Simone Pieranni, Matteo Miavaldi

Il tentativo di esportazione floreale sull’asse Mediterraneo-Cina, a quasi due mesi dai deludenti gelsomini di Pechino e Shanghai, ha portato con sé conseguenze inaspettate. La chiamata alla rivoluzione indirizzata alla società civile cinese non solo si è drammaticamente scontrata col pugno d’acciaio della repressione, ma ha saputo risvegliare il can che dormiva, inaugurando una stagione di fermezza nemmeno paragonabile al repulisti del periodo Liu Xiaobo. In un mese e mezzo, complice un calendario del dissenso particolarmente denso – capodanno tibetano e anniversario rivolte di Lhasa, Pasqua, aspettando piazza Tian’anmen – e l’intensa attività in rete di supporto alla speranza di protesta, le autorità hanno inanellato una sequela di arresti col solito modus operandi da Anonima Sequestri.

Secondo Chinageeks.org, autorevole blog sulla Cina – e per questo censurato – dall’inizio di marzo a oggi la polizia cinese avrebbe fatto sparire ben 57 persone: chi arrestato, chi in stato di fermo, chi agli arresti domiciliari, chi chiuso in un ospedale psichiatrico e chi – la maggioranza – semplicemente non si sa che fine abbia fatto. I 57 vanno ad aggiungersi a tutti coloro che stanno pagando le proprie opinioni con la propria libertà: oltre a Liu Xiaobo, che ha potuto godere di una risonanza mediatica particolare grazie al Nobel, si tratta di un gruppo ampio e variegato, formato da avvocati, qualche imprenditore, blogger, giornalisti, scrittori, capovillaggio, fino ad arrivare a gente comune che ha voluto alzare la testa in un paese dove tradizionalmente gli «individualismi» sono sempre stati visti con diffidenza.

Shù dà zhāo fēng dicono i cinesi: gli alberi più alti attirano il vento

La costante opera di potatura sociale del Pcc è letale perché silenziosa, raramente appoggiata da campagne denigratorie a mezzo stampa per giustificare le proprie azioni. Il caso di Ai Weiwei è esemplare: fermato all’aeroporto di Pechino il 3 aprile, viene inghiottito nel silenzio generale dei media nazionali. Solo grazie alla rete di amicizie su twitter si innesta un passaparola digitale che arriva fino alle redazioni dei giornali internazionali e alle ambasciate di mezzo mondo, mentre a scoppio ritardato la stampa cinese confermerà l’arresto solo una settimana dopo, accusando l’architetto di reati finanziari, diffusione di materiale pornografico e bigamia.

La notorietà di Ai Weiwei, in una faida aperta contro le autorità cinesi dal 2008, ha reso necessario il ricorso alla macchina del fango, un lusso del quale tutti gli altri alberi più alti non possono godere.

I novelli fantasmi cinesi vengono semplicemente prelevati dalle loro case e chiusi in cella accusati di voler sovvertire lo Stato, mettere in pericolo la sicurezza nazionale o incitare alla rivolta. Non c’è bisogno di cucire addosso false accuse o raccontarne malefatte inventate. Fuori dalla ristretta cerchia di cinesi attivamente critici verso il Partito, questi pericolosi sovversivi sono degli illustrissimi sconosciuti con la colpa di aver twittato quando non si doveva twittare, rilasciato un’intervista quando non si doveva parlare, sollevato un polverone quando si doveva mantenere un basso profilo.
Sono fantasmi in detenzione preventiva. Ma per prevenire cosa?

Il Sistema di Risposta Rapida

Nel periodo delle rivolte del gelsomino, l’immediata reazione cinese attraverso la blindatura di strade e dei primi attivisti colti a spargere per la rete gli appelli, era parsa la risposta che tutti ci aspettavamo. Troppo forte la censura e il sistema di sicurezza di Pechino, per lasciare trapelare proteste nate su un sito sino-americano (boxun.com). Via via sono però emersi nuovi elementi che hanno portato velocemente a una ridefinizione di quanto stava accadendo, alla luce di un ritmo di arresti e sparizioni che, anziché scemare, è apparso aumentare giorno dopo giorno. Innanzitutto, gli apparati di sicurezza cinese sembrano muoversi in modo sempre più indipendente rispetto alle loro controparti politiche. In uno degli incontri tra il portavoce del ministero degli Esteri cinese e i giornalisti stranieri presenti a Pechino, a seguito delle richieste di chiarimenti su botte ricevute da alcuni fotografi durante le giornate del gelsomino, la risposta è stata eloquente: noi non c’entriamo niente, non possiamo farci niente.

Un cambio negli equilibri da cui discendono altre considerazioni. William Lam, su Asianews.com pone un punto di vista rilevante: le linee guida del 12° Programma quinquennale per lo Sviluppo Sociale ed Economico per il 2011-2015 parlano in modo diffuso del nuovo imperativo del Partito comunista cinese (Pcc) di imporre un controllo più saldo sulla popolazione. È quello che viene definito, sistema di risposta rapida, che viene così spiegato: «Deve essere sotto un comando comprensivo e unificato, strutturato in modo razionale, capace di reazioni rapide – e deve avere capacità garantite e un’elevata efficienza operativa». Come spiega William Lam, l’ossatura di questo meccanismo sarebbe costituita dalla polizia, funzionari della Polizia armata del popolo (Pap) e dell’Esercito di liberazione del popolo (Pla). Il secondo dovrebbe essere integrato con esperti di sicurezza pubblica e professionisti, da uno staff a tempo pieno e a tempo parziale di strutture collegate alla sicurezza, come pure da volontari. Messa così, non sembrano esserci molte chances per i potenziali rivoltosi cinesi di oggi e di domani: la capillarità del controllo del Partito non sembra lasciare spazio alcuno.

Altro elemento da tenere in considerazione è il passaggio politico previsto nel 2012, con il cambio di leadership ai vertici del paese (Xi Jinping e Li Keqiang sostituiranno rispettivamente Hu Jintao e Wen Jiabao). L’impressione è che questo ricambio politico e generazionale stia lasciando la politica cinese in un vuoto di potere, nel quale sono già partite le consuete schermaglie all’interno del Partito comunista per decidere i futuri assetti. Sembrerebbe un dettaglio, ma a essere in gioco appare il ben noto centralismo democratico, asse portante del Partito comunista cinese. Dopo le velate parole circa aperture e riforme del premier Wen Jiabao, questi ultimi arresti sembrerebbero confermare una resistenza determinata contro i cambiamenti da parte del mondo politico cinese, oppure costituire un’azione preventiva per silenziare voci critiche di fronte a un possibile problema economico dovuto all’aumento dei prezzi degli alimenti, che continua a innervosire la popolazione.

In questa situazione generale, infine, nel paese sembra mancare una voce rigorosa capace di staccarsi dalle lotte, come poteva essere quella di Deng Xiaoping o Jiang Zemin, e in grado di imporsi sul resto del partito, indirizzando la politica cinese in una direzione ben precisa. L’impressione, ad ora, è che ci sia una guerra tra diverse fazioni, quelle riconducibili ai principini, figli di rivoluzionari, quella legata al carrozzone della Lega dei Giovani Comunisti, con a capo Hu Jintao e quella più umanista cui fa riferimento Li Keqiang: diverse forze che stanno mettendo in campo la propria visione del futuro cinese. A farne le spese – a oggi – è la minoranza, che da sempre spinge per riforme politiche e che costituisce l’anima più critica della locomotiva cinese.

Una Risposta a Gli alberi più alti attirano il vento. La potatura dei gelsomini in Cina

  1. Antonio Carollo ha detto:

    Tutto questo avviene nel silenzio assoluto dei governi occidentali.

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