Andrea Liberovici

Un palcoscenco distrutto. Senza sipario. E’ chiaramente un luogo abbandonato da molti anni, incuria, erbacce, pozzanghere. Un grande buco sul fondo della parete scrostata va verso l’alto, come una ferita. E’ una ferita da cui scendono rivoli d’umidità e gocce d’acqua e cala un groviglio di tubi sventrati. Dal buco partono due passerelle elevate, come se fossero un ponteggio abbandonato, e che tagliano la scena in due venendo verso il proscenio. Sul palcoscenico, sulla destra un lettino d’ospedale e delle vecchie sedie sparse. Una botola collega al soppalco, in proscenio.

Scena 4 – Luce

Generale, un uomo corpulento

Bolla, un ragazzo magro

G: (Seduto sulla sedia come all’inizio, spalle al pubblico, tra sé. Solo. Non si accorge che Bolla non c’è) La notte dei cristalli… infranti… non la poteva prevedere nessuno. E non è stata certo nostra responsabilità. (Pausa) Tu non ti sei accorto di nulla. Eri sotto. Ma quando sono esplosi i satelliti, si sono spente tutte le televisioni… i telefoni… le connessioni del pianeta… in quel momento preciso, in cui tutto si è azzerato, ho capito la vera portata del nostro lavoro… e la sua fragilità. Non che non ne fossi consapevole ma è stata la reazione che mi ha colto impreparato. Quando la notte è diventata notte… ovviamente ci siamo persi per le strade. Chi tremava… chi guardava in alto, chi spaccava le vetrine dei supermercati… ma in modo goffo… non quelle retoriche da film sull’apocalisse… no, no… per paradosso, la vera tragedia non era nel disastro che si stava consumando, ma nell’incapacità di gestirlo. Nel giro di poco le bestie si sono risvegliate, ma non più al grado zero dell’evoluzione…  a un grado intermedio. Classe media con i crick in mano pronta a sfasciarti il cranio… semplici impiegati che ti accoltellavano alla schiena sì… ma con gentilezza, in modo timido, patetico, balbettante, quasi servile, con il sorriso addolorato del becchino… senza la nobile ferocia dell’animale, come a chiederti scusa… antropofagi educati… una clonazione fra un gatto che fa le fusa e un cane lupo della Gestapo. (Pausa) Le bestie, quelle vere, come gli stormi di rondini… cadevano dal cielo… tutte insieme… dignitosamente… con un suono di grandine. (Pausa) Perché? (Pausa. Si accorge che Bolla non c’è) Dove sei? (Lo cerca per il palcoscenico) Lo so che sei qua, ti sento dall’odore. (Si apre la botola, al centro della scena. Da dentro la botola arriva un fascio di luce)

B: (Da sotto la botola) Sono nel buco.

G: Esci dal buco. Subito.

B: (Da sotto, muovendosi) L’ho già fatto una volta con mia madre, non mi sono trovato un granché bene.

G: (Urlando) È  un ordine!

Pausa. Bolla da sotto lancia  un urlo lacerante. Pausa

G: (Si avvicina alla botola) Bolla.

B: Aiuto… (Sottovoce concitato) Per favore aiuto. (Pausa) Perché non me l’ha detto? Lei sa cosa c’è qua sotto.

G: Sì che lo so. Cianfusaglie, stracci… niente da mangiare…

B: No, no, allora lei non sa cosa c’è qua sotto.

G: Spiegati.

B: Ci sono due scheletri qui… in piedi… come due manichini… vestiti di tutto punto… alla moda. Un uomo e una donna… sì dai vestiti mi sa che erano due giovani molto ricchi… lei è elegantissima… di quell’abbigliamento giovane che costava una fortuna… aspetti un attimo… c’è una borsetta qui per terra… la apro… è piena di pupazzetti, peluche, tre telefonini… cinque tessere per diversi centri benessere, fitness… una trusse per il trucco… c’è una foto… sì, c’è anche una foto qui… una tesserina plastificata con la foto… aspetti, aspetti… in fondo ci sono scritti i suoi dati… dovrebbe avere circa trent’anni adesso… nome, cognome e ruolo: centralinista a termine alla World Connecting e qualche cosa Call Center. (Pausa) Era una centralinista… una centralinista ricca…  (Pausa) Anche lui è vestito bene… con delle grandi scarpe quadrate… l’ossatura è grossa… dev’essere stato uno… ah ecco sì, nel suo portafoglio c’è la tessera di una palestra, anche lui centro benessere con appuntamento per la depilazione integrale… e un pass per entrare ai mercati generali come scaricatore.

G: (Ride) Vai avanti voglio vedere dove arrivi.

B: Che strano… all’epoca del mondo i veri ricchi,  i suoi amici potenti,  facevano i trasandati… avevano la faccia della normalità… senza più giacche e cravatte… con maglioncini di cachemire leggermente lisi e con un modo di parlare semplice… come se facessero di tutto per nascondere il loro potere… mentre la stramaggioranza delle persone gli puliva il culo, in un modo o nell’altro… come delle vere e proprie badanti… ma eleganti,  accessoriati come delle macchine da corsa… senza un soldo in tasca.

G: Allora? Cosa vuoi dire?

B: Che la rimozione della lotta di classe aveva prodotto un mondo di mostri. (Esce dalla botola a mezzo busto con una maschera da gatto sulla faccia)

G: (Senza scomporsi) Ti prego ripeti, non ci posso credere… cosa hai detto? “la rimozione della…”

B: (Ripete meccanicamente a memoria) La rimozione forzata della lotta di classe aveva prodotto un mondo…

G: (Interrompendolo. Guardando in alto) Dio onnipotente dove sei? (Prende una sedia e ci sale in piedi. Con le braccia al cielo) Ma allora esisti… fatti toccare ti prego… lo so che sei qua… “Lotta di classe”… ma è meraviglioso … ma grazie… chi l’avrebbe mai detto… la Storia… l’Antichità… che vengono a trovarci in tutto il loro splendore qui, in questo buco per topi… (Verso Bolla che spunta con la maschera dal buco) e dimmi, dimmi e tu cosa ne sai? Spiegamela meglio ti prego… fammi sognare.

B: L’ho letta su un muro.

G: Un muro?… un sito archeologico?

B: Un cesso… il muro di un cesso pubblico… antico.

G: E che idea ti sei fatto?

B: Mmm?

G: Della “lotta di classe“

B: Nessuna… però subito sotto la scritta c’era segnato un numero: 33.586… quello si mi ha fatto pensare.

G: A cosa?

B: Non so se si riferiva a quell’ Amministratore Delegato che fra stipendio e stock option prendeva circa 33.000 volte più di un suo operario, oppure se quel numero si riferiva ai suicidi in fabbrica.

G: Era un genio della modernità!

B: Se lo ricorda quel contratto nazionale in cui si obbligavano gli operai a firmare l’impegno di non suicidarsi?

G: Legittima tutela dell’impresa.

B: Mi sono sempre chiesto: ma se uno poi si fosse ucciso… cosa facevano? Mettevano il cadavere in galera?

G: (Salta giù dalla sedia e gli si avventa contro. Bolla sparisce nel buco con la maschera addosso. Il Generale, urlando) Vieni qua se hai il coraggio, che ci facciamo un po’ di lotta di classe, io e te, e vediamo chi ne esce vivo. (Guarda nel buco vuoto. Chiude la botola, poi prende la seggiola e ce la mette sopra e si siede, come a voler impedire a Bolla di uscire. Fra sé) Lotta di classe… ma guarda cosa dovevo sentire… (A Bolla) I tuoi antenati si sono fatti fottere il copyright… noi abbiamo fatto la vera lotta di classe… ma al contrario: rovesciando le classi. E ci siete cascati tutti. (Si piega sulla seggiola e bussa alla botola) Ti ricordo che l’Unione Sovietica è stata presa con due scatoloni di calze di nylon e qualche spicciolo. […]

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