Nicola Perugini

Un carissimo amico mi scrive chiedendomi: “Tu che stai in Palestina sei in un punto di osservazione privilegiato. Chi meglio di te, da lì, potrebbe scrivere qualcosa su quello che sta succedendo in Egitto e nel resto del mondo arabo?”. Scrivere di Egitto, di Tunisia, di Libia, proprio da qua, dalla Palestina, è forse una delle cose più difficili e incentivate per chi si interessa di “mondo arabo”. Di geopolitica non voglio intender(men)e, quindi non resta che sottoporre al mio cannocchiale pochi significativi passaggi palestinesi legati a eventi già saturi di racconti come quelli del “mondo arabo in ebollizione”.

In queste ultime settimane alcune manifestazioni di supporto alla rivolta egiziana e a quella tunisina si sono succedute in varie località della Cisgiordania: a Ramallah in primis, ma anche nella Striscia di Gaza. Con un gruppo composto in gran parte da giovani, palestinesi e stranieri che vivono in Cisgiordania, siamo scesi per le strade per mescolarci in raduni organizzati principalmente su facebook, attraverso scambi di messaggi o chiamate al cellulare dell’ultimo momento: nessuna bandiera di partito, tanta voglia di sentirsi parte di un’idea comune che da queste parti sembra sempre più spegnersi per lasciare spazio a un continuo processo di spaccatura e frammentazione interna, eterodiretta e autoprodotta allo stesso tempo. Fanon docet.

La prima manifestazione di fronte all’ambasciata egiziana è stata fatta sciogliere dalle forze di polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese che, forse forti del sostegno del Presidente Abu Mazen (tra i primi a manifestare il proprio appoggio a Mubarak, insieme al suo nemico-amico Netanyahu e a Silvio Berlusconi, che dopo ha fatto il bis con Gheddafi) ha avuto compito facile di fronte a soli trenta manifestanti. Nella seconda occasione eravamo qualche centinaia in quella Piazza Al Manara che a lungo è stato teatro di raduni politici anti-occupazione. In uno spazio che per decenni ha rappresentato un simbolo di resistenza, ci siamo trovati di fronte alla ormai non più insospettabile repressione delle forze di polizia palestinesi, che armate di rabbia e bastoni ci hanno disperso per le strade del centro della città.

La terza manifestazione ha visto la partecipazione di oltre un migliaio di persone, molti giovani, ma anche tante facce note di una sinistra palestinese lontana dai partiti e disillusa rispetto a una possibile via negoziale alle pace (o meglio pacificazione). Bandiere tunisine, bandiere egiziane, canti. La voce dominante recitava: “Il popolo vuole la fine della divisione” [riferendosi a quella interna, tra Fatah e Hamas], sullo stesso ritmo del canto egiziano “Il popolo vuole la fine del regime”. Alla fine della manifestazione un gruppo di manifestanti di Fatah cerca di irrompere nella manifestazione. In realtà non erano semplici manifestanti. Molti di loro erano membri dei servizi segreti e delle forze speciali palestinesi (le stesse che da anni stanno torturando gli oppositori dell’ANP) formate dalle polizie europee qui in Cisgiordania. Hanno creato un varco nella folla, cantando e inneggiando al Presidente Abu Mazen, poi hanno portato via un paio di manifestanti, trascinati via a forza verso la caserma più vicina (la stessa in cui varie organizzazioni locali e internazionali hanno registrato vari episodi di tortura). Sembra che a loro la spaccatura interna piaccia e serva.

Una quarta manifestazione, sull’onda di quelle precedenti, con alcune migliaia di partecipanti, ha avuto luogo a qualche giorno di distanza dalla caduta di Mubarak. Scopo dichiarato della manifestazione era “la fine della divisione interna”, senza più riferimento esplicito all’Egitto, alla Tunisia, alla Libia, allo Yemen o al Barhein. Forse tutti hanno capito che riferimenti espliciti a regimi con cui l’Autorità Nazionale Palestinese ha mantenuto o mantiene rapporti diplomatici tra il complice e il cordiale non conviene di questi tempi. Meglio lasciare sfumato il rapporto tra il dentro e il fuori. Meglio concentrarsi sul dentro. Ma in realtà il problema è che il dentro è come il fuori. Il dentro della Palestina ha un rapporto sempre più forte con Israele. ANP e Israele sembrano in conflitto ma non lo sono. ANP e Egitto Mubarakiano sono andati sempre a braccetto, così come Egitto Mubarakiano e Israele. Colonialismo israeliano, repressione interna palestinese, supporto egiziano, giordano, europeo e di altri “insospettabili” paesi arabi costituiscono ormai una macchina complessa ma fatta di interconnessioni che affiorano, si nascondono e riaffiorano costantemente. Parlare di dentro e fuori fa davvero venire il sorriso. Non si sta parlando di teorie del complotto, ma di nervature che ormai molti media, studiosi, attivisti e giornalisti hanno descritto e analizzato. Nervature che le insurrezioni delle ultime settimane hanno scoperto (di qui le preoccupazioni geostrategiche e le difficoltà di posizionamento di molti).

Il mio punto di vista dalla Palestina si riassume nell’“errore” del tutto volontario che ho commesso mentre cantavo per le strade di Ramallah. Insieme ad alcuni manifestanti ho preferito intonare il canto egiziano di Piazza Tahrir: “il popolo vuole la fine del regime”. Quale? Quello di Mubarak? Quello di Abu Mazen? Quello di Israele? De te fabula narratur. Non si tratta di panarabismo, né di altre architetture ideologiche. Gheddafi pianta tende nei parchi di Roma. Alcuni mercenari africani subsahariani al suo soldo – gli stessi che fanno le sentinelle nei campi di detenzione per migranti provenienti dalla stessa parte di mondo?- riempiono di pallottole i protestanti libici e poi vengono impiccati dagli stessi manifestanti. Un nordafricano si ribella ai soprusi incendiandosi in Tunisia, Egitto o Algeria, ma anche in Sicilia, dove la polizia sequestra i suoi prodotti e gli impedisce di continuare a vendere da ambulante. L’Egitto è in Palestina. La mia è un altro tipo di illusione: quella di pratiche e pensieri politici che prendano coscienza e traggano forza dalla fine del dentro e del fuori.

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Nicola Perugini
, antropologo, vive e lavora in Palestina. Insegna Metodologie della Ricerca in Scienze Sociali all’interno del programma Al Quds Bard (Universita’ Al Quds di Gerusalemme) e collabora con Decolonizing Architecture
Art Residency (DAAR).

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Una Risposta a L’Egitto è in Palestina

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