[Questo articolo del 7 marzo 2011 è tratto dal sito di “Micromega”]

a cura di Emilio Carnevali e Luca Zamparelli

Dalla grande crisi del 2007-2008 all’esplosione del Tea Party, dalla riforma sanitaria di Obama al dibattito sui limiti del paradigma neoclassico nello studio dell’economia. Parla Duncan Foley: «Oggi mi posso considerare un economista solo in quanto sono un economista eterodosso. In genere quando si invecchia si diventa più conservatori, io divento sempre più radical»

Alla fine c’è pure Barack Obama, ma bisogna faticare non poco per trovarlo. Il suo volto fa capolino quasi timidamente dall’angolo dell’ultimo scaffale del settore Current Affaire della libreria Barnes & Nobles, al 369 della Avenue of America a Manhattan. L’edizione economica di The audace of hope è infatti letteralmente sommersa dalla marea dei titoli più o meno legati al grande revival conservatore che ha investito gli Stati Uniti nell’ultimo anno. Kevin Williamson, autore di The politically Incorrect Guide to Socialism, spiega con tanto di illustrazioni e schemi qual è la trama di fondo che tiene insieme la Corea del Nord, la nazionalizzazione dell’industria del petrolio attuata dal presidente Hugo Chavez in Venezuela e la riforma sanitaria di Obama (tema ripreso anche dall’ex presidente della Camera Newt Gingrich in To save America. Stopping Obama’s Secular-socialist machine). Jonah Goldberg, nel suo Liberal Fascism, introduce invece i suoi lettori nella «storia segreta della sinistra americana, da Mussolini [e Hilter, si spiegherà all’interno del volume, ndr] alla ‘politica del cambiamento’». Insomma, al primo presidente afroamericano degli Stati Uniti piovono addosso contemporaneamente le accuse di essere comunista e quelle di essere fascista.

Vanno fortissimo anche i libri di Glen Beck, il popolare commentatore politico della Fox News, e del neosenatore del Kentucky Rand Paul, autore di The Tea Party goes to Washington (con in copertina una cintura di cuoio che si stringe intorno alla cupola della Casa Bianca stritolandola). Si potrebbe anche sorridere di fronte a certa ridicola paccottiglia editoriale di stampo populistico, se non fosse che le tesi in essa contenute sono condivise da decine di milioni di americani, gli stessi che nelle urne hanno sancito la straordinaria vittoria dei repubblicani alle elezioni di mid-term di novembre. Una vittoria maturata dentro uno di quei paradossi che rendono la politica una faccenda spesso molto complicata: quello cioè di una protesta montata insieme al disagio per una crisi economica figlia delle politiche neoliberiste che ha finito per premiare le forze della destra repubblicana sostenitrice dello “stato minimo” e del liberismo più oltranzista. Per cercare di fare un po’ chiarezza fra questi piani spesso sovrapposti della propaganda e della realtà – e per districarci all’interno di una confusione dalla quale non è estraneo nemmeno il dibattito accademico – abbiamo incontrato Duncan Foley, docente di economia alla New School di New York e fra i maggiori esponenti del pensiero radical americano. Il professore ci ha ricevuto in una stanza dell’hotel Sheraton di Manahattan, dove si è svolto il consueto convegno annuale della Eastern Economic Association (25-27 febbraio 2001). Il convegno ha visto fra le altre cose il passaggio del testimone della presidenza dell’associazione dal premio Nobel Paul Krugman – noto al grande pubblico anche per la sua attività di editorialista del New York Times – allo stesso Foley.

L’interpretazione più diffusa nell’economia mainstream della crisi economica scoppiata nel 2007/2008 tende ad individuare l’origine di tutto nella deregolamentazione del sistema finanziario. Professore, è possibile secondo lei sviluppare una analisi più approfondita di ciò che è accaduto?
Si, certamente. Io credo sia un errore pensare che questa sia solamente una crisi finanziaria. Ovviamente il sistema finanziario ha contribuito in modo sostanziale alla degenerazione della situazione. Ma questa crisi è il risultato di una serie di problemi strutturali che si sono accumulati nel corso del tempo nell’economia americana e che ancora oggi non sono stati affrontati adeguatamente. Ecco perché lo spettro della crisi non è affatto scomparso dal nostro orizzonte. Se si guarda all’economia mondiale partendo grosso modo dal 1985 – cioè da quando il neoliberismo propagandato dal Washington Consensus (in particolare la liberalizzazione dei movimenti di capitale) è diventato la cornice entro la quale sono state costrette le relazioni economiche globali – si può notare che le crisi si sono susseguite con una certa regolarità. Brasile, Argentina, Messico, Russia, Indonesia, Corea, Thailandia: uno dopo l’altro tutti questi paesi sono stati investiti da crisi economiche caratterizzate da modalità di evoluzione sempre molto simili fra loro. In genere tutto comincia con un massiccio afflusso di capitali, fenomeno che produce diversi effetti. In primo luogo avvia un processo di deindustrializzazione riducendo considerevolmente gli occupati nel settore manifatturiero a seguito della drastica perdita di competitività prodotta dalla rivalutazione della moneta locale. In secondo luogo tende a sommergere di liquidità i mercati finanziari e ciò è spesso alla base di una impennata dei prezzi nel settore immobiliare. Questo schema può essere individuato in tutti gli esempi che ho appena menzionato. E quando la bolla immobiliare scoppia si verifica una crisi finanziaria, dal momento che quei sistemi finanziari sono troppo direttamente dipendenti dal mercato immobiliare. Si entra quindi in un’ultima fase caratterizzata da una brusca svalutazione della moneta. E così, dopo uno o due anni di assestamento nel corso dei quali la debolezza della valuta contribuisce a far riconquistare competitività al sistema, questi paesi riescono a riprendere il cammino della crescita. La crisi scoppiata negli Usa nel 2007-2008, nonostante abbia avuto per epicentro la più grande economia del mondo, ha attraversato anch’essa le stesse fasi di evoluzione. Il massiccio afflusso di capitali dalla Cina e dai paesi produttori ed esportatori di energia ha prodotto una iper-liquidità nel sistema finanziario americano. La spasmodica ricerca di sbocchi profittevoli per tutto questo denaro è stata alla base del grande boom del mercato immobiliare e dei problemi connessi ai mutui subprime, che certo sono legati alla scarsa regolamentazione finanziaria, ma che tuttavia non devono distogliere l’attenzione dai problemi strutturali. La vera differenza fra gli Stati Uniti e le piccole economie che ho citato prima consiste nel fatto che essendo il dollaro valuta di riserva internazionale la Federal Reserve e il governo americano non hanno alcuna possibilità di controllarne il valore. Debbono limitarsi a “subire” le decisioni che gli altri paesi operano sul valore della propria valuta in rapporto al dollaro. E questo spiega anche perché gli Usa sono stati così energici nel criticare la Cina e la sua politica di mantenimento dello yuan su livelli molto bassi rispetto al biglietto verde. L’aspetto interessante di questa crisi é che é stata molto rilevante negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa, ma non altrettanto nel resto del mondo. Paesi come Cina, India, Brasile e Russia hanno avuto inizialmente una caduta del tasso di crescita ma la loro ripresa é stata molto rapida e sostenuta, senza per altro far registrare problemi al sistema finanziario. È stata pertanto una crisi del centro del capitalismo mondiale, che ha sperimentato una stagnazione continuata, con i paesi della periferia europea afflitti anche da grandi problemi di bilancio. E non credo che questa situazione cambierà velocemente, a meno che gli squilibri che caratterizzano l’attuale struttura del capitalismo globale vengano corretti.

Una delle letture più diffuse della crisi da parte degli studiosi eterodossi rimanda agli squilibri della distribuzione del reddito e in particolare alla stagnazione dei salari del ceto medio americano che non sono cresciuti allo stesso ritmo della produttività. Ciò avrebbe prodotto, fra le altre cose, una marcata tendenza a rivolgersi al mercato finanziario e avrebbe anche contribuito alla sviluppo della bolla immobiliare. Lei non ha menzionato questo aspetto…
La globalizzazione e il neoliberismo – che sono andati mano nella mano negli ultimi decenni – sono stati le principali cause alla base della stagnazione dei salari negli Stati Uniti – e anche in Europa, sebbene lì da voi le cose non sono andate così male come da noi. Certamente il peggioramento della distribuzione del reddito – lo spostamento di ricchezza a vantaggio dei profitti, specialmente quelli di origine finanziaria, e a danno dei redditi da lavoro – ha contribuito all’instabilità macroeconomia. Fino a circa il 1985 i salari e i redditi familiari hanno svolto un ruolo che potremmo definire di “stabilizzatori automatici”: essendo essi una parte relativamente grande del reddito nazionale e tendendo a mantenere il loro livello anche durante le recessioni, contribuivano a sostenere la domanda. Con la globalizzazione tutto ciò è cambiato radicalmente. Ma è difficile dire se si possa stabilire una connessione diretta e lineare fra tali squilibri distributivi e la bolla immobiliare e la crisi finanziaria che sono scoppiate nel 2007-2008. È possibile immaginare che se il salario mediano negli Stati Uniti fosse stato il 15% o il 20 % più alto nel 2005-2006 i valori dei mercati immobiliari sarebbero stati più bassi? Io credo che la gente si sarebbe indebitata ancora di più in quel caso. In verità non ritengo davvero plausibile l’ipotesi di una connessione diretta. Ciò che si può senz’altro dire è che la politica economica dell’amministrazione Bush ha sostituito il vecchio keynesismo governativo con una sorta di “keynesisimo finanziario”. L’idea era che la Federal Reserve conservasse tassi di interesse molto bassi per inflazionare i prezzi degli asset finanziari e degli immobili e compensasse con questo “effetto ricchezza” il calo della domanda aggregata. Era tuttavia evidente che questa politica non fosse sostenibile.

Il dibattito politico statunitense appare dominato dalla clamorosa irruzione del Tea Party e della grande reazione che la destra repubblicana ha saputo contrapporre all’iniziativa politica di Obama. Quest’ultimo viene dipinto come un “pericoloso socialista” proprio mentre è costretto a fronteggiare critiche di segno del tutto contrario da parte della base democratica, che gli rimprovera in sostanza di aver tradito il suo programma con un’ eccessiva propensione al compromesso. Qual è il suo giudizio su questi primi due anni di amministrazione Obama?
Il tormentone sul “socialismo” di Obama è pura spazzatura populistica. Non ha nulla a che fare con i dati della realtà: è solo pessima propaganda. L’elezione di Obama è stato un avvenimento straordinario per la storia americana in virtù delle sue origini razziali. Ma se si guarda alle politiche concrete attuate da Obama noi possiamo definirlo un democratico centrista con forti legami con l’industria finanziaria e immobiliare. Lo stesso interesse che ha dimostrato di avere per la riforma sanitaria – che è stata uno dei passaggi più importanti dei suoi primi due anni di mandato – non si fondava su un desiderio di “socializzazione” dell’economia. La riforma ha rappresentato infatti un tentativo – assai disorganico e fondato su un’ impostazione di tipo privatistico – di fornire alcuni vantaggi della sanità universale a milioni di cittadini che prima erano completamente esclusi dal sistema assicurativo. Ma l’obiettivo di fondo che si prefiggeva era quello di ridurre l’immensa pressione che il welfare a carico dei datori di lavoro esercitava sui bilanci delle grandi corporation americane (la General Motors ad esempio era arrivata sull’orlo del fallimento e si è salvata solo grazie all’intervento statale). L’altro aspetto molto importante dei primi due anni di Obama alla Casa Bianca è costituito dalle politiche anti-recessione. Obama ha giustamente sostenuto la domanda aggregata come risposta alla devastante crisi economica scoppiata nel 2007-2008. Ma l’ha fatto dirottando una quota enorme di spesa pubblica a sostegno dell’industria finanziaria. E da qui è possibile comprendere il grande movimento di reazione che si è scatenato nei confronti della sua politica economica e che è culminato nella pesante sconfitta subita dal partito democratico nelle elezioni del novembre 2010. La gente crede che il sistema sia ormai “cotto” e non capisce per quale motivo è stato dato così tanto denaro pubblico al sistema finanziario e alle grandi banche, soprattutto dopo aver individuato nella finanza e nelle banche i principali responsabili della crisi. Sfortunatamente l’ondata di protesta non si è costruita su parole d’ordine di sinistra bensì introno a slogan populistici. Ed ha finito per favorire il grande ritorno della destra più estremista.

Se passiamo dal dibattito politico a quello accademico come vanno invece le cose? Almeno qui la crisi ha contribuito a mettere in discussione la trentennale egemonia delle teorie neoclassiche e neoliberiste e a favorire un maggiore pluralismo?
L’egemonia neoclassica è ancora molto forte. Ho appena ricevuto la mail di un collega italiano il quale mi ha raccontato che nel suo dipartimento le due principali riviste di Storia del pensiero economico sono state declassate dal livello A al livello D per le valutazioni dei lavori scientifici nelle assunzioni e nelle promozioni all’interno dell’università. Il che rende praticamente impossibile la carriera agli studiosi di Storia del pensiero economico, nonostante quello “storico” sia l’approccio più favorevole allo sviluppo di un punto di vista critico nello studio delle discipline economiche. Detto ciò negli ultimi venti anni si é potuta osservare una cronica insoddisfazione nei confronti del paradigma neoclassico in diversi ambiti intellettuali. Ad esempio il mondo finanziario paradossalmente non ama le teorie neoclassiche semplicemente perché le premesse intellettuali che sono alla base dell’economia finanziaria neoclassica sono sbagliate. E questa gente se ne rende conto quotidianamente nel corso del proprio business: le teorie neoclassiche ad esempio non credono che si possano fare soldi speculando sul mercato azionario o sul mercato di altre attività finanziarie, ma è evidente che non è così. Goldman Sacks e le altre grandi banche che speculano sui mercati finanziari lo sanno benissimo! Ma ci sono anche altri ambiti nei quali è grande l’insoddisfazione verso l’economia neoclassica. Gli psicologi ad esempio considerano le implicazioni di tali teorie in termini comportamentali e motivazionali in crescente contrapposizione con i risultati delle proprie ricerche. E un discorso analogo vale per gli studiosi di neuroscienze. I fisici credono che il modo di trattare i dati e le questioni econometriche da parte delle teorie neoclassiche sia assai povero, eccessivamente semplicistico e soprattutto sprovvisto di strumenti capaci di apportare correzioni mantenendosi all’interno del paradigma. Tuttavia, in generale, non mi sembra che la crisi abbia portato gli economisti neoclassici ad una riflessione critica sulla struttura analitica all’interno della quale lavorano.

All’inizio della sua carriera lei ha firmato degli importanti contributi nell’ambito della teoria dell’equilibrio economico generale. Come è avvenuto il suo allontanamento dal paradigma neoclassico?
È una questione complicata. Mi sono laureato in matematica, ma ero molto affascinato dall’applicazione degli strumenti statistici e matematici ai problemi economici. Quando sono andato a fare il dottorato a Yale sono venuto a contatto con la Cowles Foundation, che allora era al centro di un tentativo piuttosto sofisticato di sviluppare l’economia matematica, disciplina alla quale ho dedicato proprio la mia tesi di dottorato e i miei primi articoli scientifici. Poi sono intervenuti tre elementi che hanno contribuito a cambiare la mia rotta. Il primo è stato il mio grande interesse per la teoria della moneta, in particolare in relazione ai problemi macroeconomici. L’impossibilità di utilizzare la cornice dell’economia neoclassica per occuparmi del problema della moneta – qualsiasi tentativo che ho fatto si è rivelato presto fallimentare – mi ha spinto a rivolgermi altrove. Il secondo è stato il contesto storico. Erano gli anni della guerra del Vietnam e l’enorme distanza che potevo constatare fra gli astratti modelli della teoria dell’equilibrio economico generale e gli eventi sociali che scuotevano le nostre coscienze mi ha fatto desiderare una maggiore connessione fra gli argomenti dei miei studi e del mio insegnamento e la mia vita in senso più ampio. Fu allora che cominciai a leggere Marx e ad approfondire la storia del pensiero economico e la filosofia politica. Il terzo elemento è stato la profonda insoddisfazione verso il modo con il quale gli economisti trattano i dati, con il quale è costruita la relazione fra il lavoro empirico e la teoria. Da questo punto di vista l’economia neoclassica è viziata da difetti a mio avviso molto gravi. Questa insoddisfazione mi ha portato a esplorare i possibili contributi che potevano giungere allo studio dell’economia dalla teoria della termodinamica, dalla fisica e più in generale dalle discipline che si occupano di sistemi complessi. Senza il superamento dei presupposti dell’economia mainstream attraverso questo allargamento del mio orizzonte di ricerca probabilmente avrei abbandonato completamente lo studio dell’economia. Non avrei saputo mantenere vivo il mio interesse intellettuale per questa disciplina, mi sarei annoiato troppo. Oggi mi posso considerare un economista solo in quanto sono un economista eterodosso. In genere quando si invecchia si diventa più conservatori, io sembro diventare sempre più radical! Più passano gli anni e meno mi sento disponibile a fare compromessi con argomentazioni e un tipo di ricerca scientifica che considero fondamentalmente sbagliati.


Una Risposta a Più passa il tempo, più divento radical: intervista a Duncan Foley

  1. matteo ha detto:

    Foley è una mente straordinaria. Ha elaborato seriamente una serie di proposte inerenti alla teoria del valore ed all’economia post-walrasiana con un rigore ed una serietà che altrove nell’accademia “impegnata” sono considerati superflui perchè politicamente irrilevanti. Con il Santa Fe Institute promuove una serie di ricerche metodologiche all’avanguardia per quanto riguarda la relazione tra economia e scienze naturali e continua a dire la sua senza far concessioni a nessuno. Un vero peccato che la sua introduzione a Marx ed i suoi volumi sulla teoria della crescita non siano stati tradotti.

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