Decrescita (4)

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

La principale questione che si pone a chi voglia dare spessore concreto al pensiero della decrescita è quella della transizione dall’attuale società della crescita a una società, appunto, della decrescita. Per prima cosa occorre precisare che ragionando su società della crescita e società della decrescita, si stabilisce una comparazione (che certo è necessaria) tra termini eterogenei. Società della decrescita significa società svincolata dall’obbligo della crescita del prodotto interno lordo, cioè della produzione rivolta al mercato, che è tipico del capitalismo. Ma poiché tutte le società precapitalistiche sono state immuni da questo obbligo alla crescita (il che non significa, ovviamente, che non siano cresciute, in un senso o nell’altro, per periodi più o meno lunghi, come, per esempio, nei secoli XI, XII e XIII dell’Occidente feudale), l’espressione «società della decrescita» non indica una configurazione definita di rapporti sociali di produzione, cioè (usando il linguaggio marxiano molto appropriato in questo contesto) non indica una formazione sociale specifica. I fautori della decrescita non possono, allora, avere un modello determinato di società, nel senso di cui si è detto, al quale fare riferimento. La tipica domanda che viene posta a chiunque si opponga all’attuale capitalismo assoluto (dal punto di vista della decrescita, o da altri punti di vista) è sempre: ma voi cosa proponete? Chi sostiene la decrescita non ha risposta per questo tipo di domanda, se la risposta richiesta è l’indicazione di un modello determinato e preciso di organizzazione sociale. La decrescita, in riferimento a una configurazione di rapporti sociali di produzione, può essere definita soltanto in quella maniera logica che le filosofie di Kant e di Hegel hanno chiamato «negazione indeterminata». Per capirci con una semplificazione, si tratta della stessa situazione logica che si ottiene negando un qualsiasi termine che indichi un oggetto empirico: così, per esempio, se l’espressione «leone» indica una specie animale ben determinata, l’espressione «non leone» non indica alcun animale determinato. La decrescita è «non capitalismo», ma appunto nel senso in cui cavalli, cani, gatti e così via sono «non leoni». Il pensiero della decrescita non può che nascere dalla negazione della teleologia capitalistica. La società capitalistica, infatti, è una «società della crescita» in un senso davvero unico nella storia. Non si tratta infatti di una società nella quale si ha, ogni tanto o anche molto spesso, un periodo di crescita, ma piuttosto di una società obbligata alla crescita, una società nella quale i fondamentali meccanismi economici reggono solo se si ha crescita. Ciò dà al pensiero della decrescita una grandissima forza razionale e storica, e gli pone, nello stesso tempo, una formidabile difficoltà di attuazione. La forza del pensiero della decrescita nasce dal fatto che la crescita capitalistica è giunta a un punto in cui è incompatibile con il mantenimento di un ambiente di vita favorevole alla specie umana e con gli equilibri che garantiscono la coesione sociale delle collettività umane. La difficoltà è che la crescita capitalistica ha comportato l’estensione sempre maggiore degli ambiti sociali soggetti alla legge della valorizzazione del capitale. Per valorizzare il capitale e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto gli agenti capitalistici devono rimodellare sempre nuovi ambiti sociali sullo stampo del rapporto sociale capitalistico, per cui prima tutti gli ambiti della produzione, e poi anche ambiti sociali come quello dell’educazione, della scienza o dell’assistenza vengono mercificati e ricondotti alla logica aziendale di investimenti profittevoli. Poiché questo processo va avanti da più di duecento anni, la società in cui viviamo è una società nella quale il rapporto sociale capitalistico ha invaso l’intero ambito sociale e modella l’intero vivere collettivo. Ma incidere sul meccanismo della crescita significa destrutturare gli ambiti sociali che su di esso si reggono: e poiché, appunto, esso ormai pervade l’intera società, significa destrutturare l’intera società. Un pensiero della decrescita che voglia essere storicamente serio, deve quindi essere incluso nel progetto di una forza squisitamente politica, e ha bisogno di pensare, tra i suoi fini, anche quello di rimodellare alcuni aspetti dello Stato che consentano di fronteggiare le ricadute negative, in alcuni casi devastanti, di questa destrutturazione.

Proviamo allora a delineare alcune delle difficoltà che incontrerà la transizione a una società della decrescita, e alcune idee per fronteggiarle.

Per questo è necessaria ancora una premessa. La transizione non può che partire dalla società che ci è storicamente presente, quella, cioè, della crescita. Non si può, quindi, pensare di attivare il circolo virtuoso della decrescita facendo immediatamente leva sui benefici che essa apporta, perché tali benefici possono prodursi solo in assenza di potenti meccanismi sociali avversi, quali sono quelli operanti nella società presente.

Quali saranno dunque le difficoltà contro le quali si scontrerà un percorso di transizione alla decrescita, ammettendo che emerga una volontà di avviarlo come volontà politica, e non come illusione di una diffusione spontanea di nuove tecniche e nuovi comportamenti?

La difficoltà principale non sarà la penuria di beni necessari. Nella nostra società consumista e sprecona esistono molti tipi di produzione che possono essere ridotti, avviando un processo di decrescita, senza toccare la produzione dei beni fondamentali. Le armi sono l’esempio più ovvio ma ce ne sono altri. Una produzione alimentare indirizzata al consumo di cibi locali e stagionali farebbe di molto diminuire le necessità di trasporto e di impacchettamento dei cibi, e tutta una serie di attività economiche legate a queste sfere potrebbero decrescere senza nessuna incidenza sull’offerta di cibo. Ugualmente una manutenzione degli edifici esistenti, finalizzata al loro riuso, farebbe decrescere la produzione edilizia senza creare alcuna penuria di case abitabili, e anzi aumentandone la quantità disponibile.

La difficoltà economica principale nell’avviare un processo di decrescita non sarà quindi legata alla penuria di beni: sarà invece legata all’occupazione. All’interno di una società regolata dal meccanismo della valorizzazione del capitale, infatti, la decrescita in linea di principio ha, rispetto all’occupazione, gli stessi effetti di una recessione. Quest’ultima affermazione è una conseguenza del tutto logica, e anche banale, dei meccanismi della nostra società della crescita, e della definizione stessa di decrescita. Vale però la pena di soffermarsi su di essa e di argomentarla, perché essa è in parte oscurata, proprio negli ambienti intellettuali più vicini al pensiero della decrescita, dall’idea che il problema occupazionale del quale stiamo parlando possa essere risolto grazie allo sviluppo di una produzione nata dalla domanda di beni orientati alla salvaguardia dell’ambiente, al risparmio energetico e in generale alla conversione in senso ecologico dell’intera società. Per esempio, la riconversione del patrimonio abitativo secondo criteri di risparmio energetico creerebbe ovviamente numerosi posti di lavoro. Si tende a pensare che la disoccupazione creata dalle iniziative di decrescita possa essere riassorbita dai nuovi posti di lavoro creati della riconversione ecologica dell’economia e della società.

In realtà un riassorbimento della disoccupazione creata dal superamento dell’economia della crescita può avvenire soltanto attraverso un potenziamento del ruolo e dell’intervento dello Stato nella sfera economica. Questa impostazione confligge con l’idea, molto diffusa tra i sostenitori della decrescita, che la decrescita stessa consista in una riduzione congiunta del ruolo dello Stato e del mercato. Dobbiamo quindi approfondire l’analisi di questa impostazione, e lo faremo nella seconda parte del nostro intervento. Vediamo intanto di argomentare il fatto che, se lasciamo fare ai meccanismi del mercato, la decrescita produce disoccupazione. Ammettiamo che la decrescita faccia sparire un certo numero di imprese che, vendendo annualmente beni o servizi per un importo pari a 100 unità monetarie, impiegano 10 unità di lavoro1. Abbiamo allora un problema di disoccupazione, e speriamo di riassorbirlo grazie a nuove imprese che producano beni e servizi compatibili con un processo di conversione ecologica della società. Ma quale sarà il volume delle vendite di queste nuove imprese? Se vogliamo che le nuove imprese «ecologiche» impieghino le 10 unità di lavoro, a parità di altre condizioni, anche esse dovranno vendere beni e servizi per 100 unità monetarie. Se ci riescono, abbiamo forse risolto i nostri problemi? No, perché in tal caso abbiamo salvato l’occupazione, abbiamo avviato una conversione ecologica, e questo va benissimo: ma non c’è stata nessuna decrescita. Tanto era il Pil prima, tanto è adesso. Se vogliamo decrescita, bisogna immaginare che il volume delle vendite delle nuove imprese sia minore di 100, diciamo 50: ma in tal caso le nuove imprese potranno occupare solo 5 unità di lavoro, e avremo quindi una disoccupazione non riassorbita pari alle restanti 5 unità di lavoro2.

In definitiva, se si esclude un intervento statale e si lascia fare alle leggi del mercato, la conclusione è univoca: se c’è decrescita c’è disoccupazione, e se c’è una riconversione ecologica che salvi l’occupazione vuol dire che non c’è decrescita.

Per capire come si possa risolvere questo problema, occorre riprendere l’elemento di verità che è presente nella tesi che abbiamo testé criticato, quella cioè secondo cui è sufficiente il passaggio ad una produzione riconvertita in senso ecologico. L’elemento di verità è che esistono grandi esigenze sociali per soddisfare le quali è necessario il lavoro di tutti i disoccupati che l’inizio di decrescita potrebbe creare. L’elenco di simili esigenze sociali, in un paese come l’Italia, è lunghissimo: c’è bisogno di un grande lavoro di manutenzione di infrastrutture fondamentali come le ferrovie, c’è bisogno di riqualificare il patrimonio edilizio, in particolare rendendolo più adeguato in termini di risparmio energetico, c’è bisogno di un riassesto del territorio da un punto di vista idrogeologico, c’è bisogno di bonificare le aree inquinate dagli scarichi illegali di rifiuti, c’è bisogno di cambiare radicalmente il ciclo dei rifiuti in modo da eliminare alla radice il problema stesso. E si potrebbe continuare a lungo. Lavoro ce n’è dunque moltissimo, per soddisfare una serie di bisogni sociali fondamentali. Ma per le ragioni sopra addotte, il mercato non può offrire il salario per pagare questi lavoratori. D’altra parte, non possiamo nemmeno fare affidamento sui meccanismi che sarebbero tipici di una società della decrescita, dicendo per esempio che i lavoratori potrebbero accontentarsi di lavori a tempo e salario parziali procurandosi una parte dei beni col loro salario e un’altra parte tramite una rete di scambi non mercantili. Non possiamo dare questa risposta perché essa presuppone che sia già instaurata una società della decrescita, e questo è appunto ciò che non può essere presupposto nella fase della transizione. Per capirci, se domani un gruppo di operai viene licenziato perché si chiudono le fabbriche di armi, o se ne riduce grandemente la produzione, è chiaro che la risposta al loro dramma non può essere quella di farsi l’orto per scambiarne i prodotti con altri, o cose del genere: perché questa risposta avrebbe un senso all’interno di una società della decrescita già avviata, ma domani non c’è ancora una società della decrescita, c’è ancora la società della crescita, e dentro la società delle crescita non esistono ancora i circuiti di scambi non mercantili che renderebbero sensata la risposta sopra accennata.

È allora evidente che, se non si può fare affidamento sul mercato, che anzi in presenza di decrescita genera disoccupazione, né sui circuiti della decrescita, che non si sono ancora dispiegati, c’è un unico modo nel quale si può riassorbire la disoccupazione creata dalle prime misure «decresciste» di politica economica del periodo della transizione: l’intervento dello Stato.

L’intervento dello Stato è necessario per due motivi: in primo luogo, il passaggio di grandi gruppi di lavoratori da un tipo di lavoro a un altro ha ovviamente bisogno di misure giuridiche e amministrative e di strumenti organizzativi che solo lo Stato può fornire, nelle condizioni date. In secondo luogo, e questo è il punto più importante, se il mercato non fornisce un salario a questi lavoratori, esso dovrà essere fornito dallo Stato. In sostanza, la disoccupazione creata dalle prime misure «decresciste» dovrà essere riassorbita tramite assunzioni statali dei lavoratori disoccupati. Lo Stato deve provvedere a organizzare i nuovi lavori in risposta ai bisogni sociali sopra accennati, e deve inoltre provvedere agli stipendi dei nuovi lavoratori.

Tutto ciò pone naturalmente il problema di come finanziare questo forma di lotta alla disoccupazione. Lo affronteremo in un prossimo articolo.

  1. Le unità di misura ovviamente non contano in questo che è un semplice esempio immaginario: 100 unità monetarie possono essere 100mila o cento milioni di euro, 10 unità di lavoro possono essere 10 o 10mila lavoratori.
  2. Tutto questo, come si è detto, vale a parità di altre condizioni, in particolare nell’ipotesi che i due gruppi di imprese presentino la stessa intensità di lavoro. Questa ipotesi può essere falsa in casi specifici, ma a noi interessano gli effetti macroeconomici, quindi il dato aggregato, e a questo livello ci sembra non ci siano ragioni per pensare che le imprese «ecologiche» presentino una maggiore intensità di lavoro.

6 Risposte a Una politica economica per la transizione (I parte)

  1. Paolo ha detto:

    Articolo veramente interessante!
    Mi chiedo però se gli autori considerino anche l’aspetto psichico di questa transizione. Se le mentalità collettive sono la cosa più lenta a cambiare nella storia, come sarà possibile riconvertire i valori dominanti del consumismo individualista? Può la decrescita entrare nella nostra testa dopo duecento anni di ideologia della crescita?

  2. Stefano Lucarelli ha detto:

    “Decrescita” è una parola densa di imprecisione, che non può tradursi in politiche economiche chiare. Lo ha sostanzialmente riconosciuto lo stesso Serge Latouche (“la decrescita più che un concetto è uno slogan!”). Il problema vero è “un’altra crescita” che non si traduca nella valorizzazione capitalistica, dunque nel comando monetario sul lavoro e sulle modalità di interazione fra uomimi e fra uomini e mondo.

    Eppure il movimento della decrescita ha il merito di rilanciare delle domande importanti:

    1) Che senso ha parlare di crescita del PIL?
    Il problema è quello della natura e della causa della ricchezza delle nazioni, una ricchezza che si ha a partire da una precisa relazione tra lavori produttivi e lavori improduttivi, possibile cioè solo se il sistema è in una situazione di riproducibilità. Il concetto di sistema riproducibile non è necessariamente connesso alla decrescita. Se mai implica la misurazione di altri elementi dai quali dipende la ricchezza delle nazioni.

    2) Come conciliare questo discorso con un conflitto che sia dentro la
    tradizione del movimento operaio, ma all’altezza di questa specifica fase del capitalismo?
    Su questo punto mi pare utile la riflessione di Claudio Napoleoni, una
    riflessione schiacciata dal peso di due verità pesanti: il tramonto delle
    politiche keynesiane e la consapevolezza dell’insufficienza del
    marxismo. «L’obiettivo che dobbiamo porci è quello di far sì che il reddito della gente cominci ad essere costituito non soltanto dai soldi che gli vengono in tasca, ma dalla società in cui vive.» Il salario è qui un concetto macroeconomico, l’idea che esso possa partecipare del prodotto netto è la base per un ragionamento politico importante: la parte del salario che eccede la sussistenza è normalmente inteso come un valore monetario, ma è anche costituito dai servizi offerti dal welfare state, oppure potrebbe essere costituto dalla liberazione dal tempo di lavoro e dalla riappropriazione delle attività attraverso le quali gli uomini sconfiggono l’alienazione che caratterizza un sistema di produzione capitalistico. A seconda di come questo prodotto netto è concepito cambia la società in cui si vive e con essa le istituzioni che la caratterizzano. La democrazia appare qui come conseguenza di
    un conflitto distributivo (proprio perché il problema della distribuzione non riguarda più soltanto i redditi monetari, ma la società in cui si vive). Detto in altri termini il problema distributivo è insieme problema dello sviluppo qualitativo e rimanda al superamento di una società basata sull’ideologia del mercato.

    E’ proprio vero che in nome delle rivendicazioni tipiche del movimento operiao, si trascurino le istanze di chi ha a cuore i problemi dello sviluppo qualitativo del sistema? Georgescu Roegen, economista per caso, amatissimo dagli ambientalisti, diede uno scossone al modo tanto marxista quanto volgare di pensare l’evoluzione del sistema economico, a partire dalla termodinamica: il processo economico non fa che trasformare energia libera in energia legata, ovvero da «risorse naturali preziose (a bassa entropia) a scarti senza valore (ad alta entropia)». Nel processo entropico che caratterizza l’economia l’uomo è l’unico essere vivente che utilizza anche strumenti esosomatici, ossia strumenti che non fanno parte della sua conformazione biologica ma che sono da lui prodotti: questo da un lato gli ha permesso una vita sempre più comoda, ma dall’altro lato ha reso la specie umana sempre più dipendente dallo stock finito ed esauribile di bassa entropia di origine terrestre, necessaria per produrre, far funzionare e mantenere gli strumenti artificiali.

    L’invenzione di strumenti esosomatici sempre più potenti ha
    trasformato la produzione in un’attività sociale. La trasformazione
    della produzione in un’attività sociale è all’origine di un’altra
    particolarità della specie umana: il conflitto sociale per la
    distribuzione del reddito comune.

    Quindi proprio lo sviluppo qualitativo è sorgente perenne del
    conflitto sociale intorno alla distribuzione del reddito: «Solo se il
    genere umano tornasse alla situazione in cui ogni famiglia (o clan) è
    un’unità economica autosufficiente, gli uomini smetterebbero di
    lottare per la propria anonima porzione del reddito sociale. Ma
    l’evoluzione esosomatica del genere umano, proprio come quella
    endosomatica, non può essere rovesciata.»

    Se si legge bene l’intera produzione di Georgescu Roegen (compreso il suo programma bioeconomico minimale) si troveranno indicazioni importanti circa il cambiamento negli stili di vita, ma ciò non significa aspirare a un sistema economico che non cresca, poiché ogni cambiamento degli stili di vita è inscindibile da problemi inerenti tanto la sfera della produzione/riproduzione, quanto la sfera della distribuzione della ricchezza prodotta.

    Un sistema economico del genere si tradurrebbe, in assenza di ulteriori riforme istituzionali, in un mondo in cui la forbice distributiva si allargherebbe a tutto vantaggio delle fasce di reddito più forti e in cui l’organizzazione dei tempi della produzione resterebbe comunque caratterizzata dal comando capitalistico.

    Non si tratta di dunque di aspirare a sistemi economici che non crescano, ma a sistemi economici in cui la produzione, la distribuzione e gli sili di vita non siano caratterizzati dalle logiche dello sfruttamento. Con la consapevolezza che ogni sviluppo umano serba in sé un’ineliminabile tendenza entropica. Questo è il destino dell’uomo.

  3. Mauro Orengo ha detto:

    Vorrei fare i complimenti a Badiale e Bontempelli per la chiarezza con cui hanno esposto il loro pensiero in una materia così insidiosa e interessante.
    Personalmente riterrei lodevoli coloro che iniziassero a studiare a fondo anche: a) una progressività delle imposte indirette in base al fatturato consolidato per soggetto economico; b) a salvaguardia della precedente lettera, l’annullabilità da parte di chiunque vi abbia interesse degli atti di scorporo, divisione e cessione di ramo di azienda, ogniqualvolta risultino tesi ad eludere l’unicità del produttore o l’effettività del cartello in un determinato mercato, anche locale. Nella storia economica le economie di scala per la produzione di beni e servizi sono state in molti casi solo fittizie (un grande impianto facilmente si trasforma in un “carrozzone” i cui costi occulti finiscono per essere ribaltati sulla collettività), e quindi sarebbe ora che lo Stato si muova per ridistribuire ciò che la mera megalomania di qualcuno ha strappato agli imprenditori individuali e alle piccole società (prima che quei qualcuni tornino a mangiarsi lo Stato). Un profitto ottenuto in regime di monopolio difficilmente sarà investito in una impresa concorrenziale, se non per trasformarla a sua volta in un “leader” o attore unico. Confrontiamo il PIL di oggi con quello di 50 anni fa: suppongo che la quota prodotta in regime non concorrenziale sia molto più grande di allora. Per questo oggi si produce quello che non serve e manca invece quello che serve, e paradossalmente non si cresce nemmeno come allora.
    Plauderei anche un nuovo approccio in materia di imposte sui redditi: c) l’introduzione di una carta magnetica fiscale da affidare agli acquirenti di beni e servizi finali. L’acquirente decide volta per volta se trasmettere la transazione al fisco e partecipare ad una lotteria nazionale (le altre dovrebbero essere tutte sopresse) di rimborsi del gettito derivante dalla transazione stessa, maggiorato di un premio. La scommessa riguarda sia l’estrazione a sorte della transazione, sia l’aliquota che risulterà ex post applicata al venditore per l’imposta diretta, nonché per quella indiretta di cui sopra. Se l’acquirente opta per il non uso della carta, la transazione non concorrerà neanche al PIL, ma lederà un po’ la perfetta concorrenza tra i venditori. A tutela di quest’ultima lo Stato potrebbe innalzare i premi e ridurre il numero di estrazioni.

  4. IdeePerLaSinistra ha detto:

    Condivido il commento precedente. Ma se invece di arrampicarci su questo concetto di decrescita semplicemente riparlassimo di socialismo?

  5. roberta salardi ha detto:

    Riparliamo pure di socialismo e di comunismo. Non sarà certo lo Stato capitalista, la Repubblica fondata sul privilegio anziché sul lavoro, a traghettarci fuori dal capitalismo

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