Luigi Weber

Sul numero 5 della prima «alfabeta» (1979), Giuliano Gramigna pubblicò un articolo dedicato a Germano Lombardi, L’occhio di Beatrix, ibridando i titoli di due, forse tre, opere narrative del poco più giovane autore ligure: L’occhio di Heinrich e Cercando Beatrix (più Chi è Beatrix). Se gli occhi bicolori dell’ignota ragazza si affacciano in varie opere di Lombardi, compreso Villa con prato all’inglese che torna oggi in libreria nelle edizioni il Canneto dopo trentatré anni dalla sua prima edizione presso Rizzoli, Gramigna con il titolo a innesto coglieva di lui due peculiarità: la tendenza agglutinante – di tre testi se ne fa uno – e il continuo slittamento di un personaggio nell’altro, la loro opaca definizione che li rende tutti sovrapponibili. Lombardi, allora, era sul limitare dell’oblio che presto lo avrebbe inghiottito, malgrado resti di lui un esemplare profilo critico a firma di Giulio Ferroni.

A quella data usciva Chi è Beatrix, penultimo elemento della saga narrativa più destrutturata che si possa immaginare, composta di otto «pezzi» tra romanzi e raccolte di racconti per Feltrinelli e per Rizzoli, nell’arco compreso tra Barcelona, nato insieme al Gruppo ’63, e il 1979, appunto. Dove la continuità è data dal ritorno degli stessi personaggi (Giovanni Zevi, Enrico China, Berthús, Beatrix), dalla disseminazione cosmopolita delle vicende, la discontinuità dal fatto che nessuno assomiglia mai neanche a se stesso. E se l’occasione retrospettiva permette sempre bilanci, non sarà fuori luogo percepire oggi questa forma d’eccellenza, pur non ortodossa; eccellenza che spiega l’oblio; nella destrutturazione. Proprio «narratore come di una saga», ebbe a scriverne Marcello Carlino nel 2002, in occasione del conferimento del Premio Marino Piazzola «e però inusitata e inquietante, le cui sequenze non si svolgono secondo un ordinato filo temporale […] (è la saga piuttosto di un tempo irrisolto, di una storia che non matura e invece si scompensa)».

Rileggendo oggi Lombardi, specie in questo divertente Villa con prato all’inglese, viene in mente con prepotenza tutta una genealogia non-italiana: il massimo cantore della stupefazione alcolica, quel Malcolm Lowry che con Under the Volcano fu molto amato, specie dagli autori in scuderia Feltrinelli, ma ci volle tempo perché lo si ammettesse (Balestrini pagò il suo debito, con una bellissima sezione dell’Editore, solo nel 1989), e comunque senza il pathos del disfacimento tragico; William Burroughs, visionario poeta degli stati di coscienza alterati e del cut-up selvaggio, cui «il verri» dedicò un numero speciale già nel ’68, forse la prima rivista letteraria in Italia a registrarne la grandezza, ma un Burroughs senza il lirismo del lisergico; il Pynchon di V., uscito nel medesimo 1963 di Barcelona, un libro il cui nome si espone già nei dibattiti sul romanzo sperimentale del 1965, e che la scoordinata, sconclusionata, impossibile ricerca di Beatrix sembra costantemente evocare, ma senza l’aspirazione enciclopedica da opera-mondo che sempre abita Pynchon; il primo Robbe-Grillet, quello del poliziesco edipico Le gomme, ma parodiato e reso definitivamente pop, e come può stupirci ciò in un uomo che era amico del gruppo di artisti di piazza del Popolo, di Schifano, di Festa, di Angeli, di Giosetta Fioroni? Vengono in mente, persino, l’improbabile Bond di Ian Fleming o Alistair MacLean, che fu il più fortunato autore di war e spy story degli anni Sessanta.

Lombardi è uno scrittore impaziente, come fu in vita con i suoi tanti lavori: un viaggiatore instancabile, uno scrittore che ama immaginare ma non ama indugiare a scrivere; nelle formule burocratiche che spende per introdurre i suoi personaggi dai nomi improbabili («Mattia Pineale Justerini, ufficiale marconista di anni 29»; «Nuvolo Cisterna, di anni 28, ex carabiniere»; «Olimpia de Amicis Justerini aveva anni 49, da ventiquattr’anni vedova di James Justerini»; «la signorina Albana Molteni, di anni 38», e così via), sembra risuonare l’incipit di Pagliarani «Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all’ombra del Duomo». Nelle legnose specificazioni di indirizzi e luoghi vive il rifiuto di ogni narrare finto a-problematico, cioè dell’inganno sottostante a ogni «realismo»: «L’auto era una 126 Fiat presa in affitto al garage “Flowers Rent” di San Remo sito in via Maj, numero civico 32 […]. Un quarto d’ora dopo era nella città di Oneglia, via Viesseux 12, nella libreria di Onesto Cavour, nativo di Asti, di anni 68». Il genere giallo, la quête investigativa, viene ricondotta al suo etimo di verbale di polizia. Il che contrasta appieno con l’ispirazione assolutamente romanzesca delle sue opere, dove si è sempre in presenza, almeno supposta, di complotti, attentati, spionaggi, furti, fughe, tradimenti, omicidi, interrogatori, violenze. Un repertorio che, se trattato diversamente, sarebbe pronto per l’etichetta di postmoderno, e invece si ferma un passo prima, laddove il repertorio è ancora smontato senza rimontarlo, anzi senza nemmeno più lasciare in giro le istruzioni per l’uso.

La tensione fondamentale di Lombardi è tra il racconto e l’afasia, male da cui sono attanagliati tutti i suoi protagonisti, e le sue trame medesime, sempre tronche, sempre incapaci di concludersi o anche solo di esplicitarsi, sottoposte a continui cambi di scena e a recisioni impreviste, non funzionali. In Villa con prato all’inglese abbiamo un plot che ruota intorno a una collana di diamanti rubata, e a svariati morti ammazzati, alcuni dei quali nascosti da tempo sotto il verde piano del giardino che dà il titolo al romanzo. Seguire da presso più che mai il modello del giallo internazionale fleminghiano, e neutralizzarlo continuamente, frustrando il desiderio di un qualche appagante approdo di senso, resta l’inganno più gustoso perpetrato da Lombardi in questo suo libro.

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