[Rendiamo pubblico lo scambio di mail avvenuto tra un lettore di “alfabeta2”, Paolo Mantioni, e uno dei collaboratori del numero 5, Federico Campagna, autore di questo breve intervento.]

Paolo Mantioni

Spett. redazione,

scrivo per esprimere il mio più totale dissento a proposito dell’articolo a firma f.s. (Federico Campagna) intitolato La battaglia di Londra,riquadro conclusivo e autonomo dell’articolo che lo precede, Merry ecc., tutt’altro che disprezzabile (sul piano letterario). Non si tratta di buonismo pacifista o moderatismo politico, non è sul politicamente opinabile che s’appunta il mio viscerale rifiuto dei contenuti di quell’articolo. Non è nemmeno sul piano legale (induzione alla violenza?) che mai e poi vorrei imputare all’estensore dello scritto. il fatto è che io sono così folle da credere sacra la saggezza. Sono così folle da credere che le mie ragioni non sono così assolute da poterle imporre con la violenza a chi non le ritiene tali, e non solo per un astratto senso di reciprocità, ma proprio perché volendo imporre con la violenza le mie ragioni do al mio avversario la certezze che le ragioni possono essere imposte con la violenza. Chi ha esercitato o esercita violenza lo ha sempre fatto e lo fa sempre dandosi ragione: rivendicazioni sociali o economiche, mantenimento dell’ordine, ecc. La violenza legale o massmediatica o fisica sarà sempre spiegabile in base a un diritto (foss’anche il diritto tutto personale di intrattenere un codazzo di giovani puttane). Al di là del fatto che, per quanto belli, i sedicenni afro-inglesi armati di bastone sono comunque una sconfitta della saggezza e che i poliziotti così solerti a manganellare gli inermi e così codardi di fronte alla folla inferocita sono una brutta immagine e, soprattutto, un brutto ricordo perché prima dei ministri sono sempre stati loro a farne le spese, e che, infine, le rovine fumanti del palazzo del potere torneranno più belle e più forti di prima, tutti errori che, ne convengo, possono essere vissuti come vittorie, ciò che rimane è che anche gli altri hanno le loro ragioni e non possiamo e non dobbiamo imporre le nostre con gli stessi metodi con i quali ci impongono le loro.

Non sono un apostolo della non-violenza, lo sarei sul piano intellettuale, ma non riesco ad esserlo sul piano temperamentale, perché so che reagirei violentemente se mi si volesse togliere la libertà di non usare violenza. Penso però che ogni vittoria ottenuta con la violenza, sul piano individuale e sul piano collettivo e storico siano sempre preludi a disastri.

P.S.: Anche i grandi pensatori possono dire idiozie senza smettere di essere grandi pensatori.

*

Federico Campagna

Caro Paolo,

mi è stata appena inoltrata dalla redazione di Alfabeta2 la tua (va bene se ci diamo del tu?) email riguardo il mio box La battaglia di Londra.

Innanzitutto ti ringrazio per aver scritto, è sempre un piacere e un ottimo stimolo potersi confrontare con opinioni diverse dalle proprie, soprattutto se elaborate in maniera cortese e complessa come tu hai fatto.

Mi piacerebbe provare a spiegare meglio la mia posizione, non tanto per cercare di argomentarne la giustezza o per contraddire la tua opinione, ma quantomeno per poter aggiungere alcuni elementi che, per brevità, non ho potuto inserire nel box.

Innanzitutto, il contesto in cui è stato scritto quel box.

Ho scritto quel breve pezzo appena tornato dalla manifestazione studentesca. Per motivi ideologici e anagrafici, avevo partecipato alla manifestaizone con vivo interesse. Ero altresì al corrente della notoria passività e lentezza dei movimenti sociali inglesi e della loro forte impronta “white middle class”. Puoi immaginare il mio stupore di fronte alle scene che mi si sono presentate di fronte, e soprattutto alla incredibile partecipazione di fasce della popolazione giovanile (i sedicenni afro-inglesi che citavo) che sono solitamente del tutto estranei ai movimenti sociali o alla vita politica attiva, mentre sono solitamente confinati  nei loro ghetti di periferia o nelle centinaia di chiese nei loro quartieri. Al di là delle opinioni sul metodo, il loro ingresso sulla scena è senza dubbio un avvenimento fondamentale nella storia inglese contemporanea e uno spiraglio di speranza per la loro inclusione nel dibattito futuro.

Ma ora parliamo della violenza. E’ un argomento spinoso, ovviamente. Cercherò di proporre qualche spunto, nella speranza di poter chiarire la mia posizione.

Credo ci sia spesso la tentazione di classificare diversi generi di azioni nei confronti di diversi obiettivi sotto la categoria unica di ‘violenza’. Io tenderei invece a distinguere quelle azioni che intervengono sulla vita (umana o animale che sia), da quelle che intervengono sugli oggetti inanimati. Sarei propenso a considerare il primo genere di azioni come vera e propria violenza, mentre il secondo genere come sabotaggio o vandalismo. Del resto, dobbiamo ricordare come il movimento politico dello stesso Ghandi, naturalmente non violento, non disdegnasse compiere azioni di sabotaggio e di distruzione tali da offuscare di gran lunga tutto ciò che si è visto nelle strade d’Europa negli ultimi mesi.

Dobbiamo poi comparare questi diversi generi di azioni tra loro, all’interno del contesto. Ci possono essere situazioni in cui l’uso della forza contro gli oggetti può servire a prevenire l’esercizio della violenza contro la vita. Prendiamo ad esempio il caso dei sabotaggi compiuti dagli attivisti ambientalisti inglesi contro le power stations a carbone, responsabili di immani devastazioni ambientali, o gli interventi di sabotaggio alle strutture di approvvigionamento delle basi militari americane in Italia compiuti dai “disobbedienti” durante i primi anni della guerra in Iraq.

Esistono poi casi estremi in cui la violenza è necessaria per fermare altra violenza – fu questo il caso durante la guerra di resistenza negli anni quaranta, ad esempio, o le rivolte degli schiavi a Haiti nel XVIII secolo, o il terrorismo di Nelson Mandela in Sudafrica – ma questi sono certamente casi tanto eccezionali da dover essere considerati con enorme cautela e all’interno del loro contesto storico.

Infine, dobbiamo considerare l’efficacia e efficienza dell’uso della forza (contro gli oggetti) in relazione agli obiettivi perseguiti. In questo caso, non potrei esitare dal bollare come inefficaci e inefficienti tutte quelle azioni come la distruzione di vetrine e affini che accompagnano molte delle manifestazioni degli ultimi mesi. Tuttavia, nel caso specifico della manifestazione in questione, devo ammettere che l’uso della forza contro l’HQ dei Tories, anche se non ha prodotto alcun effetto permanente (lo ricostruiranno più bello di prima, hai ragione), ha nondimeno avuto un forte effetto catalizzatore per la creazione di un’identità attorno a cui il movimento studentesco inglese sta iniziando a formarsi. Detto questo, però, dobbiamo osservare quella azione specifica nel suo contesto, e non possiamo (né voglio) trarne la conclusione che ogni attacco all’HQ dei Tories sia sempre e necessariamente altrettanto rilevante come quel primo.

Non credo sia mai stata messa in discussione la possibilità di protestare in maniera non violenta. Non da parte mia, almeno. Avrei qualche dubbio, invece, se parlassi della polizia. E’ in atto una progressiva militarizzazione dell’ordine pubblico, in tutta Europa, che non necessita certamente degli occasionali scontri con i manifestanti per prendere piede. In Inghilterra, ad esempio, ho assistito nelle ultime settimane a cariche a cavallo da parte della polizia, ad abusi su manifestanti disabili, trascinati a terra dalla polizia, e così via… Si discute addirittura di arresti preventivi (anche qui), di vietare le manifestazioni tout-court e di altre amenità del genere. La speranza di tutti è che la violenza esercitata dal potere e dai suoi organismi repressivi non si estenda al punto di richiedere una risposta che la eguagli. Questa, però, non è una decisione che sta solo a noi. E quando dico noi, intendo un insieme variegato di universi lontanissimi. Nel mio caso, ad esempio, non posso lamentarmi di subire un’eccessiva violenza da parte del potere (politico e soprattutto economico) che governa l’Inghilterra. Forse, se fossi un sedicenne afro-inglese senza prospettive, sfruttato e chiuso nel ghetto, la mia opinione sarebbe diversa.

Per concludere, la mia posizione è di apertura alle diverse situazioni storiche e alle loro richieste. Se è vero che idee astratte sono la prima causa di violenze immani, è altresì vero che l’astenersi dalla violenza aprioristicamente può essere causa di abomini simili (ad esempio, che senso avrebbe avuto il pacifismo di fronte all’avanzata di Hitler?). La storia e la vita scorrono fluide, e a volte ci sorprendono con le loro richieste. La nostra saggezza, come tu dicevi, sta nel saperle leggere e nel non farsi ingannare da quelle che sembrano richieste storiche e sono invece solo mere illusioni. Un compito difficilissimo, al punto dal richiedere, a volte, la sacra follia dell’intuizione.

Spero che queste righe siano servite a chiarire la mia posizione, che, immagino, continua ad avere diverse distanze dalla tua.

Grazie ancora della tua email,

un caro saluto

*

Paolo Mantioni


Caro Federico,

sì, possiamo darci del tu, anche se credo di avere almeno vent’anni più di te. Prima ancora di commentare quanto hai scritto, devo aggiungere alcune cose che nella mail iniziale, a causa di un troppo forte coinvolgimento emotivo, non sono riuscito ad esprimere. Innanzitutto che il riquadro incriminato completava un articolo che mi era piaciuto molto. E poi che tra i più fidi scudieri dell’attuale Presidente del Consiglio Italiano figurano molti personaggi che trent’anni fa pensavano e scrivevano press’a poco le cose che ho trovato scritte in quel riquadro. Però mi son detto, e questo non te lo avrei scritto se tu non mi avessi mandato una risposta tanto rassicurante per me, se il giovane Federico Campagna riuscirà a preservare quella sensibilità e la resa stilistica di quella sensibilità, forse riuscirà a non fare la loro stessa carriera. Ora ne sono quasi sicuro. Un’altra cosa su Benjamin: non so da quale contesto tu abbia preso quel pensiero, ma credo che i nazisti che lo inseguivano e gli squadristi che bruciavano le case del popolo in Italia, loro sì pensavano che la violenza è sublime. Io penso che tutti i nostri pensieri e tutte le azioni che ne conseguono siano rielaborazioni più o meno personali di pensieri di coloro che ci hanno preceduto (i geni, quelli che elaborano pensieri assolutamente originali, nei diversi campi della cultura, nella storia dell’umanità si possano contare sulle dita di una mano), perciò non amo rafforzare la forza retorica delle mie asserzioni appoggiandomi all’autorità di maestri riconosciuti e troppo comunemente accettati, spesso solo a parole. Anche perché questo modo di procedere toglie valore alla responsabilità personale di quello che affermo, per questo a proposito dei poliziotti ho evitato di citare Pasolini.

Riguardo invece alla tua mail di risposta, dico che nell’oceano di violenza che ci circonda riconosco come accettabile solo quella necessaria, quella, cioè, che risponde ad un’aggressione o che vuole privarmi della libertà fisica o vuole costringermi ad usare violenza (tra gli esempi storici che hai citato, quello più vicino al mio concetto di violenza necessaria è quello dei partigiani che dovevano scegliere tra la resistenza o la repubblica di Salò). Invece non sottilizzerei troppo  tra violenza contro le cose e violenza contro le persone, perché a forza di sottilizzare potrebbe accadere di incendiare un palazzo che “Dio mio, pensavo fosse disabitato”. Per il resto sono d’accordo con te, la vita ci mette di fronte spsso a situazioni inaspettate che le nostre elaborazioni intellettuali non sono in grado di addomesticare, sicchè la reazione non può che essere istintiva, immediata, folle (o meglio, irrazionale), non è un delitto fare il “tifo” per i sedicenni afro-inglesi, ma indagare dentro di sé la natura di quel “tifo”, elaborarlo intellettualmente, può esser più efficace (politicamente e, soprattutto, culturalmente) che semplicemente esporlo. Anche le manifestazioni istintive, immediate, irrazionali sono mediate dai precedenti livelli di elaborazione cosciente e credo che questo è un  compito specifico dell’intellettuale: allargare quanto più possibile la consapevolezza e la responsabilità dell’essere al mondo.

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