Oana Parvan

La Romania è un paese dall’anima duplice. Un’anima appartiene all’Oriente, coi suoi storici domini ottomani e sovietici, un’altra all’Occidente, alla Roma del suo Traiano e agli Hohenzollern (famiglia nobile austriaca alla guida della monarchia rumena). Questo destino oscillante è dovuto alla delicata posizione geografica del paese, collocato alle porte dell’Oriente, quindi permeabile a influenze politiche spesso in conflitto.

Ma nel popolo rumeno è stata sempre viva una tensione verso lo spazio immaginario dell’Occidente – inteso come spazio della modernità e della civiltà, in cui si sarebbe sempre voluto essere inclusi. L’Occidente ha agito sempre da ideale: politico e culturale. Si dice tuttoggi, nel linguaggio comune, per spiegare qualche difetto della società rumena, come la corruzione o la volgarità «Siamo degli orientali…». L’Oriente è inconsciamente fonte del male. Così è stato percepito lungamente anche dai politici rumeni, che mai hanno voluto fare i conti con i grandi poteri che si trovavano alle loro spalle, i poteri dell’Est.

Ma, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, la Romania si è sentita libera di tornare allo spazio dal quale era stata ingiustamente esclusa. Poteva almeno sperare di riavvicinarvisi. Quella parte dell’identità rumena, l’anima dell’Occidente, repressa dall’ultimo comunismo di Ceausescu, poteva tornare a fiorire. Fu con immense speranze che i rumeni aspettarono di essere coinvolti da quegli attori internazionali, che avevano, per tanto tempo, idealizzato. In questa percezione, Europa e Stati Uniti rappresentavano i simboli del ritorno alle origini, che i rumeni si ostinavano a concepire latine, come suggerisce il nome stesso della Repubblica.

Non è un caso che il periodo successivo al crollo del comunismo viene scandito da due date cruciali, il 2004 (integrazione nella Nato) e il 2007 (integrazione nell’Unione europea), sintetizzate nel sintagma «integrazione euro-atlantica», che riassume le aspettative di un popolo uscito dal totalitarismo. L’Europa – e in misura minore gli Stati Uniti – diventa così la promessa di democrazia e di benessere. Ma, non in ultima istanza, una promessa di accettazione e di partecipazione.

Molti rumeni non si sono fidati che il loro paese potesse diventare quello Stato europeo in cui avrebbero voluto vivere; hanno, quindi, preferito inseguire il loro sogno europeo oltre i confini. Questa lacerazione, pur fisiologico, del corpo del paese ha avuto due conseguenze: da un lato, la diminuzione della forza immunitaria dell’opinione pubblica rumena e quindi una degenerazione indisturbata della politica, e, dall’altro lato, per quel che riguarda gli emigranti rumeni, la naturale pretesa di essere riconosciuti come cittadini europei, nei paesi ospitanti. Questa pretesa si è rafforzata dopo il 2007, anno in cui, legalmente, i rumeni sono usciti dalla condizione dell’«extracomunitario».

Lo statuto di paese «comunitario» non ha, però, portato, così come si auspicava, grandi benefici ai cittadini rumeni, in patria e oltre i confini. Economicamente, l’integrazione ha presupposto nuovi oneri e la vendita di molte risorse e strutture nazionali alle aziende europee. In cambio, l’Unione europea si è eretta a «padre protettore» della situazione rumena, attualmente segnata da una grande crisi, che forza il paese a indebitarsi.

Sul piano sociale, non si può certo dire che i rumeni siano stati diversamente percepiti dopo il 2007; sono state disilluse le attese di quel cambiamento improvviso del modo in cui gli altri ci avrebbero trattato. L’integrazione in una comunità è, certamente, un processo complesso, che ogni individuo costruisce quotidianamente nel luogo in cui ha scelto di stabilirsi, ma l’appartenenza all’Ue non ha facilitato l’accoglienza degli immigrati rumeni, anche se burocraticamente la loro situazione è leggermente migliorata. Si potrebbe, anzi, dire che il punto di partenza dell’idea che gli altri si sono fatti dei rumeni sia negativo e che possa, semmai, essere contrastato solo da un faticoso lavoro di conquista della fiducia, che passa spesso per lo sfruttamento.

Resta il fatto che i rumeni, ovunque si trovino, percepiscano il loro paese come Stato europeo di serie B. Gran parte di questa percezione è dovuta al fatto che i partiti di destra dell’Europa, tanto idealizzata dalla Romania, abbiano scelto la minoranza rom come protagonista indiscussa delle loro strategie elettorali. La questione dei rom monopolizza la spazio discorsivo riguardante la Romania, che non ha mai preso una posizione netta contro la xenofobia dilagante. La ragione risiede nel rapporto che i rumeni hanno sperato di istituire col «mondo civile» dell’Occidente. Questo rapporto sembra impossibile, adesso che i rom sono scelti come colpevoli di tutti i mali causati dall’apertura dell’Europa verso la Romania. Infatti, la politica del «capro espiatorio» ha acutizzato il conflitto tra rumeni e rom. Questi ultimi sono diventati il simbolo di ciò che di più «orientale» è rimasto nella società rumena, di tutte quelle caratteristiche che rendono la partecipazione allo spazio europeo inaccettabile: l’inciviltà, l’inaffidabilità, la menzogna, l’inganno, la volgarità. I rumeni hanno costantemente la tendenza a rimuovere i rom dallo spazio dell’identità nazionale, per allontanare da sé il fantasma dell’esclusione. Che pure torna spesso a infestare il discorso pubblico europeo.

Ciò nonostante, i rumeni, ovunque si trovino, continuano a idealizzare l’Europa e farsi ispirare dai suoi modelli democratici, anche quando questi stessi sono in crisi. Si fanno guidare da ciò che pensano essere Europa. E questo, per il vecchio continente, è una grande responsabilità.

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Una Risposta a L’orfana dell’Europa

  1. Antonio Allegra ha detto:

    Forse i rumeni dovrebbero proprio smetterla di guardare all’Europa come modello e iniziare così a capire il ruolo di subalternità che la Romania, insieme agli altri paesi dell'”Est”, riveste nei confronti dell’Europa dei ricchi.

    Ps: se posso aggiungere un’opinione: ho l’impressione che l’unico vero, grande risultato per l’Europa con la fine degli stati socialisti sia stato l’allargamento del mercato del lavoro che ha prodotto un abbassamento del costo del lavoro e, dunque, la concorrenzialità a livello mondiale. Ma la crisi purtroppo, quando arriva, la pagano sempre i più deboli.

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