Francesco Mangiapane

C’era una volta una blogosfera frastagliata e complessa, roba che al solo immaginarne la forma ne sarebbe uscito un incubo: essere catapultati, come Alice nel paese delle meraviglie, dentro un quadro di Kandinskij ritoccato, però, da Barabási. Era il tempo della Blog Generation e di Technorati, dei nickname e delle blogstar maitre-à-penser, il tempo dell’informazione reticolare e connessa, dei blog in grado di abbattere i vetusti pachidermi della vecchia editoria cartacea e off-line. Oggi che tutto questo è finito, che la parola blog è sempre meno associata a quella di generazione, che la rete, mettendoci nome e cognome, si è trasferita su facebook, che i grandi quotidiani hanno trovato la via del riscatto su internet e i giornalisti sono blogger di successo, oggi che pure il più democristiano dei leader politici ha il suo blog, cosa si può dire dei blog?

Una prima considerazione è che pur essendone tramontata la retorica emancipativa, i blog sono vivi e vegeti, sono diventati mainstream e hanno trovato un loro posizionamento e una loro riconoscibilità nell’agone comunicativo, rivelandosi come strumenti ordinari del bouquet mediatico a disposizione di strateghi e comunicatori. È legittimo chiedersi, allora, quale sia la loro responsabilità politica di medium nell’uso sociale che se ne fa effettivamente, a quale esigenza comunicativa il loro impiego risponda e in che modo essi entrino in relazione con gli altri media.

Tentiamo una risposta. Beppe Grillo scrive un post sul suo blog e riceve 900 commenti, 4 mila «mi piace» di facebook, 3556 condivisioni sempre su facebook, 22 retweet; Gad Lerner interviene sull’attualità sempre dal suo blog e ottiene 1731 commenti, 645 «mi piace», 645 condivisioni e 3 retweet. Cosa ci dicono questi numeri? Ci dicono che lo strumento del blog è particolarmente adatto a essere utilizzato come infrastruttura piramidale, uno a molti, e che il contributo di questi molti alla discussione è davvero ridotto se non azzerato dall’information overload generato dalla quantità di commenti affastellati a margine del post. Che cosa resta, allora? Il leader che mostra i propri muscoli mediatici, esibendo i commentatori come pubblico, fan, come quantità buona da far valere su altri tavoli. Il blog è uno strumento che, da questo punto di vista, ben si presta al progetto di costruzione e mantenimento della leadership.

Ma di che leadership stiamo parlando? Qual è il contratto che lega il blogger dei nostri giorni al proprio pubblico? L’identità del blogger si costruisce in opposizione a quella del sistema mediatico, assumendo su di sé un valore ulteriore di verità, in nome di un rapporto diretto con il pubblico. Il discorso del blogger, in questa retorica, è per definizione gratuito, spontaneo e immediato; quello dei giornali, invece, interessato e soprattutto mediato, da una redazione che dovrebbe verificare, porre sotto critica l’informazione riportata, depotenziandone l’effetto emotivo da una parte e filtrando i contenuti della narrazione (secondo il criterio della notiziabilità e lo specifico posizionamento della testata) dall’altra. Il leader politico che annuncia dal blog la propria candidatura o qualsiasi altro atto politico rilevante, lo fa contro i media, enfatizzando il rapporto privilegiato e diretto con il suo pubblico e proponendo la sua versione dei fatti come «autentica», contro ogni distorsione giornalistica. In opposizione al discorso giornalistico, allora, il discorso del blogger si propone come doppiamente «autentico», sia in quanto carismatico offerto direttamente dal leader al proprio pubblico di fan, sia in quanto non filtrato materiale grezzo che spetterà al lettore verificare e vagliare e, in definitiva, assumere.

Il discorso del blogger prolifera nell’intercapedine fra scena e retroscena, assumendo il retroscena come luogo di una verità, che per definizione sulla scena si presenta sbiadita, assimilata e normalizzata. Il mondo visto da dietro le quinte, nella visione del blogger, assume tutt’altri contorni, le cose possono stare molto diversamente da come sembrano e rivelare questo scarto è il compito che assume il blogger nei confronti del pubblico, suo mandante. Egli è, pertanto, lo smascheratore della finzione mediatica in nome del sussurro, del pettegolezzo, del mormorio, degli umori del dietro le quinte, luogo in cui, al sicuro da occhi indiscreti, si può smettere la maschera del politicamente corretto e rivelarsi per ciò che si è davvero. A questo ciò-che-si-è-davvero punta il blogger, la cui scrittura è rivelazione di un indicibile, di un segreto inaccessibile ai più. L’identità profonda del blogger somiglia quindi a quella di un agente in incognito, munito di lasciapassare per le segrete stanze. Il suo lasciapassare è a tutti gli effetti un privilegio concessogli in nome del suo camuffamento: egli sembra, anzi è, uno degli attori, ma rompe la complicità, ribalta il tavolo, svela il segreto, tradendo la fiducia di chi gli aveva concesso il lasciapassare e, ciò che più conta, rimescolando le carte del rapporto fra gli attori in scena e il loro pubblico. E c’è di più. Questo potere di riconfigurazione viene utilizzato, si diceva, come strumento di costruzione e mantenimento della leadership sulla scena, una leadership che si presenta come popolare (e populista!) e si nutre della retorica della partecipazione: il blogger è nominato dal basso per agire sulla scena e sulla scena vuole agire, occupando ruoli di potere e responsabilità. Egli allora si camuffa anche nei confronti del pubblico, utilizzando la propria legittimazione piuttosto che come rappresentanza chiara, come strumento per potenziare la propria azione sulla scena a discapito dei propri antagonisti, qualificandosi a tutti gli effetti come agente doppio, costretto a districarsi fra due ordini di affiliazione in alternativa fra loro e, così facendo, mettendoli in comunicazione.

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Una Risposta a Sono tutti agenti doppi!

  1. Jan Reister ha detto:

    Segnalo questo interessante seguito di Francesco NN su Download Blog:
    Blog 2011: populismo, marchette e propaganda….

    A partire dalla riflessione di Francesco Mangiapane, chi scrive riferisce che Luca Conti, noto blogger e PR digitale, andrà in Afghanistan ospite della NATO: Blogger embedded in Afghanistan

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