo governo di gestire i flussi di informazione in modo diverso da quello che vorrebbe l’azienda statunitense.

La svolta, ben più reale che simbolica, è avvenuta negli ultimi mesi. L’azione del sito wikileaks ha capovolto, con uno spettacolare détournement, la direzione dello spionaggio informatico, facendo della rete il luogo dove sono i segreti del potere istituzionale, e non degli individui a quel potere sottomessi, ad essere trasferiti nel campo avversario. Come se ci fosse stato bisogno di dimostrare che di campi avversi si tratta – istituzioni mondiali vs popolazioni oppresse dal capitale globale – il processo rivoluzionario iniziato nei paesi arabi, dagli effetti-domino del tutto (im)prevedibili, ha mostrato quanto possa essere determinante l’uso politico e antagonista della rete. In Tunisia e in Egitto i social network e i blog giocano un ruolo fondamentale nel permettere ai movimenti di far circolare contenuti che, attraverso i canali tradizionali (tv, radio, giornali), non sarebbero (e non erano quasi mai) passati. In questo modo il web ha mostrato quanto artificiale, e perciò precaria, sia la situazione mondiale sul piano politico: è soltanto grazie alla censura presente nei media tradizionali, ed eventualmente all’oscuramento di quelli più recenti (una sorta di stato d’eccezione informatico) che il potere costituito può rimandare il crollo. Non è un fenomeno che può essere circoscritto ai paesi arabi, attraverso la considerazione miope che là e non qui esso si è espresso con quella forza. La rivolta delle benlieue francesi del 2005 è stata una rivolta di blogger. Un italiano che passa le sue giornate su internet è di norma politicamente diverso da chi le passa davanti alla televisione.

Eppure, si è detto, il web è un’entità “chiaroscura”: grande strumento repressivo, oltre che di sfruttamento economico e controllo capitalistico delle pulsioni e delle identificazioni oniriche delle masse, e arma liberatoria, territorio semantico attraversato in modo spesso incontrollabile dai pensieri di milioni di persone. Il web non è tuttavia una terra promessa, ma proprio una terra gemella: il chiaroscuro che lo interessa è riproduzione traslata dei conflitti economici, politici e di classe della terra madre che lo ha generato; è il piano tecnico-testuale che è nuovo, anche se strutturalmente imparentato con l’eredità umana da cui scaturisce. Un oceano di codici, organizzato in modo diverso rispetto alla pergamena o al libro, si sottopone ai vincoli e alle sfide che fin dalla preistoria interessano la tecnica della scrittura, ma in modo rinnovato sotto il profilo dei rapporti di forza, e di produzione della merce-cultura.

L’individuo che scrive sul blog o sul social network è attraversato quindi da una radicale ambivalenza politica ed esistenziale: è protagonista diretto e creativo di una trasformazione (la scrittura del web modifica codici, linguaggi, tendenze del gusto), che può tradursi anche in rivoluzione reale, sulle strade; ma tutto ciò che produce non gli appartiene poiché, direttamente o indirettamente, il valore economico della sua creazione è puro appannaggio del proprietario del supporto su cui scrive. Tale proprietario ha diritto di vita e di morte sul supporto stesso, e stabilisce le regole che ne governano la compilazione grafica; così l’inedita attività letteraria delle masse è in verità il dominio totale di un manipolo di avventurieri del mercato su una fetta enorme della produzione semantica globale.

Sarebbe, dunque, questa terra gemella al tempo stesso una cosa e il suo contrario? Esattamente. Il gesto dell’individuo che consegna ai capitalisti della rete le proprie passioni è al tempo stesso un atto di sottomissione e la testimonianza pericolosa che, dopotutto, quelle passioni hanno un’esistenza antecedente, e perciò irriducibile tanto alla rete quanto al capitale che la gestisce; e lo stesso bombardamento pubblicitario cui è sottoposto il navigatore genera (in modo più evidente fuori dall’occidente) desideri e aspettative che l’attuale organizzazione economica della terra madre, di cui terra gemella è parte, non è in grado di saturare. In fin dei conti, le narrazioni ansiogene sulla conquista di una terra promessa del liberalismo, della democrazia o del mercato, non hanno fatto che segnalare l’ennesima trasfigurazione di un ben noto apprendista stregone e, con esso, quella di quel fantasma che lui stesso, da sempre, genera – ben al di là, ed anzi grazie, ai crolli e alle lacerazioni della storia recente.

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