Marco Viscardi

In Italia i grandi avvenimenti generano mostri: il centocinquantesimo anniversario dell’unità italiana ne sta partorendo non pochi, fra questi Gioventù Ribelle: il programma di eventi messo in piedi dal Ministro della Gioventù che ha il suo culmine in un videogioco patriottico che ha suscitato grande perplessità prima ancora di vedere la luce, tanto che il lancio, previsto per il 17 Marzo, è stato rimandato a data da destinarsi. La descrizione del prodotto, che qui riportiamo con un rigoroso e filologico copia-e-incolla dal sito ufficiale, rende immediatamente il senso complessivo dell’operazione politico-culturale: “Il videogioco Gioventù Ribelle nasce con il duplice intento di celebrare l’eroismo e l’amor di Patria di giovani coraggiosi, il cui sangue e’ stato versato per unificare il nostro Paese, e di parlare ai giovani d’oggi con il loro linguaggio, che in parte e’ anche quello dei videogiochi”.

Tralasciando lo scarso rispetto per le norme ortografiche – non passa inosservato l’uso dell’apostrofo al posto dell’accento in un sito su cui appare il logo del Governo Italiano – colpiscono le scelte stilistiche del compilatore del sito che mescola con disinvoltura il truce sangue versato (che, magari, è un rimando foscoliano) con espressioni quali giovani d’oggi che, da almeno 30 anni, sembrava morta e sotterrata. Forse la generazione a cui appartengo, nata alla fine degli anni ’70, l’ha sentita solamente in documentari o film d’epoca.

Il videogioco, come è noto, è stato aspramente criticato dagli esperti del settore, e considerato fra i peggiori in assoluto. Basta cercare in rete per trovare molti articoli dedicati all’argomento. Ma al di là dei suoi limiti tecnici è il senso generale dell’operazione che vorremmo qui discutere, a partire dal nome. Se Gioventù richiama il calderone linguistico della destra italiana, fascista e post-fascista, dal missino Fronte della gioventù al più attuale Azione giovani, per non parlare di “Giovinezza giovinezza / primavera di bellezza”,  è davanti all’aggettivo ribelle che qualcosa non torna. Anche se assorbito da un certo immaginario destrorso, “ribelle” è una parola che va usata con cautela. Nelle mani del governo della nazione suona come una presa in giro, una gratuita offesa al vocabolario della lingua italiana. Su questo torneremo in seguito; per ora notiamo che mettere ad un avvenimento potente e contraddittorio come il Risorgimento l’etichetta di “ribellione” significa, implicitamente, svilirne la forza. Semmai il Risorgimento fu, o provò ad essere, una rivoluzione, ma siamo coscienti che chiamare il videogioco Gioventù rivoluzionaria sarebbe chiedere troppo al ministro Meloni.

Il plot col quale è chiamato a confrontarsi il giocatore è noto: nel 1870, un bersagliere incaricato dal suo comandante, il generale Cadorna, di recapitare a Pio IX l’intimazione di resa, si introduce nei giardini del Quirinale, sterminando ogni cosa si muova, per comunicare al Sommo Pontefice le decisioni del campo avverso.

La veridicità della ricostruzione storica è garantita dall’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, ma ugualmente nasce qualche dubbio davanti a una simile rappresentazione. Che credibilità avrebbe un messo che porta con sé la proposta di resa e che per consegnarla non solo penetra negli appartamenti privati del sovrano, ma per farlo ammazza una dopo l’altra tutte le sue guardie personali? Se, come avviene nella ricostruzione videoludica, qualcuno si fosse davvero presentato armato davanti al Romano Pontefice, immediatamente gli eserciti di tutti i paesi cattolici sarebbero scesi in Italia a sua difesa. E l’unità italiana si sarebbe sfasciata ancor prima di nascere.

Le incongruenze storiche non finiscono qui. Nell’ultima scena del trailer che presenta il videogioco vediamo uno stilizzato bersagliere tenere in mano una bandiera senza lo stemma sabaudo: il tricolore repubblicano come lo conosciamo tutti e che, dall’inizio degli anni 30, era stato adottato da Mazzini come simbolo della Giovine Italia. Insomma, per una svista,  il nostro anonimo bersagliere mentre marcia col regio esercito, porta con sé un vessillo della repubblica.

Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, piuttosto colpisce molto che il Ministro Meloni abbia scelto di prendere come sintesi dell’intero Risorgimento la breccia di Porta Pia, ovvero l’unico episodio avvenuto sotto la protezione del sovrano e la guida del governo e senza partecipazione popolare. Eppure il nostro Risorgimento, malgrado il ruolo determinante del conte di Cavour, è stato una stagione corale a cui hanno partecipato migliaia di persone (gli stessi Mille, alla fine della spedizione, si erano moltiplicati fino a diventare più di 20.000). Quindi se proprio si vuole realizzare un videogioco “risorgimentale” sono tanti gli spunti che possono essere sviluppati dai programmatori: le eroiche resistenze della Repubblica Romana e della Repubblica di San Marco nel 1849, le battaglie delle guerre d’indipendenza, la stessa spedizione dei Mille. Anche nello scenario urbano delle cinque giornate milanesi si sarebbero potute svolgere azioni appassionanti, sempre che, per compiacere gli alleati di governo, non si fosse ridotto tutto a un cyber Cattaneo sparatutto che va freddando crucchi e statalisti piemontesi alla ricerca di una mitica Lombardia federale. E forse è giunta l’ora di studiare l’elaborazione leghista del mito di Cattaneo, e di restituire al grande pensatore la sua dignità.

Proponendo ai giovani d’oggi un Risorgimento octroyé, gentilmente consesso dal sovrano, il Governo nasconde la grande partecipazione al moto di unità e indipendenza nazionale. Altro che protezione del Re e copertura politico-diplomatica, tutto o quasi tutto fu clandestino in quegli anni; chi si dedicava alla causa della patria si considerava morto per il resto della società, la sua diventava una missione assoluta che non accettava compromessi. Era questa la vita del ribelle.

Inutile nasconderlo, stentiamo a capire il senso che l’aggettivo “ribelle”  assume in questo contesto: dov’è la ribellione se non nel titolo? Vediamo, anzi vedremo quando finalmente uscirà, muoversi sullo schermo solo soldati regolari di contrapposti eserciti, dobbiamo dedurre che il ribelle è quello che esegue gli ordini? Ci troviamo davanti al paradosso di un rivoltoso che esegue gli ordini, senza discutere, senza chiedere ragioni, senza farsi domande. Appunto la ribellione dei militanti di destra negli anni ’70, degli aderenti al Fronte della gioventù o di quelli – per carità sono due cose ben differenti – che fecero parte dei gruppo armati. Fino alla ribellione delle camice nere e dei repubblichini, sempre agli ordini di qualcuno, sempre chiusi nei ranghi. Nello slittamento semantico dell’aggettivo “ribelle” si svela la cattiva fede della faccenda, il pericoloso modello che viene proposto ai giovani d’oggi, fatto di sangue versato, di Patrie con la p maiuscola, di forza muscolare e obbedienza ai superiori.

Una malinconia ci prende se pensiamo ai versi dell’Amore ribelle di Pietro Gori:  “All’amor tuo oh fanciulla / altro amor io preferia / è un Ideal l’amante mia / a cui detti braccio e cor.”.

Questo utopista fin de siècle non sapeva staccare il braccio dal cuore, l’azione dall’intelligenza, e sacrificava anche gli amori domestici, come i suoi padri avevano fatto a loro volta cantando Addio mia bella, addio. Il nostro Gioventù Ribelle sembra sorridere davanti a questo immaginario tardo-romantico. In primo piano sullo schermo c’è solo il braccio smembrato dal cuore e armato di carabina o chassepot, secondo le più tipiche modalità dello sparatutto.

La banalizzazione della storia italiana, della nostra storia, non si limita alle imperfezioni un po’  cialtronesche di questo gioco, c’è qualcosa che non va nell’idea stessa, al di là del singolo errore storico, che potrebbe essere giustificato qualora ci fosse in ballo un’idea seria. Oggi è quasi d’obbligo dire che i videogiochi hanno grandi possibilità didattiche se ben congegnati ed utilizzati, ma non è così. Davvero la complessità di un evento storico, le mille cause che l’hanno determinato e le molteplici conseguenze possono essere espresse da un gioco elettronico e per di più con finalità didattiche? La domanda è di difficile risposta, certo chi impara qualcosa non esegue gli ordini, semmai verifica, consulta fonti, compie azioni più complesse che sparare a stilizzate guardie del Papa. Ma in fondo la commistione fra didattica e videogioco è seccante anche per il fruitore che, nella sua attività ludica, non vuole essere distratto da una finalità altra. L’industria videoludica non soltanto ha, oramai da anni, un fatturato che supera quella del cinema hollywoodiano, ma soprattutto è una grande generatrice di narrazioni, e va trattata con rispetto anche per questo, seppure i suoi legami con l’industria delle armi non siano sempre chiari. Senza contare che il gioco affascina l’uomo da millenni perché non ha altro scopo che sé stesso. Da questo punto di vista il gioco per eccellenza è il Tetris, la costruzione di forma in continua evoluzione con combinazioni che, se il giocatore è bravo, possono anche durare all’infinito. Come la tessitura di una stoffa o di un racconto. Il gioco è una grande narrazione appunto, ma se caliamo nelle sue maglie le esigenze della storia non è detto che si facciano buoni incastri, anzi il rischio è ottenere una pessima storia e un pessimo gioco: questo anche in casi più felici di quello che stiamo trattando.

In conclusione dobbiamo notare che gli anniversari della nascita dello stato italiano sono stati veri e propri termometri dello stato di salute della nazione. Cento anni fa il giovane regno festeggiava il suo primo cinquantenario con la costruzione del Vittoriano. L’opera che, nel dizionario dei luoghi comuni, passa per esemplificazione del brutto, ma che ha qualcosa di affascinante, di arcaico, di eccessivo. Ed in questo è un perfetto monumento alla nazione italiana, con quella sua bianchezza difficile da mantenere, con le sue sproporzioni, le statue dagli atti assurdi, e le dorature finte degli affreschi.

Le nazioni, diceva Benedetto Croce, sono anche stati della coscienza, e quel pachiderma bianco messo al centro di Roma è la rappresentazione architettonica di uno stato della coscienza. Nel 1911 c’era un’Italia che voleva farsi ricordare, e ci sarebbe riuscita nel modo peggiore, con guerre, lutti e dittature, ma era un paese in cammino. Il Vittoriano insomma era, ed è, una grande, struggente,  narrazione. L’Italia del 2011, consapevole della propria insipienza, preferisce dileguare senza lasciare traccia di sé. E non è detto che sia un male.

Dicevamo prima che alcuni giochi, in teoria, possono durare all’infinito. Il gioco non ama concludere, ed in questo assomiglia alle grandi narrazioni del nostro Risorgimento, (Nievo, De Sanctis, Abba) che non si chiudono con un punto definitivo, ma rilanciano sempre il lavoro da terminare. Nei decenni in cui si combatteva la battaglia dell’unità e dell’indipendenza nazionale la storia era in cammino, alla fine di un “quadro” se ne apriva sempre un altro. Tempi beati in cui era impossibile l’ipotesi del game over.

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