di Enrico Donaggio e Diego Guzzi

L’uomo che parla dentro la gabbia di vetro si chiama Adolf Eichmann, il carnefice più vivisezionato e dibattuto della storia recente. Un emblema, un abbaglio o un luogo comune per chiunque cerchi di tracciare il profilo di un criminale moderno. È stato rapito l’11 maggio 1960, nel sobborgo di Buenos Aires dove viveva sotto falso nome, da agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano. Finalmente padroni di una terra, gli ebrei catturano un loro sterminatore per giustiziarlo. Non servirà a vendicare oltre cinque milioni di morti, ma il gesto segna una nuova epoca: le vittime cominciano a restituire il colpo. Il processo inizia l’11 aprile 1961. Esattamente cinquant’anni fa.

Eichmann era un pezzo grosso dell’establishment nazista. Dirigeva la sezione IV/B4 dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, una sorta di ministero dei trasporti funebri nell’ambito della «soluzione finale». Organizzava i treni per i Lager, curandosi della puntualità di partenze, arrivi e recapiti. Una mansione in cui dimostrava un talento notevole. Era inoltre un autentico specialista nelle trattative con i capi delle comunità ebraiche da «evacuare», nei negoziati su quantità e qualità della carne da macello. Le cose andavano però diversamente nelle occasioni in cui doveva controllare di persona gli effetti del proprio lavoro.

Qualche volta gli capitò di svolgere delle ispezioni, ma si scoprì troppo sensibile. A Chelmno, dove gli ebrei venivano asfissiati nei camion, gli proposero di assistere attraverso uno spioncino. L’idea lo sconvolse e preferì declinare l’invito. A Treblinka vide una colonna di uomini in fila, in attesa di entrare nella camera a gas, e non volle avvicinarsi. Fu preso dalla nausea e le gambe cominciarono a tremare. In fondo era un soldato, non un assassino; un funzionario di partito, mica un killer: una forma di sdoppiamento non insolita per un individuo moderno.

La divisione del lavoro è un dispositivo stupefacente. Specializzati o confinati in un settore circoscritto, si perde di vista non soltanto il quadro complessivo, ma anche lembi considerevoli di personalità morale. Più aumenta la distanza dal prodotto finito – poco importa se un bullone, i costi umani di una ristrutturazione aziendale o una catasta di cadaveri – meno si distinguono le ricadute, e dunque le responsabilità, del proprio agire. Insieme al loro eventuale accordo con i principi che dovrebbero di norma orientare la coscienza. I capitalisti non sono gli unici a trarre profitto da questo dissidio tra tecnica ed etica, lavoro e vita buona. Anche militari, burocrati e politici ne ricavano sostanziosi dividendi, come prova eloquentemente il caso del Terzo Reich.

Dall’addetto agli scambi di una stazione secondaria lungo la linea per un Lager al sommo dirigente dell’ufficio deputato al trasporto degli ebrei, chiunque – volendo – poteva equiparare la propria mansione al moto inerte della rotella di un ingranaggio. Immaginarsi cioè, durante l’orario di lavoro, come l’elemento neutro di un meccanismo autonomo e difficile da arrestare. Qualcosa di totalmente distinto dall’uomo che, smessa l’uniforme, avrebbe cominciato a essere se stesso.

Una linea di condotta quanto mai conveniente da seguire se, nella vita come nella carriera, conta più tirare avanti che fermarsi a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Infatti, il distacco tra identità personale e professionale cagionato dalla divisione del lavoro – che in taluni casi giunge alla metamorfosi completa di sé in una cosa – può sì venire esclusivamente ascritto agli imperativi del sistema o della situazione in cui ci si trova inseriti. Ma è pur sempre l’esito di una serie di scelte in bilico tra opacità e opportunismo: il risultato di una combinazione di sì e no, pronunciati o zittiti, che si cristallizzano in sedimenti di compattezza letale.

Non a caso, questa scissione più o meno consapevole tra adattamento e risolutezza, esonero e responsabilità, ispira anche la strategia difensiva dietro a cui si trincerano soldati, funzionari e manager di ogni tempo e bandiera. Nel momento in cui vengono obbligati a rispondere a un’istanza meno labile della loro coscienza, invocano immancabilmente il dovere di obbedire: eseguire sempre e comunque gli ordini impartiti dai superiori o dalla fatale coazione del contesto.

http://www.youtube.com/watch?v=n2ENmmqIhyk&feature=related

<da 2.56 a 5.42>

Una via di fuga che pure Eichmann, nel suo ufficio di Berlino, come nell’aula di Gerusalemme, tentò di imboccare. Da un punto di vista materiale, infatti, poteva sostenere a ragione che il suo incarico non contemplava sangue né odio. Non aveva mai ucciso o fatto uccidere; né era stato travolto da sentimenti ostili nei confronti degli ebrei. Un comandante e un funzionario modello, ligio alle direttive e alla disciplina, attento solo a che nulla turbasse l’oliato scorrere della sua esistenza. Così appariva ai propri occhi, così sperava l’avrebbe visto la giuria. Esattamente qui, tuttavia, iniziano i problemi.

Per giudicare la natura e le azioni di Eichmann, la loro presunta normalità, bisogna considerare lo scenario in cui l’ufficiale tedesco viveva o recitava la propria parte. Tenere cioè fisse in mente le merci speciali che recapitava con indifferente solerzia. I bambini nel Lager, anzitutto. Poi i vecchi e le donne. Moltiplicare quindi per alcuni milioni di vittime questi ineseguibili esercizi di immaginazione. E porsi infine la domanda: è possibile rendersi colpevoli di tali atrocità – pur con l’alibi degli svariati gradi di mediazione che la divisione del lavoro nazista implicava – senza accampare nemmeno l’attenuante di qualche livida passione? Credendo di svolgere un mestiere come un altro, tra zelo e routine, noia e carriera?

Il fatto che spesso siano proprio i carnefici a chiederselo, con l’aria intontita e confusa di chi è stato troppo chino a esaminare orari ferroviari o tabelle contabili, mette freddo alle ossa. E scatena quella voglia di capire che incendiò il caso Eichmann, facendone il momento d’avvio di un modo inatteso di spiegare la «banalità del male», un fenomeno morale e politico su cui tanto, a ragione o a sproposito, si è speculato negli ultimi cinquant’anni.

Una Risposta a La lezione di Gerusalemme. A cinquant’anni dal processo Eichmann

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