Massimo Parizzi

C’è qualcuno che, davvero, si sente innocente? Io no.

Questo “davvero”, o “in verità”, manifesta una diffidenza. E la diffidenza è incompatibile con l’innocenza. Chi si sente innocente non può essere interrogato, solo confermato o contestato. Non esistono vie di mezzo. Qualunque domanda sul suo senso di innocenza è una contestazione radicale. Lo distrugge.

Che cosa dire, per esempio, della pagina di diario di Sarah Smile che avete appena letto (4 luglio)? Una decina di ragazzi e ragazze sui vent’anni, sotto il portico della sua casa in Israele, una sera, parlano, ridono e cantano. Una “esistenza innocente” (innocent living), la definisce. È, delle pagine di diario cui accennerò qui, la prima che mi ha fermato su questa parola, su questa cosa – innocenza – tanto da, poi, decidere, facendone il titolo di questo numero di “Qui”, di invitare il lettore a fermarcisi anche lui.

Mi ci ha fermato, non solo perché Sarah questa parola la scrive (mentre gli altri no: la fanno pensare), ma perché vi accompagna due notazioni strane. La prima, strana per stridore: per quei ragazzi e ragazze, ci dice, è un weekend di libertà dall’esercito. Esercito e innocenza? La seconda è: “Niente birra, né alcolici, né fumo. Niente complicazioni sessuali”. Che innocenza è, questa?

(Aleggia, qui, anche un’ideologia dell’innocenza che è specificamente ebraica e in particolare, con funzione politica, israeliana. Ne hanno parlato molti autori, e suona così: gli ebrei sono vittime, quindi sono innocenti. Nella pagina di diario di Sarah c’è, mi sembra, anche questo. Ma non c’è solo questo.)

Di “innocenza” esiste un’unica accezione non ambigua, quella giuridica (anche se nei tribunali si preferisce saggiamente sentenziare la colpevolezza o, con varie formule, la non colpevolezza, non l’innocenza): si può essere innocenti di una colpa di cui si è accusati. Ma quando parliamo di vittime innocenti della violenza della natura o umana (come i passeggeri dell’autobus incendiato a San Salvador di cui parla Maria Ofelia Zuniga nella sua pagina del 2 luglio)? O quando parliamo di perdita dell’innocenza?

Si perde l’innocenza quando si entra in contatto con il male. Non sempre, e non necessariamente, subendolo o facendolo. Basta il contatto. Il contatto con il male infetta la coscienza per sempre. Esso vi penetra e vi resta. Viene riconosciuto, cioè ottiene riconoscimento. (“Questo non significa fare finta che il razzismo non esista, certo che esiste” scrive “Leggy” il 21 settembre. “Solo, mi rifiuto di riconoscerlo.”) Il riconoscimento può essere pieno e definitivo. Allora il male invade interamente la coscienza. La fa in qualche modo sua. È il cinismo. Che, a volte, può sembrare una consapevolezza superiore, una saggezza. Addirittura un tener testa al male. Non lo è. È soccombergli.

Ma è anche possibile dare al male un riconoscimento sempre parziale, sempre provvisorio. Come se, ogni volta, potesse essere invece la volta dell’innocenza. Come se, ogni volta per la prima volta, fosse possibile invece l’innocenza. “Che cosa è questo?”(¿què es esto?), chiede e si chiede Maria Ofelia alla notizia dell’autobus dato alle fiamme con i passeggeri dentro. Eppure il male, la violenza, li conosce bene. Ha visto attorno a sé, fra i sette e i diciannove anni, la guerra civile. Poi, una criminalità responsabile del tasso di omicidi più alto dell’America latina. Non è un’ingenua.

Non dare al male un riconoscimento pieno e definitivo, stupirsene ogni volta, può sembrare, e spesso è detto, ingenuità. È il contrario. È un’astuzia della coscienza per preservare se stessa, non esserne invasa, e, così e nello stesso tempo, preservare l’innocenza. Ma non “davvero”. In qualche modo è una finta.

Il fatto è che, per preservare la possibilità di perseguire, non l’innocenza, ma una realtà meno colpevole, “per cambiare questa realtà”, come scrive Maria Ofelia, è necessario che da qualche parte – nella coscienza, nell’immaginazione, o anche nell’arte, come scriveva Joan Miró alla vigilia della Seconda guerra mondiale (vedi la pagina di Emilia de Rienzo del 7 luglio) – esista un luogo non reale che ne accolga e coltivi il desiderio allo stato più puro. Come, appunto, desiderio di innocenza. Un luogo in cui esso si trovi a suo agio. Possa fiorire.

Come dire: l’adesione totale alla realtà impedisce di cambiare la realtà. Ad affrontare la realtà di petto si rimane schiacciati. Per cambiarla occorre affrontarla passando attraverso una qualche irrealtà. Giocare di sponda. Una finta che produce verità.

Di questi luoghi dell’innocenza, irreali, utopici, i più frequentati sono e sono sempre stati tre: la natura, il mondo animale, l’infanzia. Sono anche quelli il cui carattere di “finte”, di “sponde”, di luoghi spostati rispetto al luogo della realtà, è più evidente. Non importa che, nella realtà, la natura sia spesso dura e violenta verso gli uomini, che fra gli animali sia una continua strage, che i bambini nascano piangendo, non ridendo.

Questo non ha impedito di immaginare un “giardino dell’Eden”; né impedisce di sentire nel racconto di Clare Kines delle sue giornate ad Arctic Bay, a osservare uccelli, stagni, laghi, monti, un eguale inconfondibile richiamo. E non ha impedito a Sarah di dare alla “innocenza” della serata che descrive gli attributi che si attribuiscono, non importa se a torto, alla “beata innocenza” dell’infanzia: “Niente birra, né alcolici, né fumo”, cioè niente colpe, e “niente complicazioni sessuali”.

Non importa, in nessuno di questi casi, se a torto. Perché ciò che importa, e ciò che la natura, il mondo animale e l’infanzia hanno in comune, è che, agli occhi degli uomini, essi non sono il loro mondo. Clare lo scrive: “Vivo in uno dei pochi posti al mondo in cui esiste una simile vasta distesa di natura allo stato selvaggio, quasi di fronte alla porta della mia casa. Un posto in cui potrei viaggiare per centinaia di chilometri quasi in ogni direzione senza trovare traccia della permanenza dell’uomo. […] Una vera wilderness. […] William Beebe definì la wilderness ‘quell’antica fratellanza della natura in cui la presenza dell’uomo è inosservata e la sua assenza non compianta’. Sono felice di attraversare questo posto”.

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