Damiano Cason  (Bartleby, Uniriot Bologna)

“In realtà mi pare, per lo meno nella mia cerchia di amici e conoscenti, che quasi tutti i fumatori siano passati al tabacco”. Così ho risposto ironicamente il giorno dopo Roma a un’amica che lamentava: “nessuno di noi rinuncia alle sigarette per comprarsi un libro”. Per inciso, aveva appena finito di leggere la risposta a Saviano di uno studente che gli chiedeva “starai dalla nostra parte quando ruberemo i libri perché non potremo più permetterceli?”

Del resto, se proprio vogliamo metterla sulla sociologia, la mia risposta ironica ha un contenuto di verità: non che io abbia mai fatto un sondaggio sul fumo, ma visto che parlo di amici e conoscenti, so benissimo che la loro scelta riguarda anche questioni economiche. E poi le sigarette sono fabbricate in modo che continuino a bruciare anche se non le fumi. E poi i filtri inquinano. E poi… ma non sto mica scrivendo una polemica sulle multinazionali del tabacco. Mi dispiace per voi ma da uno che ha iniziato a fumare a 25 anni (io), si può solo pensare che decida di smettere in modo altrettanto fulmineo: il punto è piuttosto, mi pare, che, se da un po’ si dice che questa sarà la prima generazione europea dopo secoli “col segno meno”, ora se ne manifestano palesemente le conseguenze nei piccoli gesti quotidiani addirittura di una singola persona.

La presunta mancata rinuncia “alla birretta” o alle sigarette per comprarsi un libro, sottende infatti l’accusa alla “generazione cui tutto sembra dovuto”, e qui torna in ballo la questione delle “promesse mancate”. Parrebbe un po’ bambinesco lamentarsi perché ci hanno detto di andare all’università per lavorare e poi non c’è un lavoro; d’altronde se il lavoro non c’è più, che ci può fare chi l’aveva promesso? E’ come se un amico promette di passare a prenderti in stazione quando scendi dal treno, ma quando arrivi non lo trovi. Potrebbe avere un buon motivo qualsiasi, che ne so, ha trovato la sua ragazza a letto con un altro. Ma potrebbe anche avere un motivo idiota: è a casa a giocare con la playstation. E lo sappiamo che i soldi ci sono ma vanno a finire da altre parti… (che vi devo scrivere dove?). Comunque non è che ti puoi incazzare, capita. Più che altro, siccome non vi incazzate, concederete all’amico una seconda chance: certo che se questo continua a lasciarvi a piedi per giocare alla playstation allora il discorso cambia. Comincerete a nutrire meno fiducia in quella persona; comincerete col non confidargli più i vostri problemi, a non renderlo partecipe dei vostri desideri; infine a non affidargli più responsabilità che vi coinvolgono, perché si è dimostrato effettivamente inadatto a ricevere la vostra fiducia.

Non è forse quello che sta accadendo a questa generazione? Il 14 dicembre abbiamo dichiarato inimicizia al Parlamento, perché il nostro futuro non si stava decidendo accanto a noi, ma in altre stanze con una compravendita di corrotti. Non sta forse il governo giocando alla playstation mentre noi aspettiamo? No? Ah, certo che no: festini e balletti esotici.

Così i musi lunghi nella pancia del corteo alla notizia della fiducia, sono durati il tempo di qualche centinaio di metri. D’altronde chi di noi può dire dove sta andando? Qualcuno a 18 anni già aveva deciso: farò l’avvocato, il medico, lo storico dell’arte, l’ingegnere. Quel corteo invece no, non sapeva più dove andare, non poteva nemmeno più credere che “va beh, per stavolta chiamo un altro”. Non c’è nessun “altro” da chiamare, al quale sono già state date tante possibilità. Del resto, appartengono proprio a questi “altri” (il Pd e l’Italia dei Valori?) coloro che si sono adagiati alla grande abbuffata del governo.

Così, ironia della sorte, il Popolo (maiuscolo) si dirige verso piazza del popolo (minuscolo), e siccome malgrado indagini varie dei servizi segreti esistono ancora esseri umani che decidono da sé, il corteo eccede l’organizzazione, e gli arresti della polizia ai danni di ventenni incensurati ne sono la testimonianza.

Quello di cui stiamo parlando è una reazione viscerale esattamente contraria ai rapporti dei ministri di governo: un “gruppuscolo antagonista violento” riprodurrebbe il proprio atto in continuazione, consapevole dalla propria strategia. Un movimento così, invece, ha cercato di paralizzare il paese senza l’appoggio di nessuno (amen) e quando è stato chiaro che avrebbero cercato di zittirlo con una botta in testa, non ci ha visto più. Come quando rompi un piatto in cucina per un litigio, non è che poi smetti di mangiare per sempre: ne prendi un altro, rifletti sulle ragioni per cui ne hai spaccato uno, e poi vai avanti. Avanti, non indietro.

Dall’ingresso della piazza le immagini surreali di fiamme, fumo nero, fuochi d’artificio dipingevano un quadro del quale però non c’erano osservatori. Non tutto il corteo è entrato in quella piazza, perché quella piazza era già piena.

Non erano pochi gruppi violenti seguiti da qualcuno, e nemmeno c’erano ancora gruppi diversi unitisi tra loro. Non c’erano più  qualcuno e i gruppi violenti, perché i gruppi violenti hanno perso di significato nell’indignazione che aleggiava nella piazza, unica ma multiforme. E se la forza di quel giorno è stata solo una forma di quel preciso istante, il vero passo sta invece nelle narrazioni seguenti quella giornata, con le quali potremo forse spostare il piano del discorso, da ormai cinquant’anni fondato sulla questione dell’ordine pubblico, sui contenuti che riguardano noi e il nostro futuro.

Dal braccialetto per i manifestanti facinorosi, all’accesso alle borse di studio, dal DASPO per i cortei al pagamento di stage e tirocini, dagli infiltrati in borghese a nuove forme di welfare, dalla repressione auspicata dai ministri di questo governo a una cultura generatrice di ricchezza sociale, aperta e di massa.

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Una Risposta a Dalla Piazza al Popolo

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