Turi Palidda

“Il baluardo contro il fondamentalismo islamista”; “la garanzia contro l’immigrazione clandestina”, “il miglior partner economico dell’Italia e dell’Europa”, “un governo moderno dello sviluppo”: questi gli attestati di stima che tutti i governi dei paesi cosiddetti democratici hanno elargito senza riserve al regime di Ben Ali, così come a ben altri regimi ignobili. Sino a fine dicembre 2010 Moubarak era “il miglior alleato della democrazia occidentale” (pensando a se stesso, Berlusconi, anche dopo il 6 febbraio, ha detto che “è saggio ed evita rotture”).

Alcune analogie fra il caso tunisino e altri fanno capire il “contagio sovversivo” che si è innescato. E’ in Tunisia che Craxi, prendendosi per il Garibaldi della prima Repubblica, andò ad esiliarsi (vi aveva piazzato un po’ dei suoi “risparmi” e Ben Ali gli garantiva protezione, ma non s’è mai saputo il pizzo che ha pagato). Non altrettanto gratificati furono i discendenti degli “italiani di Tunisia”, eredi dei mazziniani e dei veri esuli o degli écrivains maudits di origine italiana(1). I craxiani, invece, hanno facilitato lo sbarco dei nuovi italiani in Tunisia, come in tanti altri paesi “terzi”, per delocalizzarvi le loro attività (fra essi personaggi fuggiti all’arresto per reati economici e penali di ogni sorta, “magliari” o ibridi emersi dagli intrecci delle attività lecite, semi-lecite e criminali). Questo spiega perché l’Europa ha sempre difeso i regimi che innanzitutto garantiscono il supersfruttamento utile alle delocalizzazioni e l’esternalizzazione di attività sporche e della guerra alle migrazioni. Sono stati questi homini novi (non diversi dagli altri europei) gli interlocutori del regime Ben Ali; grazie a questa joint venture s’è formata la nuova elite tunisina: partner, power-brokers o semplici mediatori delle imprese europee, garanti di ogni facilitazione e in particolare dell’ampia possibilità di un subappalto in cascata, il falso offshore(2). Così la famiglia della nuova moglie di Ben Ali (3) e le altre imparentate, si sono accaparrate il potere e come famelici parvenu si sono scatenati nell’accumulare ricchezze, privilegi, il diritto a esigere il “pizzo” da chiunque e il libero arbitrio, ostentando il loro trionfo davanti a un popolo umiliato e schiacciato da una dittatura poliziesca-mafiosa. Nel frattempo il noto trafficante di droga, fratello di Ben Ali è stato eliminato (4).

L’epopea del clan Ben Ali-Trabelsi e dell’elite tunisina si materializza nelle faraoniche speculazioni immobiliari, nella proliferazione dei centri commerciali, nella distruzione della Tunisi storica, secondo un copione che ormai si recita in tutte le città non solo del Mediterraneo (5). Questo business ha spinto anche Berlusconi, nella sua privatizzazione della politica estera italiana, a intrecciare affari con i vari Putin, Gheddafi, Berisha, Lukashenko, e altri “campioni di democrazia”, a stringere “amicizia” con Ben Ali e con Tahar Ben Ammar (vedi lancio Nesma TV).

Intanto nelle periferie di Tunisi e delle altre città come nei piccoli centri e negli sperduti douars, donne, vecchietti e bambini lavorano per Benetton o altre firme italiane ed europee con paghe miserabili e sempre sotto la minaccia di essere scartati se non “fanno bene, veloci e silenti”(6). Nel frattempo, i “pipistrelli”, i ragazzi 13-20 anni che vivono di notte perché non c’è posto per dormire a casa, da anni si affannano a cercare qualche pezzo di pane e qualche sigaretta da dividere con gli amici mentre cercano di trovare una barca per scappare in Italia (7). “Rischio di annegare ? Rischio di essere sparati dalla polizia o dalla marina tunisina o italiana? Non possono far paura! Restare è peggio che morire”!

Dopo anni di violenze sulle donne, sui dissidenti e sui giovani, si è arrivati al terribile episodio: Mohamed Bouzizi, 26enne laureato che cerca di sopravvivere da ambulante è picchiato da poliziotti che gli sequestrano le poche merci che vendeva; il 17 dicembre 2010 si dà fuoco.  Altri lo emulano in Tunisia e poi anche in Algeria e in Egitto. Suicidi da disperazione, da impotenza di fronte a una dittatura becera e violentissima; suicidi emblematici di giovani che constatano di essere condannati come “posterità inopportuna”, un po’ al pari dei ragazzi delle banlieues francesi ed europee trattati come racaille (feccia) (8). Ma nessuno si trasforma in uomo-bomba come alcuni palestinesi o islamisti, non tanto perché erano seguaci di Bin Landen ma perché questo è stato sinora quasi l’unico esempio di rovesciamento dell’asimmetria di potere.

Sino quasi a Natale del 2010 nessuno s’è reso conto di cosa stava accadendo, neanche i grandi esperti europei e americani, probabilmente troppo sicuri dell’asimmetria di potere a favore dei dominanti. Dai luoghi più sperduti della Tunisia sino alla capitale, passando per Sidi Bouzid e Kasserine, gran parte del popolo aveva ancora la fortissima necessità di respirare, di gridare, di emanciparsi. Non è vero che questa come quella egiziana sia stata una rivoluzione per la fame (come pretende la FAO …). Giorno dopo giorno, migliaia e migliaia di persone sono scese in strada, innanzitutto ragazze e ragazzi, donne vestite all’europea ad arringare la folla, delle vere e proprie eroine nella normalità di una rivoluzione in cui il popolo ha rifiutato la violenza, sia perché non poteva disporre di una sua milizia armata, sia perché ha capito bene di poter rovesciare l’asimmetria di potere con la tenacia, la “densità dinamica” e la solidarietà internazionale (9); in Tunisia non c’erano neanche islamisti e se ce n’era qualcuno veniva allontanato perché usati da Ben Ali come spettro per legittimarsi. Non ci sono stati –per fortuna- grandi capi o “avanguardie” o partiti, cioè “guide” della rivoluzione; è stata una mobilitazione popolare pragmatica, con grande umanità e una maturità politica inaspettata ma già evidente nei blog dei giovani. Quando la rivolta si è estesa e intensificata dappertutto, l’apparato dello stato ha scaricato il clan al potere. Ben Ali e i Trabelsi sono scappati portando via il più possibile di ricchezze, la megera Leyla una tonnellata e mezza di oro.

Alcuni dicono che Stati Uniti e qualche altro paese europeo (ma non pare sia il caso della Francia e tanto meno dell’Italia che con il più inetto ministro degli esteri della storia repubblicana, continua a omaggiare l’amico Ben Ali) avrebbero favorito questa soluzione, forse perché insofferenti per le continue pretese di pizzo da parte della cricca tunisina. Ma i fatti mostrano in maniera inequivocabile che la rivoluzione è tutta opera di un popolo pacifico ma esasperato dalle ingiustizie e abusi di potere.

I pretoriani del regime non possono fuggire tutti, sono tanti perché un tale tipo di dittatura aveva bisogno di tanti sgherri fedeli e quindi ben foraggiati; sono loro a scatenarsi, a tentare di incendiare l’intero paese per creare un caos che forse avrebbe potuto permettere a Ben Ali di tornare per rimettere “ordine”. Sparano a caso scorrazzando per le strade, entrano a forza nelle case, terrorizzano e saccheggiano come selvaggi lanzichenecchi. Ma la risposta di gran parte della popolazione è straordinaria: si formano dappertutto dei comitati o semplici gruppi di abitanti che, armati a volte di soli bastoni e qualche coltello, organizzano la difesa delle abitazioni e delle strade, un “servizio d’ordine” che trova a volte una buona collaborazione tra i militari e fra una parte dei poliziotti. Per qualche giorno la situazione è drammatica. Mancano i viveri, tutti i commerci e le attività sono ferme, impazzano i saccheggi da parte di bande del vecchio regime, a volte per opera di semplici delinquenti e a volte anche per mano di giovani che danno l’assalto. Molti vanno a visitare allibiti le regge in cui abitavano i dominanti. Viene imposto il coprifuoco, ma in alcuni casi la popolazione in rivolta solidarizza con militari e poliziotti. Il capo della polizia di Ben Ali viene arrestato mentre sta per scappare in Libia, dove Gheddafi proclama la sua totale solidarietà al bandito in fuga, ma dopo qualche giorno è costretto a cambiare posizione: la rivoluzione ha vinto.

Infine, si installa il governo provvisorio, si arriva alla liberazione di tutti i detenuti politici, alla riconoscimento di tutti i partiti e sindacati, all’abolizione (quasi totale) di ogni censura (per la prima volta il quotidiano Libération arriva a Tunisi).

Più di un mese dopo il suicidio di Mohamed Bouzizi, la rivoluzione del gelsomino sembra aver raggiunto quantomeno i suoi primi obiettivi: la mafia BenAli-Trabelsi è stata scacciata; i suoi sgherri sembrano ormai del tutto sconfitti; le libertà fondamentali sembrano instaurate; chiunque va per strada vuole prendere la parola.

Ma la situazione appare ancora alquanto incerta. La sera stessa della formazione del governo provvisorio, cinque ministri hanno dato le dimissioni. Gran parte dei manifestanti che si sono radunati nelle strade gridano di non voler più al governo personaggi che erano prima con Ben Ali. I partiti e i sindacati prima all’opposizione o fuorilegge hanno timore a partecipare al governo di transizione, ad assumerne le responsabilità perché il compromesso con persone del vecchio regime potrebbe penalizzarli alle elezioni libere che dovrebbero svolgersi verso il 10 marzo. Il lavoro riprende il 20 gennaio ma proprio quel giorno il sindacato indice lo sciopero generale dei trasporti. Le scuole e l’università dovevano riaprire il 24 gennaio. Gli islamisti tentano di riapparire e cavalcare anche loro la situazione, pretendendo essere i puri che infine potranno salvare il paese. La costituzione di una vera e propria assemblea costituente di uno stato effettivamente democratico non sembra ancora possibile. Intanto, il 23 gennaio una “carovana” di manifestanti partita dal paese del primo martire della rivoluzione e da altri comuni arriva a Tunisi per rivendicare l’allontanamento definitivo di tutti i politici che hanno governato con Ben Ali. Infine i ministeri chiave (come la Difesa, la Finanza e gli Esteri) sono tolti ai personaggi legati al vecchio regime. La piazza del Governo alla Kasbah è sgombrata in malo modo mentre  alcuni rappresentanti della carovana erano in trattative col nuovo governo. Secondo alcuni medici  dell’Ospedale della Kasbah, agenti delle milizie del vecchio regime e poliziotti hanno fatto irruzione e hanno deliberatamente creato il caos in quello che era un sit in pacifico. Il 30 gennaio è tornato da venti anni di esilio il leader dei fondamentalisti accolto da una folla di simpatizzanti mentre la manifestazione delle donne democratiche del 29 nel centro città è stata osteggiata da una contro-manifestazione al grido di “le donne in cucina!”. Insomma la partita non è definitivamente chiusa. La rivoluzione è fatta ma adesso il da fare è difficile. Ancora il 5 febbraio in una città di provincia la polizia ha ucciso quattro giovani che protestavano contro la morte sospetta di due ragazzi detenuti nel commissariato. Ma, forse, una prova che la rivoluzione ha vinto è stata data dal nuovo ministro dell’interno che ha fatto arrestare quel capo della polizia locale (fatto inimmaginabile in Italia –vedi G8 di Genova).

La riforma della costituzione, l’annullamento degli emendamenti aggiunti da Ben Ali, la separazione tra stato e partito, la scelta del sistema parlamentare o presidenziale, e sopratutto il coraggio di laicizzare o meno lo Stato (il primo articolo della costituzione dice che lo stato tunisino è uno stato musulmano) saranno le vere sfide democratiche del paese.

Non appena s’è saputo del crollo del regime di Ben Ali, tanti hanno ipotizzato che ci possa essere una sorta di emulazione che si estenderebbe ai paesi limitrofi. Anche in Algeria e in Egitto decine di persone si sono immolate col fuoco ed è noto che la situazione in Marocco, sebbene diversa, potrebbe far scaturire una dinamica simile a quella vista in Tunisia (nonostante l’ignobile omertà del sig. T. Ben Jallun che si felicita per le rivolte nei primi due paesi ma non dice nulla sul suo paese dominato dall’elite di cui lui è parte integrante e militante). Il 21 gennaio la situazione sembra esplodere anche in Albania, poi nello Yemen, in Giordania, in Libano, in Siria, persino nel Kuwait. E’ evidente che si tratta di paesi con regimi autoritari, violenti e anche corrotti e che ovunque i giovani finiscono per rivoltarsi. Qualsiasi potere che “tira troppo la corda” finisce per essere travolto e peggio se pretende di sbeffeggiare e massacrare i giovani da sempre i più esposti alle conseguenze nefaste delle scelte dei governi, i più sensibili e reattivi a queste, sino a mettere a rischio la loro stessa vita; come diceva lo stesso Aristotele, se si producono diseguaglianze e povertà … “avremo pena a impedire ai giovani di fare delle rivoluzioni”.

La straordinaria rivoluzione tunisina è forse un fatto politico eccezionale che difficilmente si potrà ripetere tale e quale in altri paesi. Il rischio del bagno di sangue altrove sembra più alto; per esempio in Algeria, la speculare ferocia degli islamisti e della nomenklatura stalinista-mafiosa al potere non esiterebbe a provocare la carneficina. Tuttavia l’esempio tunisino ha senza dubbio una forza difficilmente sopprimibile. La rivolta egiziana contro il regime corrotto e violento di Moubarak non potrà più essere cancellata. Gli Stati Uniti di Obama hanno tentato di praticare una sorta di “ingerenza democratica”, una sperimentazione di una tattica alternativa rispetto alle catastrofiche guerre in Iraq, Afghanistan ecc.

Anche in Egitto la rivoluzione è stata pacifica, senza grandi leader, partiti o religioni, ma il frutto di una mobilitazione straordinaria di ragazze e ragazzi e poi di tutti senza distinzione, usando bene i nuovi mezzi di comunicazione. Hanno pagato con centinaia di morti e migliaia di feriti ma non hanno mollato: «siamo pronti a morire»; l’asimmetria di potere è stata rovesciata dalla rivoluzione popolare  a prova che il dominio neo-conservatore di questi ultimi trent’anni ha fallito e sta crollando. Forse, queste rivoluzioni non apriranno più le porte al liberismo reazionario, corrotto e banditesco, come è avvenuto nei paesi dell’est dopo il 1989, proprio perché nascono contro le conseguenze di questo liberismo.

Il 1 febbraio 2011 una grandiosa manifestazione ha mostrato che il popolo egiziano rischia la morte ma non vuole più rinunciare alla libertà, non vuole più sopportare soprusi, violenze e miseria. Si sentono frasi che ricordano gli eroi del Risorgimento («Moubarak deve andare via, siamo pronti a morire per questo!»). L’esercito e la polizia stanno a guardare ma ovviamente il palazzo del rais è inaccessibile. Tutti ne invocano la cacciata. Il 3 febbraio è una giornata terribile: Moubarak scatena una massa enorme di banditi e poliziotti in borghese che attaccano selvaggiamente i manifestanti pacifici. Ma la tenacia dei rivoluzionari è straordinaria, anche se a mani nude e senza sostegni e mezzi, la resistenza contro i delinquenti del rais tiene. Il centro della piazza Tahrir è fortificato con ogni sorta di oggetto di fortuna; una catena immensa di solidarietà fa arrivare alla piazza cibo e medicine; un ambulatorio improvvisato è organizzato per medicare i feriti; centinaia di giovani infermieri, medici, blogger, volontari corrono senza sosta per far fronte ad ogni necessità. Si arriva al venerdì 4, ancora due milioni in piazza per il “giorno della partenza” (di Moubarak). Ma il criminale non molla. Ancora il 5 mttina la piazza resta occupata e si aspetta la fine del regime.

a seguire

note per approfondimenti:

I giovani (ragazze e ragazzi) che sono stati alla testa della rivoluzione usano tutti facebook, twitter, Flickr. Il NYT scrive che il facebook gruop egiziano 6 Aprile è il più importante per la sua capacità di dibattiti politici dinamici

Gli averi accumulati dalla famiglia Moubarak ammonterebbero a 70 miliardi di dollari (vedi articolo del The Guardian : http://www.guardian.co.uk/world/2011/feb/04/hosni-mubarak-family-fortune

per seguire la cronaca consigliamo : http://www.elwatan.com/ (quotidiano algerino), le dirette di http://www.france24.com/fr/ (anche in inglese http://www.france24.com/en),

per video e reportages si veda http://current.com/ reporters sans frontiere (in italiano o in fr o in inglese) e altri su Instv o terrelibere o fortresseurop


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NOTE

1) Sugli italiani di Tunisia si veda http://www.italianiditunisia.com/frm-main.php

2) Secondo le norme europee le sole attività lecite nei paesi terzi in aree “sottodogana” o offshore producono solo semilavorati. Quasi tutte le delocalizzazioni europee, invece, forniscono prodotti finiti, già con le etichette “made” nei vari paesi di vendita: questa è frode comunitaria ma nessuno la persegue. La lista completa delle  imprese italiane in Tunisia è al sito: http://www.ice.gov.it/paesi/africa/tunisia/presenza.htm (oltre 800 fra le quali Benetton, Miroglio, Marzotto, Tacchini, ecc).

3)  N. Beau e C. Graciet, La régente de Carthage, La Découverte, Parigi 2009

4)  N. Beau e J.P. Tuquoi, Notre ami Ben Ali, l’envers du miracle tunisien. La Découverte, Parigi 1999. Nel 1992, Il fratello di Ben Ali fu condannato in contumacia a Parigi a 10 anni per appartenenza alla «Couscous connection», un netwok di traffico di droga. Fu ammazzato nel 1996 senza aver mai scontato la galera (vedi http://latunisiededina.blogspot.com/2009/08/revelations-sur-lassassinat-de-moncef.html ed anche http://fr.wikipedia.org/wiki/Habib_Ben_Ali (qui la sua biografia). Due nipoti Trabelsi sono stati incriminati per banda organizzata e furto di tre yacht di lusso in Corsica il 5 maggio 2006. Un anno prima uno di questi aveva ordinato il furto della BMW di lusso di un giocatore dell’Olympique Marsiglia (vedi http://www.afrik.com/article14066.html).

5)  S. Finzi, Tunisi: un linguaggio, un doppio linguaggio, un linguaggio multiplo?, in La rivoluzione liberista nelle città euromediterranee, Mesogea, 2011 (in stampa)

6)  Questi aspetti sono stati studiati da C. Lainati e Palidda durante una ricerca per il progetto europeo Ecobaz (fp5-1996) diretto da M. Peraldi

7)  Si tratta qui di note di una ricerca di Hassan Boubakri, (Università di Sousse)

8)  Palidda, Mobilità umane, Cortina 2008

9) Ascolta: http://www.lemonde.fr/international/portfolio/2011/01/29/tunisie-l-heroisme-ordinaire-des-femmes_1472219_3210.html

Una Risposta a Cronaca di una rivoluzione inimmaginabile: da Cartagine al Nilo e oltre

  1. michele lupo ha detto:

    Il 1 febbraio 2011 una grandiosa manifestazione ha mostrato che il popolo egiziano rischia la morte ma non vuole più rinunciare alla libertà, non vuole più sopportare soprusi, violenze e miseria.

    proprio come gli italiani

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