Sergio Bologna

Sul numero 2 di «alfabeta2» (settembre 2010) avevo raccontato la storia di un giovane neolaureato che a Milano stava facendo un tirocinio gratuito di sei mesi presso una multinazionale. La storia è finita bene, potremmo dire, il giovane nel 2011 è stato assunto con contratto annuale, rinnovabile, a 800 euro mensili netti. Va in ufficio alle 9:00 e dice, «la sera prima delle 20/20:30 non sono a casa». Lavora in centro e abita in Bovisa. Vuol dire che la sua giornata normale di lavoro è di 10 ore, qualche giorno più lunga, qualche giorno meno. È stato così bravo a impadronirsi del ruolo assegnatogli che l’azienda, intenzionata a rafforzare il team in cui è inserito, ci ha rinunciato: bastano lui e i suoi colleghi. Dal punto di vista aziendale, un risparmio. Facciamo un rapido calcolo: 50 ore settimanali sono 200 mensili, diviso 800 sono 4 euro all’ora netti.

In questi anni difficili la Fiom è riuscita a difendere il salario nelle aree dove l’industria meccanica è ancora forte, Lombardia ed Emilia Romagna soprattutto. Sono condizioni di lavoro non paragonabili con quelle di un giovane che lavora nel centro di Milano nel settore della moda. Tuttavia continuo a pensare che 4 euro l’ora netti siano pochini per un giovane laureato che si è già fatto nella stessa azienda sei mesi di tirocinio gratuito e sei mesi di contratto a termine a 500 netti (2,50 all’ora). Lo penso ripetendo dentro di me la frase di Landini nell’intervista: «È giusto che i figli degli operai possano studiare».

Andiamo al dunque. La Fiom si porta addosso il peso delle scelte di una Sinistra politica e sindacale che ci hanno condotto al punto in cui siamo. Vedere in che condizioni è il Pd oggi fa tristezza anche a chi non ha mai avuto a che fare con Pci, ex Pci, Ds, ex Ds e via via trasformando. Pertanto la  Fiom, volente o nolente, deve giocare una carta politica, in pratica vuol dire che deve affrontare il meticciato sociale. Per ragioni di ordine pubblico forse qualcuno le ha chiesto di tenere sotto tutela i movimenti giovanili, magari solo per proteggerli dalle incursioni dei Black block. Dinamiche già viste, benissimo. Ma proprio per questo, perché la Fiom non può che confondersi con la parte più impaziente e più sana di questa società, non potrà – a mio avviso – fare a meno di mettere in campo un nuovo modo di fare sindacato, tagliato su misura della cosiddetta «generazione precaria». Non potrà, la Fiom, quintessenza del sindacato fordista, non prendersi carico della forza lavoro postfordista e contribuire a darle le tutele sindacali che finora non ha avuto. Non potrà ignorare che il pensiero delle donne sul lavoro è andato oltre il femminismo, non potrà continuare a essere ostile o indifferente ai sintomi di cambiamento nel lavoro autonomo di tipo cognitivo e creativo, non potrà non essere tra quelli che dovranno scrivere le regole della flexicurity. Sfide forse ben più complesse che quella di tener testa a Marchionne ma che si giocano su terreni che in parte, più o meno bene, sono già stati dissodati in autonomia da chi in questi anni non si è lasciato invischiare dalle pratiche e dal pensiero degli ex comunisti. Altrimenti, che cosa significa «ribadire la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato»? In concreto, Landini, che cosa significa per quelli, in gran parte sotto i 35 anni, che lavorano nel calderone dei contratti «atipici»? Secondo le stime Isfol, riportate nel numero di «Economia & Lavoro» (settembre 2010), erano nel 2008 tre milioni 448 mila persone (i dati dell’ultima indagine, relativa al 2010, sono in corso di elaborazione). Le migliaia di studenti che invadono le piazze, e oggi sono al vostro fianco, sono ben destinati a finire in quel calderone, quello è il loro futuro prossimo. Che cosa diciamo a loro? E quello che si becca 4 euro l’ora, se volesse prenderne 4,10, come potremmo aiutarlo? E se volesse lavorare 8 ore al giorno invece di 10? Non sarebbe un «suo diritto» questo?

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4 Risposte a La generazione precaria

  1. silk ha detto:

    Evviva Sergio Bologna, quando lo leggo (e, per fortuna, ultimamente si legge tanto) è sempre una botta d’intelligenza.
    Vorrei perciò aggiungere un dato: la “generazione precaria” non è sotto i 30 anni. La mia generazione – quelli nati intorno al 1970 – sono precari ormai da 20 anni.
    20 anni, non stiamo parlando di noccioline.

    Io ho una laurea, lavoro nel terziario, ed ho un bel contratto a progetto per grassi 700€ il mese. Più quello che riesco a raccattare qua e là con altri lavoretti (in nero: non posso permettermi la partita iva).
    A 41 anni.

    La mia compagna – 40 anni – è precaria nella scuola: laurea, dottorato di ricerca, concorso vinto nel 2000, lavora dal 2003, cattedre annuali, ed ogni anno che passa rischia sempre un po’ di più tornare a fare gli “spezzoni”; se non di rimanere a casa, del tutto. Se le va bene, come quest’anno, si fa 100 km al giorno per andare al lavoro.

    Abbiamo un figlio.

    Prospettive?

  2. Carmelo Russo ha detto:

    Com’è bello notare che la redazione di Alfabeta è sensibile alla situazione dei giovani di oggi che vivono in una condizione di eterna precarietà. Com’è bello vedere che si fanno portavoci dei diritti della nostra generazione. Com’è bello che un giornale così prestigioso come Alfabeta con delle firme così autorevoli come quella di Sergio Bologna sia dalla nostra parte. Com’è bello…sì davvero…peccato che…peccato che il signor Bologna forse non conosce la storia di quel ragazzo che ha collaborato proprio con la redazione di Alfabeta esattamente nel luglio 2010 e che oggi – marzo 2011! – aspetta ancora di ricevere la retribuzione per quel lavoro effettuato con tanta dedizione e consegnato in tempi brevissimi. Ma facciamo un rapido calcolo: si trattava della digitalizzazione dell’intera vecchia serie di Alfabeta. La rivista è uscita dal febbraio 1979 al dicembre 1988 (mi si perdoni se non sono così preciso nel resoconto) per un totale di 116 mesi. Considerando che ogni mese consta di 24 pagine per i primi due anni e fino a 48 pagine per i restanti anni, facendo un calcolo approssimativo arriviamo a poco meno – o forse poco più!!! – di 4600 pagine. Ma c’è di più: a livello tecnico il nostro caro giovane disponeva di uno scanner che gli permetteva di digitalizzare solo mezza pagina alla volta e ciò vuol dire che occorre moltiplicare per due le circa 4600 pagine suddette per un totale di 9200 file. Il tutto è stato completato in poco più di un mese e per quanto riguarda le ore effettive di lavoro devo dire che viene difficile quantificarle precisamente ma vi assicuro che si va ben oltre le 8 ore degne di un lavoro che si rispetti.
    Che cosa diciamo a quel giovane? Non era forse un suo diritto ricevere una retribuzione per il suo lavoro? Forse non avrebbe dovuto fidarsi di quel patto non scritto stipulato con la redazione. O forse avrebbe dovuto lasciar perdere fin dall’inizio preoccupandosi piuttosto di sostenere gli ultimi esami che gli mancavano per laurearsi e magari pensare a godersi l’estate invece che restarsene rinchiuso in una biblioteca in pieno luglio. La verità è che oggigiorno noi giovani siamo disposti a tutto per guadagnare qualche centinaio di euro in più sacrificando anche i nostri doveri primari o il nostro stesso tempo libero. E sinceramente fa tanta rabbia scorgere tra le pagine della nuova Alfabeta2 proprio quegli articoli appartenenti alla vecchia serie che senza il lavoro di quel ragazzo non sarebbero stati inseriti quantomeno con la stessa facilità. Ebbene, non sto qui a criticare Sergio Bologna che c’entra ben poco con quanto successo nè a dimostrare il rimorso per aver accettato un lavoro che col senno di poi non avrei mai accettato – credo si sia capito che sono proprio io quel ragazzo -. Però ritengo che ci sia un’ipocrisia di fondo da parte di chi si fa portavoce (e qui mi rivolgo all’intera rivista) di un mondo giovanile e dei diritti dei lavoratori precari quando in realtà dovrebbe prima preoccuparsi di controllare se internamente non esistano proprio quelle ingiustizie che si allineano perfettamente con la situazione devastata dei giovani di oggi.
    Mi perdoni Sergio Bologna ma la rabbia è tanta e le tasche sono vuote.

    • La redazione ha detto:

      Caro Carmelo, capiamo il tuo sfogo e le tue ragioni. Hai fatto un ottimo lavoro, che purtroppo non abbiamo ancora potuto utilizzare mettendo in rete l’intera raccolta del primo Alfabeta da te scansionato. Non l’abbiamo fatto per motivi tecnici e soprattutto economici. La nascita di Alfabeta2 è stata detttata dalla situazione di emergenza in cui si trova la cultura italiana, la necessità e l’urgenza di un intervento ci hanno convinti a dare inizio alla pubblicazione in modo improvvisato, senza avere avuto il tempo di assicurarci una solida base editoriale.
      Così finora la pubblicazione di Alfabeta2 è stata possibile essenzialmente su base volontaristica da parte della redazione e dei collaboratori, pur contando di remunerare successivamente il lavoro svolto. Le vendite della rivista sono buone, ma arrivano a malapena a pagare la tipografia. Ma non ci siamo avventurati incoscientemente in un strada senza sbocchi. Stiamo realizzando le donazioni delle opere degli artisti che hanno illustrato i diversi numeri e creando una società con il capitale necessario per affrontare fiduciosamente il futuro. Entro breve tempo verranno regolati anche i pagamenti in sospeso di quanti hanno partecipato a questa impresa.
      Caro Carmelo, tutto ciò in fondo non ti riguarda non avendo tu partecipato alla vita della rivista. Non vuole èssere una scusante, il tuo è stato un contributo isolato e ciò che lamenti è ampiamente giustificato. Non ci resta che scusarci con te per non averti tenuto nel frattempo al corrente delle nostre difficoltà economiche. Ora ti possiamo assicurare che riceverai il compenso per il tuo lavoro.
      La redazione di Alfabeta2

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