Luigi Pasinetti

Nonostante l’ottimismo di maniera di chi ci governa, la crisi è tutt’altro che finita. Morde sul lavoro, sui pubblici bilanci, addirittura sull’euro. Troppi economisti ci hanno rassicurato dicendo che in fondo si trattava solo di una increspatura di superficie: presto sarebbe tutto ripreso come prima. E oggi abbiamo invece la sensazione che se abbiamo evitato il «grande crollo» (con un intervento obbligato di 800 miliardi di dollari del governo Usa), rischiamo disoccupazione e una «grande stagnazione» di lunga durata. Tanto che il presidente della Fed, la banca centrale americana, Ben Bernanke, è recentemente riuscito a dire che la situazione è «eccezionalmente incerta» (non male per uno che dovrebbe essere il massimo tecnico della finanza mondiale). Raccogliamo qui due interventi che dimostrano come il pensiero economico può essere invece salutarmente incline ai ripensamenti. Ripensamenti sugli stessi paradigmi fondamentali della disciplina, per ridiscutere un certo mainstream degli ultimi decenni e riprendere criticamente in mano la lezione di John Maynard Keynes. Ripensamenti sui nessi tra politica ed economia, che proprio la crisi ha già messo in questione radicalmente e che tutto lo schieramento democratico e riformatore dovrebbe rimettere a tema.

Leggi QUI il PDF dell’intero intervento pubblicato in origine in “Appunti di cultura e politica” (luglio-agosto 2010)

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