Paolo Mossetti

Nei giorni in cui il Belpaese finisce sotto i riflettori per gli scandali sessuali del suo premier  – il motivo meno serio, forse, tra tutti quelli per i quali avrebbe dovuto dimettersi – mi trovo Oltremanica a seguire gli sviluppi di una generazione che ha deciso di non rassegnarsi al grigio gotico delle sue classi dirigenti, e in questa immersione vi trovo parecchi spunti su cui riflettere: sia per chi è rimasto ad assistere al grottesco declino del berlusconismo, sia per chi ne è già fuggito da tempo.

Non farà piacere a tutti, ma nelle strade di Londra si parla di un’Italia che non è soltanto sinonimo di ridicolo: «Quel fumo che avvolgeva il Pantheon! Il Parlamento assediato il 14 dicembre! That was amazing!», si esalta la scrittrice femminista Nina Power, non appena le dico da dove provengo. Al Courtauld Institute la storia dell’Autonomia, del ’77 e delle Tute Bianche è materia di studio. E c’è pure chi ci imita: «L’idea dei ‘book bloc’, riflette Calogero, studente d’arte espatriato, «l’hanno pur sempre presa da noi». Ma come? A leggere le cronache del ‘Corriere’ e di ‘Repubblica’, sembrano tanto perbene, questi ragazzi inglesi! E figuratevi studiare le Tute Bianche, in Italia!

Sono o non sono nel paese delle buone maniere? «Ben Alì! Mubarak!…. Cameron, you’re next!», recita un cartellone, tra i più eloquenti, della marcia studentesca del 28 gennaio, nel cuore della capitale britannica. La quinta grande manifestazione in tre mesi organizzata contro i tagli alla spesa pubblica, l’austerity imposta dal governo bicolore Cameron-Clegg, e soprattutto contro la spaventevole triplicazione delle tasse universitarie: da 3mila a 9mila sterline l’anno, un’enormità. Non un giorno come gli altri, certamente, perché ad altre latitudini c’è un’intera fetta di Mediterraneo che sembra in procinto di vivere il suo ’89, tanto da dare al vecchio Impero la sensazione d’essere stato per troppo tempo imbacuccato non solo nel freddo ma anche nelle proprie sclerosi.

I niente affatto timidi studenti inglesi riflettono su quanto gli è accaduto, nelle ultime settimane. Su cos’è mutato, nelle loro coscienze e nel loro sentire da militanti, a partire da quel famoso 10 novembre quando una fiumana di ragazzini aveva sovrastato e travolto uno sparuto stuolo di agenti in divisa e fatto man bassa della Millibank Tower, sede del partito dei Tories. Probabilmente troppo per poter essere riassunto soltanto in quelle immagini che hanno fatto il giro del mondo e hanno fatto parlare la stampa, ma che fantasia!, di una nuova «Anarchy in UK»: le cariche a cavallo per i marciapiedi posh di Oxford Street; il recintamento coatto di migliaia di cittadini davanti al Parlamento; i volti tumefatti degli arrestati e di quelli mandati all’ospedale col cranio sfasciato; soprattutto, la Rolls-Royce con Carlo e Camilla imbrattata e presa a sputi.

La «società civile» inglese, questo famoso mito sempiterno, è davvero più reattiva di altre? Sí e no. Non bisogna dimenticare che l’ultima volta che tanti studenti erano scesi in piazza è stata nel paleolitico 1998. La protesta sorprende perché si è innestata in uno scenario di inquietante «reflusso». Tre quotidiani su quattro sono tuttora alfieri di Ordine Patria & Gossip. L’elite bianca e benestante proveniente da Oxford-Cambridge continua a rappresentare una solida oligarchia, sfornando oltre l’ottanta per cento di tutti gli avvocati, un terzo di tutti i ministri e la metà di tutti i leading journalist del Regno. Intanto le periferie di recente immigrazione sono sempre più povere; la vastità della conurbazione londinese è tale che chi abita a nord della città non conosce il Sud, e intere aree sono abbandonate ad un consumismo degradante, catatonico.

A guidare la protesta ci sono solo gli studenti di buona famiglia? È emersa in questi mesi, è vero, una generazione chiamata di clicktivist, di attivisti che si mobilitano usando Twitter e Facebook. Laurie Penny, ventiquattro anni e firma stabile del Guardian, è un’autorità al riguardo. Eppure neanche i giornali più progressisti hanno potuto, o voluto, cogliere la novità vera: quelli in prima linea, a prendere le manganellate, sono tornati ad essere i figli dei quartieri poveri del Sud-Est, di Peckham, Brixton, Lewisham. I rappresentanti delle università occupate definiscono le tattiche, ma poi è questa minoranza nera, araba, caraibica, minorenne, spesso neanche iscritta a scuola e che non segue alcuna strategia, a costituire l’ossatura e il volto nuovo delle proteste londinesi. Ed è grazie a loro che la protesta studentesca ha fatto «numero» e paura. La «dubstep rebellion» l’ha chiamata il columnist Paul Mason, perché a suon di dubstep sparato a tutto volume dai boombox che i figli delle banlieues londinesi sono entrati nei palazzi occupati del Potere, senza chiedere permesso.

E poi: non è assolutamente vero che i «violenti» – ovvero quelli che non si limitano a sfilare in maschera e a sventolare bandiere – siano isolati dal resto della piazza e dagli intellettuali embedded come una minoranza d’imbecilli «troublemakers» – come avviene invece in Italia. La pratica d’assalto a banche e luoghi simbolici non è per niente un’esclusiva dei black bloc. C’è anzi per questo tipo di radicalità un consenso capillare, diffuso. Ci sono tantissimi giovani che, vorrei evitare di dire una banalità ma non mi vengono in mente altre definizioni, si sentono presi in giro, strappati del loro futuro e che mai prima d’ora hanno fronteggiato idranti, manganelli, storditori elettrici. È la prestigiosa università Goldsmiths, non un centro sociale, a rivendicare la giusta durezza della protesta: «nulla a confronto della violenza a cui sono sottoposti i ragazzi con le promesse mancate e la repressione in atto». E quando il mediocre Evening Standard si scandalizza: «I professori danno voto: 10 ai riots», quelli gli rispondono: «Sì, e allora?». In compenso esiste il kettling, che è una pratica già usata altrove ma che qui si è perfezionata: sbarrare un fazzoletto di strada con dentro tutti i manifestanti, riottosi e non, al primo accenno di violenza, per ore e ore, fino a notte fonda.

Non è una sorpresa che proprio il 28 gennaio, al quinto grande appuntamento, quegli stessi protagonisti della «più intensa stagione di rivolte degli ultimi trent’anni» – parola di Scotland Yard –, non siano stati in grado di conquistare prime pagine di tutti i giornali com’era successo invece le altre quattro marce precedenti, dopo aver scelto stavolta di rinunciare alla violenza, di non assaltare alcun edificio, ma anzi inscenando una simbolica congiunzione con l’ambasciata d’Egitto. Non è una sorpresa per chi, come il sottoscritto, abituato al cinico opportunismo dei media italioti, aveva scommesso sul loro disinteresse alla prima marcia finita senza contusi.  E così è stato.

La ribellione di questi mesi si è insomma rinsaldata con inquietudini covate per anni, amalgamandosi in un’unica, fluida, grande area temporaneamente «liberata». Si è interconnessa – ed è questa la novità più grande – col resto d’Europa in crisi. È sulla capacità di quest’area di restare «amalgama» senza perdere la spina dorsale, di restare nelle assemblee senza perdere di vista la complessità della sfida, che si giocherà la partita dei prossimi mesi. Il potenziale umano, a vederlo dipinto dagli oppressori come uno spettro cattivo, sembrava straordinario. È invece stato sufficiente rientrare nei ranghi per un giorno, per non trovare risorse utili a meglio difendersi dall’imposto silenzio dei media. Confesso di non essere deluso che la mancanza di nuovi riots non mi permetta di raccontare la straordinaria creatività di questi ragazzi, capaci di andare incontro a un cavallo alto due metri armati solo con scudi di cartone e col volto dipinto da clown. Sono deluso piuttosto che la loro ingenuità non mi abbia consentito di sbagliare un pronostico sin troppo facile. Spero ritorni il momento delle meraviglie, sempre che altre piazze d’Europa non vogliano farci una sorpresa


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Scrittore e giornalista, nato a Napoli nel 1983, tra i fondatori dei gruppi attivisti ‘Il Richiamo’ e ‘Through Europe’. Vive a Londra.

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2 Risposte a Londra: and the struggle continues

  1. Jan K ha detto:

    Mossetti, ma di che Londra parli? Ma cosa dici? E specialmente, a chi e COME lo dici?

  2. Paolo Mossetti ha detto:

    Ciao Jan, cos’è che non ti torna?

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