Alberto Gangemi

Più d’uno ha scritto che Silvio Forever, il film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, scritto da Gian Antonio Stella e Marco Rizzo, è un film su Berlusconi diverso da tutti gli altri. Chiunque l’abbia visto sa che è così. Gli stessi autori e registi lo attribuiscono a una scelta di genere inedita come l’autobiografia non autorizzata. Di biografie non autorizzate di B. se ne contano a decine, in effetti, ma di autobiografie ancora non se ne erano viste.

Le malefatte del Presidente del Consiglio, i vizi, le frequentazioni, le parole d’ordine, gli amici, il Milan, la Televisione, le Donne e Mamma Rosa: tutto questo lo spettatore già lo sa a menadito: quello che c’era da sapere, in fondo, lo si è saputo. Colpisce, invece, sentirselo raccontare dalla viva voce dell’interessato, come si dice, «con parole sue». Basta solo questo a rendere Silvio Forever un’esperienza nuova agli occhi di un popolo assuefatto alla retorica berlusconiana quanto alla critica antiberlusconiana? Eugenio Scalfari, commentando il film sull’«Espresso», aggiunge:

Il montaggio dei fatti non lo fa Berlusconi filtrandoli con la sua memoria di oggi, ma lo fa Faenza all’insaputa di Berlusconi. È questa la trovata scenica ed è stato questo l’improbo lavoro dei ricercatori-sceneggiatori. Che cosa arriva allo spettatore, qual è il senso di quella vita vista in retrospettiva? […] Il personaggio è un esempio di coerenza, non è mai cambiato dall’infanzia fino ad oggi.

Questa nota rende più esplicita la natura della novità rappresentata da Silvio Forever. Gli elementi di interesse sono due: la costruzione di uno sguardo retrospettivo e quella di un personaggio coerente. Da queste premesse, Scalfari conclude scommettendo sul fatto che a Berlusconi, il Berlusconi di Silvio Forever, non piacerà. La scommessa va sottoscritta: chi in questi 17 anni ha curato la sua immagine, la costruzione del suo personaggio non sopporterà di vedere così maltrattato il frutto del proprio lavoro. La ragione è questa: Silvio Forever fa dire e fare al leader ciò che un leader come Berlusconi non deve mai né dire né fare. È così che il film aiuta a capire la natura del berlusconismo, mostrando al suo spettatore la strategia che la leadership del Cavaliere che produce e riproduce ogni giorno.

Di cosa è fatta, questa leadership? Essenzialmente di quattro elementi. I primi due lo accomunano a buona parte dei politici europei:

Personalizzazione e la concentrazione dell’attenzione sulla figura del capo;

neutralizzazione del confine tra pubblico e privato (ovvero: integrazione del privato come spazio della contesa politica).

In Silvio Forever, la scelta del genere autobiografico li mostra entrambi con molta efficacia.

Gli altri due elementi sono più strettamente legati alla personalità del Cavaliere, e racchiudono ciò che diremmo il suo stile politico: quell’insieme di comportamenti che Berlusconi assume in modo regolare e ossessivo nelle situazioni disparate in cui è coinvolto, e che lo rendono riconoscibile ovunque si trovi a operare:

–  la frammentazione dell’azione di governo e moltiplicazione delle ribalte per il leader;

–      la sospensione della durata a favore della velocità.

Solitamente, chi racconta la vita di un uomo di potere come Berlusconi si limita a mette in fila dei fatti: lascia alla forza e all’evidenza di un elenco incredibilmente lungo il compito di condurre lo spettatore alle giuste conclusioni. L’analisi di questi due tratti stilistici resta, per lo più, sullo sfondo. Come si racconta, infatti, uno stile? La questione non è banale, perché lo stile è una nozione sfuggente, e più che capirlo, uno stile lo si sente.

Gli autori di Silvio Forever hanno trovato, invece, il modo per renderlo consistente e, dunque, criticabile. Il modo è affrontare lo stile berlusconiano sul terreno, appunto, stilistico: adottare nel film uno stile opposto a quello del Cavaliere, grazie al quale il secondo diventa, come in filigrana, il vero contenuto della narrazione. Ecco allora che per raccontare una leadership frammentata e veloce, Silvio Forever allestisce una narrazione autobiografia continua, coerente e duratura. Il potere di questo rovesciamento è sorprendente.

Berlusconi è il campione della situazione contingente: è un leader di superficie, in grado di occupare con efficacia tutte le scene, di impadronirsi di tutti i temi, di impegnarsi su tutti i terreni e con tutti i pubblici. In questo incarna perfettamente due tratti tipici della politica contemporanea: la velocità delle performance, la refrattarietà ai clivages ideologici. Il tipo di valori e di significati politici che questa condotta produce sono principalmente di natura emotiva: servono per tenere alta la tensione intorno alla sua persona. Identificazione, repulsione, affetto, disprezzo: tutto va bene, purché l’intensità delle relazioni che il suo comportamento genera resti sopra le righe.

Ogni situazione fa testo a sé: per ciascuna Berlusconi elabora la propria verità, il codice più adeguato. La cornice istituzionale, il rispetto di consuetudini e prassi, l’appartenenza a uno schieramento, semplicemente, non sono pertinenti. Chi gli rimprovera di raccontare menzogne ignora che la struttura della sua leadership non contempla la differenza tra vero e falso. È vero ciò che la situazione richiede sia vero. Per questa ragione l’habitat naturale del Cavaliere è l’emergenza (che quando non è tale, viene ricreata ad arte, per poter agire come se lo fosse). Ne deriva, insomma, un leader dall’aspetto mostruoso, un assemblaggio di pezzi eterogenei, di prese di posizioni contraddittorie, di «sparate» incredibili, di affermazioni e smentite continue.

Se una leadership del genere è ancora vincente è grazie a una precauzione che il Cavaliere si è scrupolosamente curato di prendere: impedire all’opinione pubblica di cucire insieme tutti i momenti di questi vent’anni di vita pubblica; non cedere il monopolio del proprio racconto, non lasciare che nel racconto emergano i legami tra i fatti e i discorsi che, con tanta cura, egli tiene a mantenere nascosti. Più d’uno gli ha guastato la festa, ma nessuno lo aveva ancora fatto come Silvio Forever.

In sala, infatti, lo spettatore fa l’esperienza della durata. Sullo schermo Berlusconi gli appare in maniera inedita: come sempre, in prima persona (grazie anche, va detto, all’interpretazione di Neri Marcorè), ma, come dice Scalfari, coerente. Come se fosse sul lettino dell’analista, il racconto fila intorno al tema unico della costruzione della sua personalità eccezionale. Tutto quello che Silvio racconta prende armonicamente posto dentro la cornice. Una narrazione che stride con l’effervescenza berlusconiana: invece che la moltiplicazione di eventi sempre presenti, indipendenti dal prima e dal poi, il film mostra lo svolgimento piano di un racconto senza intoppi. Ogni scena contribuisce a consolidare l’immagine di una persona che non è mai cambiata: sin dall’infanzia, determinata, cinica e interamente votata al raggiungimento esclusivo del proprio interesse.

Dopo un’ora e mezza di proiezione, la vitale contraddittorietà di Berlusconi è così perduta, e con essa la sua giovinezza posticcia.

Silvio Forever è dunque un film avvincente perché affronta il berlusconismo ad armi pari, costringendo il Cavaliere a subire sul terreno della comunicazione, dove, normalmente, è abituato a comandare. Il brivido di questo rovesciamento dei rapporti di forza è impagabile, e lo spettatore, senza dubbio, ne godrà.

Questo film riguarda anche il centro-sinistra, che da tempo prova a battere Berlusconi. Per farlo, ha finora adottato due strategie opposte, ottenendo opposti risultati. Per due volte, nel 1996 e nel 2006, ha scelto una personalità, Romano Prodi, completamente differente da Berlusconi. Del tutto eterogenea, per stile, contegno, formazione, storia, uso della comunicazione. In entrambi i casi, una scelta vincente. Per due volte, invece, la strategia è stata, almeno nelle intenzioni dei leader della coalizione, di affrontare Berlusconi «a casa sua», personalizzando la campagna, puntando su candidati telegenici, imitando perfino le parole d’ordine: come ha recentemente scritto Gustavo Zagrelbesky nella Lingua del tempo presente (Einaudi 2010) le analogie tra l’incipit del testo della famigerata discesa in campo del 1994 e quello del manifesto dei valori del Pd, tredici anni dopo, sono quasi imbarazzanti(1), e testimoniano dell’egemonia della retorica berlusconiana nel nostro discorso pubblico. L’esito è noto: Nel 2001, Francesco Rutelli, nel 2008 Walter Veltroni, sono stati entrambi sconfitti.

Ora, è forse legittimo (anche se incomprensibile) che una coalizione cambi la propria strategia elettorale vincente con una che ha fallito già una volta. Tuttavia, se lo fa dovrebbe aver chiaro cosa vuol dire giocare sul terreno del proprio avversario. L’imitazione, infatti, non solo non paga, ma è sbagliata e produce effetti nefasti: sfidare Berlusconi sul terreno della comunicazione e della personalizzazione vuol dire inventare forme e strumenti di comunicazione che mettano in crisi la sua rappresentazione mediatica; mettano a nudo le sue contraddizioni; gli sottraggano l’agenda e la capacità di definire il frame della campagna. Certo che le elezioni non si vincono senza una comunicazione efficace. Ma appropriarsi delle parole e dei temi berlusconiani, e provare a darne un’interpretazione di sinistra non è una strategia, è un suicidio.

Per cambiare rotta, gli strateghi del centro-sinistra potrebbero cominciare con l’andare al cinema. La visione di Silvio Forever è caldamente consigliata.

NOTE

1. Così Berlusconi, il 26 gennaio 1994: «L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti». Tredici anni dopo, Walter Veltroni apriva così il Manifesto dei Valori per il Pd: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia. Amiamo la ricca umanità della sua gente; il suo patrimonio ineguagliabile di storia, arte e cultura; l’intreccio di splendide città, di magnifici ambienti naturali e paesaggi che da secoli attrae viaggiatori stranieri».

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