[In “Nuovi argomenti”, n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982]

Antonio Porta

Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come ad “un altro”, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre “a un altro”. Il metafisico “altro” di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare “fuori” ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante.

Prima ho parlato cautamente di pericolo di schizofrenia, ora la do per scontata. Un esempio è lì sotto gli occhi allibiti di ognuno: la divaricazione tra cultura italiana, tra capacità italiana, perfino” successo” italiano in molti campi altamente specializzati e di tecnologia elevata, e l’analfabetismo della vita politica. Non credo che i politici siano tutti così analfabeti; al contrario tra i politici si possono incontrare anche uomini di notevoli capacità e di gran tono morale (anche se hanno di solito vita breve, in quanto politici), ma la questione sta nella pratica dell’analfabetismo in qualsivoglia campo, pratica ben finalizzata al “non” funzionamento generale, il quale “non” funzionamento permette ogni genere di sopruso, di sottrazione, di sperpero.

Io stupisco, e mi sento orgoglioso, di essere italiano quando leggo che una nostra industria ha vinto un concorso mondiale per la fornitura dei vagoni della metropolitana di Washington, per esempio, o che alcuni geniali tecnici italiani, spesso ex-operai, costruiscono robot talmente perfetti che la General Motors ne ha già ordinati migliaia e altre migliaia ne ordinerà, contribuendo così positivamente alla millenaria lotta dell’uomo per liberarsi dalle fatiche asinine. E subito dopo sprofondo dalla vergogna, e mi vedo lacerato, schizofrenico, abbattuto sul pavimento, appena ho modo di constatare lo stato fatiscente delle nostre mai gloriose Ferrovie dello Stato.

Io mi sento ricolmare di orgoglio e ritrovo anche una sorta di buona identità italiana quando passo le mie ore più belle in ammirazione delle migliaia di capolavori che il nostro genio artistico ha prodotto nei secoli dei secoli, e così quando ho modo di constatare che proprio di genio italiano si può e si deve parlare a proposito di certi maestri della pittura rispetto ad altri maestri, pur sommi, ma olandesi o tedeschi. Nessuno al di fuori delle patrie italiane ha mai dipinto una deposizione dalla Croce come il Rosso Fiorentino (la pala di Volterra) e Goya ne è tanto debitore da sembrare italiano nei suoi momenti eccellenti. Valga questo esempio per mille. E mi sento istantaneamente ricoperto dalla lebbra quando, girato l’angolo, devo osservare quanta scarsa cura generale (si fan salvi i commoventi esempi particolari) per il nostro essere dentro l’arte. Di recente qualche politico ha scoperto che l’arte è il nostro petrolio e in nome di questa convincente volgarità (ma certo, è pur vero che dobbiamo anche viverci!) ma soprattutto allo scopo di distribuire per una nobile causa pubblico denaro elettorale, si è convinto che qualcosa bisogna pur fare. Respiro di gioia e di sollievo. Poi apro un autorevole quotidiano e leggo che anche in questo campo, quello delle sovraintendenze artistiche, c’è del marcio. Cosa umana e naturale, solo che qui, in Italia, il marcio sembra che lo si voglia coltivare, allevare, e nulla si fa allora per toglierlo bensì di tutto per alimentarlo a proprio profitto, a pubblico detrimento.

Parlo di “lacerazione schizoide” dell’italiano supponendo che una sua parte rimanga, per così dire, intatta, reattiva, civile, orgogliosa del buon fare italiano; in certo senso la consapevolezza di una simile lacerazione può essere positiva e di fatto, in alcuni casi, lo è. Il peggio accade invece quando di lacerazione non si può più parlare, ma occorre piuttosto appigliarsi al termine “abbandono”, che è una lacerazione definitiva, propria di quegli italiani, anche intelligenti e operosi, che sono ormai convinti, ahimé, che non ci sia più nulla da fare contro la compattezza della menzogna politica. Se fai obbiezione esibiscono quel che si stampa ogni giorno; senza nemmeno cercare troppo c’è sempre qualcosa di adatto alla dimostrazione che l’ “abbandono” è una scelta inevitabile. Ecco, apro a caso la stampa. L’ex-ministro Franco Reviglio (e sottolineo l’ “ex”) denuncia la totale immoralità del condono fiscale (vedi “L’Espresso” n. 30, 1 agosto 1982): i cui “criteri applicativi premiano l’evasore in funzione del grado di infedeltà”, dunque “questo condono colpisce a morte l’elementare principio di eguaglianza tributaria e di giustizia relativa che legittima le istituzioni di uno Stato democratico”. Più oltre, sempre Reviglio, rispondendo a un altro lettore de “L’Espresso” afferma: “I cittadini sono stufi di sopportare politiche di doppio binario, che predicano la moralizzazione e praticano il malgoverno”.

E cosa ha da dirci, sempre sullo stesso settimanale, il prof. Massimo Severo Giannini sulla riforma della pubblica amministrazione di cui si continua a parlare? Alla domanda: “Ma almeno l’attuale governo sta facendo qualcosa sulla ricerca del Formez, la prima indagine sul funzionamento dei ministeri?”, così risponde: “No, l’ha solo inviata due mesi fa alle due Camere, che non sanno che farsene. Eppure si tratta di un’ottima ricerca, che dà una fotografia minuziosa delle tecniche amministrative e della ripartizione delle funzioni. Ne viene fuori, per esempio, che al Tesoro ci sono ventiquattro direzioni per le pensioni, dodici delle quali non fanno assolutamente nulla”.

Negli stessi giorni il governo Spadolini vara la cosiddetta manovra economica, basata sul principio che siccome i ministri non vogliono tagliare le spese occorre prelevare di più. Tale principio viene da altri enunciato come un possibile nuovo modo di governare che dovrebbe porre fine alla divaricazione tra rigore monetario e malgoverno della finanza pubblica. Non si ha, nel frattempo, notizia che quelle dodici inutili direzioni al Tesoro siano state soppresse, né che questo sia accaduto in altre migliaia di situazioni analoghe, che fanno migliaia di miliardi (per esempio alle Poste dove i trasferimenti avvengono, è sempre Reviglio che denuncia, per motivi che nulla hanno a che vedere con la copertura degli organici prevista dalla legge, per cui ci sono posti vuoti e posti riempiti da nullafacenti a centinaia, a livello dirigenziale).

La situazione a questo punto si fa così lacerante che l’italiano che abbia deciso di non abbandonare lo Stato a se stesso e di continuare l’analisi della vita pubblica, considerando che molto esso ha a che fare con le sue infelicità private, è costretto a osservare che l’on. Almirante dice le stesse cose di Eugenio Scalfari e di Franco Reviglio: basta con la divaricazione tra politica delle “stangate” e sperpero del denaro pubblico, di cui appunto le “stangate” sono una semplice conseguenza. Che è poi quello che sostiene il Pci. Ma l’italiano resta schizofrenico per una ultima, irrefutabile, ragione, che lo Stato Italiano non c’è. Bastino altri due esempi. Il primo: Spadolini ha dichiarato al Senato che lo Stato non controlla la spesa pubblica. Il secondo: un alto funzionario della Banca d’Italia ha dichiarato (vedi” Corriere della Sera” del 17 luglio 1982): “Non abbiamo il controllo della massa monetaria” .

Essere italiano significa essere senza Stato, dunque un senza Patria, un Essere senza? Troppo semplice. La lacerazione, infatti, può diventare dialettica, principio di mutamento, a patto che non si impietri in un’autentica e non più metaforica schizofrenia generale. Resistere è difficile, si sa. Ma questa piccola frase “a patto che” dipende dalla capacità di continuare l’analisi e di farla prevalere. Il discorso continuerà, almeno finché Polemos, il dio della lotta, avrà spazio tra noi.

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Una Risposta a Schizofrenia italiana

  1. Jessica ha detto:

    Il problema degli italiani è che non tengono al proprio, come nel caso dell’arte.

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