Vermondo Brugnatelli

Nello stesso momento in cui migliaia di libici si stanno facendo massacrare, in nome della libertà, da un dittatore folle e sanguinario, un articolo di fondo di Piero Ostellino sul «Corriere della Sera» (9 marzo 2011) sottoscrive la poco profetica frase di Oriana Fallaci secondo cui quella islamica è una «civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà».

Difficile trovare un esempio più lampante di paraocchi ideologici. Nel nostro caso, quella che acceca Ostellino è la versione moderna dell’«orientalismo» descritto da Edward W. Said, l’ideologia funzionale all’imperialismo occidentale, secondo la quale l’Oriente (e quello mitico comprende anche l’Occidente islamico) sarebbe atavicamente restio a ogni cambiamento e comunque indolentemente propenso ad accontentarsi di ogni dispotismo.

Il caso di Ostellino è forse il più emblematico, ma non è isolato. In questi giorni, dopo la figura meschina fatta da tanti analisti di vicende internazionali che non avevano previsto nulla di ciò che è accaduto, e nell’incalzare degli eventi che scuotono il Nordafrica e valicano il Mediterraneo, il mondo sente la necessità di «capire», di elaborare e, per quanto possibile, di inserire negli schemi mentali esistenti tutte queste novità inattese e sconcertanti. E gli «esperti» si affannano a fornire analisi che si vogliono «oggettive» ma non sono altro che «rappresentazioni» in cui non è difficile cogliere le più o meno inconfessate «volontà» che vi stanno dietro.

Invitato a fornire un punto di vista sull’argomento, ritengo onesto avvertire prima di tutto il lettore che anche la mia esposizione, per quanto basata su una certa conoscenza di dati reali, è comunque sicuramente parziale sia per la settorialità delle mie fonti (ho consuetudine più con lingue, culture e gente comune del Nordafrica che non con imprenditoria e dirigenza di questi paesi), sia per un coinvolgimento emotivo forse poco «scientifico», ma innegabile, per quanto io mi sforzi di lasciarlo sullo sfondo.

Conscio delle molte limitazioni che si oppongono a una costruzione teorica coerente e globale, proverò a passare in rassegna alcune idee che mi sono fatto su alcuni punti.

Innanzitutto, quello che sento di poter affermare è che molti dei fantasmi che si sono agitati in questi giorni sono semplici spauracchi, fatti balenare consapevolmente da chi aveva interesse a mantenere le cose come stavano, e che molto probabilmente i fatti si incaricheranno di rivelarne l’inconsistenza. Ne cito i principali:

Rotta la diga Gheddafi, l’Europa sarà invasa da orde di immigrati;

Un nuovo regime in Libia sarà una potente base di potere di Al Qaeda;

Quello che prevarrà sarà un tribalismo caratterizzato da anarchia permanente; si instaurerà una guerra civile, con destabilizzazione dell’intero Mediterraneo.

Anche prima che la contestazione al regime di Gheddafi divenisse una vera rivoluzione, questi argomenti circolavano o erano comunque tenuti sullo sfondo di ogni dibattito sulla Libia e sugli altri paesi del Nordafrica, costituendo la base del «ricatto» con cui si giustificava l’indifferenza della diplomazia europea di fronte a regimi dispotici in nome di una «stabilità», cara a governi e multinazionali.

Sono però persuaso che anche con i nuovi governi che usciranno da questi rivolgimenti, questi scenari apocalittici non si avvereranno.

Sulla reale consistenza dei flussi migratori che potrebbero investire l’Europa, le cifre bibliche agitate da Gheddafi come una minaccia e riprese e amplificate dai ministri leghisti sono sicuramente gonfiate ad arte. Soprattutto se alla gente di questi paesi verrà data qualche prospettiva di un futuro dignitoso in patria, non solo in senso «materiale» ma anche nel senso di maggiori libertà individuali e fine di un regime poliziesco e corrotto. Sono i regimi al potere che, soffocando sul nascere qualunque speranza, fanno sì che tanti giovani in quei paesi non sognino altro che andare via.

Quanto alla ventata integralista, fin qui non s’è vista. Anche se qualche slogan fa riferimento alla religione, si tratta perlopiù solo di giudizi morali contro la corruzione e l’ingiustizia, ma da nessuna parte la leadership della protesta è in mano a gente che vorrebbe instaurare la sharia. Conosco personalmente diversi libici coinvolti nella ribellione e tutti mi confermano che si tratta di un’ennesima fola del rais.

Vorrei soffermarmi un po’ sul terzo degli spauracchi sopra citati: quello del «tribalismo», tanto più temuto in quanto fa allusione a realtà del tutto ignote agli europei. Anche se si tratta di un dittatore pazzo e sanguinario, Gheddafi, si dice, saprebbe «governare» un paese (si è visto…), ma se lui cade rimarrà un paese diviso in tribù, con gravissimi rischi per la «stabilità».

Ai profeti di sventura che si spaventano per la parola «tribù», che evoca selvaggi con l’ossicino nel naso e un esploratore bianco nel pentolone, vale la pena ricordare che in realtà questo termine allude semplicemente a un tipo di aggregazione umana che, per quanto oggi inconsueto nel panorama politico mondiale, è tutt’altro che «primitivo» e «pericoloso». Le sue caratteristiche principali sono due, entrambe, a mio avviso, positive: da una parte, la tribù offre ai suoi membri una «identità» molto ben caratterizzata, con una storia spesso secolare e un legame di solidarietà forte e spontaneo tra i suoi membri; dall’altra, i «capi» delle tribù sono in stretto contatto con i membri della comunità, che ne controllano passo per passo l’operato e possono realmente condizionarne l’azione giorno per giorno e non solo alle «scadenze elettorali». Aggiungerò che non di rado le tribù hanno legami tra loro nell’ambito di «confederazioni di tribù», a livelli di crescente complessità, legami che a volte, soprattutto in casi di risposte a minacce globali, possono comprendere anche la totalità delle tribù di un paese o di una regione (si vedano per esempio le guerre a comando unificato delle tribù della Cabilia contro i francesi nel 1857 e 1871, o quella della Libia contro gli italiani durante il periodo coloniale).

In termini federalistici (intendo il federalismo di Ventotene, non quello di Pontida), la tribù può essere intesa come quella «nazionalità spontanea» che Mario Albertini poneva come entità di base per l’organizzazione federale di uno Stato che deleghi ai livelli superiori solo le competenze indispensabili a tali livelli.

La sola incognita è il grado di unità conseguibile dallo Stato libico una volta deposto il tiranno, ma anche su questo punto credo che i profeti di sventura siano troppo pessimisti: l’insurrezione cui assistiamo non è nata per caso da masse accecate dal fanatismo, ma è stata evidentemente preparata con cura proprio dagli esponenti dei diversi villaggi e delle diverse tribù che hanno saputo concentrare le loro energie in uno sforzo unitario veramente rimarchevole. E la lotta uniti contro il dittatore sta creando un legame ideale a livello dell’intero paese. Se sono riusciti a levare la testa contro un potere così spietato, perché non dovrebbero riuscire anche ad autogovernarsi?

Se la cosa sembra troppo irrealistica, porterò un esempio concreto. In un recente passato, poco meno di dieci anni fa, una sollevazione popolare sostanzialmente analoga a quella che si è sviluppata in questi mesi in Tunisia, Egitto e Libia coinvolse l’Algeria. Anche lì massicce manifestazioni popolari assediarono a mani nude caserme da cui i gendarmi rispondevano sparando e uccidendo più di 100 dimostranti. Anche lì ci fu una manifestazione di dimensioni immense, con più di un milione di persone ad Algeri il 14 giugno 2001. E nel silenzio assordante dei media occidentali, timorosi di nuocere alla «stabilità» di quel paese, la sola cosa che permise di fermare lo spargimento di sangue e di impostare trattative col governo fu la costituzione di un coordinamento degli aarch, le storiche confederazioni delle tribù cabile, che incanalarono azioni e rivendicazioni dei singoli villaggi, con una gestione di tipo assembleare estremamente democratica. Un bell’esempio di democrazia «dal basso» colpevolmente ignorato e lasciato languire in uno sterile confronto col potere algerino (che è tuttora saldamente in sella…).

Per concludere con uno sguardo al futuro, mi sembra utile fare due considerazioni finali, una purtroppo negativa e una invece positiva.

Dal punto di vista negativo, osservo che il modo spietato e sanguinario con cui Gheddafi ha rifiutato di farsi da parte nonostante la vastità delle manifestazioni di malcontento ha introdotto un elemento di militarizzazione del conflitto e di radicamento della violenza che non può non preoccupare. Dovunque si sia dovuto far ricorso troppo a lungo alla violenza militare per piegare all’ineluttabile un potere non disposto a seguire il corso della storia (penso alla guerra di Algeria o al conflitto israelo-palestinese), è stato poi difficile se non impossibile far nascere Stati democratici e non affetti da endemica ed esagerata violenza. Dichiarando guerra al suo popolo, Gheddafi non ha solo scelto di combatterlo nell’immediato, ma ha anche deciso di lasciargli il frutto avvelenato della violenza per guastare a lungo il suo avvenire.

In positivo sottolineo invece un aspetto che potrà apparire romantico ma che mi sembra da non trascurare: lo spirito di unità e amicizia che queste sollevazioni contemporanee in Tunisia, Egitto e Libia hanno creato nelle popolazioni all’interno dei singoli paesi e a livello dell’intero Nordafrica. Al di là della vuota retorica, nei discorsi che vedo fare tra appartenenti a tutti e tre questi paesi si nota che la comunanza di impegno e sofferenze affrontate per il conseguimento di un comune ideale di libertà dalle dittature ha veramente affratellato popoli che fino a ieri, oppressi ciascuno da un diverso tiranno, condividevano diffidenze reciproche artatamente coltivate dai sistemi al potere. E questa è una constatazione che, al momento di pensare il futuro del nuovo Nordafrica, induce anche la ragione, e non solo la volontà, all’ottimismo.

6 Risposte a La Libia come volontà e rappresentazione

  1. Roberto Marchesi ha detto:

    Caro Vermondo
    la tua analisi della situazione e delle prospettive in Libia e’ certamente piu’ credibile di molte altre che circolano e che portano firme prestigiose … che sono pero’ prestigiose piu’ per obbedienza che per correttezza di analisi. Comunque, almeno per quanto riguarda i miei connazionali (Americani), e’ chiaro che il risultato della rivoluzione Iraniana e’ visto in America, sia dai democratici che dai repubblicani, come un fantasma assolutamente da scongiurare e, per quanto si possa e si debba dubitare sulla sincera spinta (dei paesi contro Gheddafi) verso la democratizzazione dei paesi dell’area nord-africana e medio-orientale, rimane sullo sfondo questo problema a cui non sembri dare adegauato peso. Cioe’ pensi davvero che il rischio non sia reale, o pensi che sarebbe il minore dei mali? (In questo caso pero’ daresti ragione alla titubanza delle potenze che vedono la cosa come una minaccia ai propri interessi nell’area).
    Saluti dal Texas – Roberto Marchesi

  2. ezio bindi ha detto:

    la Mi par di capire che la Nato,frenando
    ‘azione aerea contro le forze di Gheddaf
    abbia perso l’occasione di stabilire in ibia una democrazia. Sedacondo me, semplice uomo della strada, se gi insorti saranno sconfitti assisteremo ad una fuga massiccia vErso l’Itaia per non venire massacrati da dittatore. Una parte degli sconfitti abbraccErà i terrorismo di AlQaeda. Staremo a vedere.

  3. Stefano ha detto:

    E se quelle migliaia di giovani che voi credete combattere per la libertà fossero delle carogne naziste? Intanto guardate questo filmato sulle torture che infliggono (tutto, fino in fondo, visto che voi ammirate i ribelli): http://etleboro.it/video.php?id=95352. Poi guardate anche questo filmato, dal quale si evince che giustiziano senza pietà né processo i poveri soldati libici: http://www.ipharra.org/article-libia-rivoltosi-giustiziano-soldati-69310979.html .
    Per me la vicenda Libia è un caso in cui la sinistra ha preso un abbaglio. Può succedere. Ma questa volta si tratta di abbaglio nazista-imperialista. Vi ho scritto una lettera. Se vi interessa la trovate qua: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2965 .
    Stefano

    • Vermondo ha detto:

      Non so se tutti quelli che si battono contro Gheddafi siano mossi da sincera voglia di libertà. So per certo che non tutti sono delle “carogne naziste” e che molti sono sinceri democratici e non si sognerebbero mai di comportarsi come quelli che mostrano i tuoi filmati.

      Sui quali peraltro ho qualche dubbio. In particolare, quelli che mangiano il cane morto sembrano essere nelle mani non dei combattenti per la libertà ma proprio delle milizie di Gheddafi: tutta gente in divisa, in gran parte di pelle nera che tradisce un’origine subsahariana; non mi sembrano il prototipo dei rivoluzionari, di solito privi di una vera divisa e perlopiù “indigeni”. E, onestamente, ho visto molti (ma molti!) altri video relativi ad atrocità del gruppo di Gheddafi che sono anche peggio di quello visto nel filmato, oltretutto non perpetrate contro “poveri soldati” (sic! le forze di G sono in realtà mercenari ben pagati) bensì contro città inermi e popolazione civile. Mi sono informato, e sembra si tratti di un video su riti di “iniziazione” delle reclute (“nonnismo”) che già circolava prima della presente rivolta. In effetti, guardando bene, si osserva che molti prigionieri ridono e scherzano mentre baciano il muso di cane, come se fossero, in fondo, consapevoli che si tratta di una goliardata, per quanto repugnante.

      Comunque sia, anche ammettendo che atrocità si finiscano per perpetrare su entrambi i fronti (a questo alludevo parlando dei pericoli dell’insensata militarizzazione che Gheddafi ha voluto imporre), è troppo comodo sparare insulti e belle analisi pacifist-marxiste da una comoda scrivania qua in Italia, mentre laggiù la gente si becca le cannonate in testa. E puoi fare tutte le contorsioni ideologiche che vuoi per farcelo apparire un eroe del marxismo-leninismo, ma Gheddafi è e resta un pazzo sanguinario. Se qualcuno ha idee migliori su come eliminarlo, si accomodi, ma non pretenda di imporlo ad un popolo che già lo sopporta da oltre quarant’anni.

      Vermondo

  4. […] dai blog italiani sono stati quelli dell’esperto di linga berbera Vermondo Brugnatelli su alfabeta2, che si interroga in particolare sul problema di un tribalismo unito per il dopo-Gheddafi, quindi […]

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