Paolo Bertetto

Il livello di contemporaneità del cinema americano è attestato anche dalla sua capacità di intervenire in presa diretta sui grandi nodi della trasformazione del mondo in atto. Invece dei piccoli spaccati di marginalità sociali o delle minime storie private del cinema italiano ed europeo, un film come The Social Network racconta la genesi di uno degli eventi di più grande rilievo nell’orizzonte della rete, la nascita di facebook, e la storia di Mark Zuckerberg. The Social Network – tratto da un libro di Ben Mezrich – è un film postclassico, che semplifica le procedure narrative, alternando semplicemente la narrazione dell’invenzione e della diffusione progressiva di facebook alle immagini dei processi subiti da Zuckerberg da parte di altri soci o aspiranti soci nell’impresa.

La messa in scena di David Fincher è indubbiamente tradizionale e si avvale sistematicamente della tecnica del campo e controcampo che costituiva uno dei nuclei della regia classica, modificato tuttavia in senso intensivo (è il modello dell’intensified continuity che Bordwell considera caratteristica dell’ultimo cinema hollywoodiano). Insieme Fincher costruisce il ritmo del film non solo sul susseguirsi degli avvenimenti ma su una recitazione che accelera i tempi delle battute, ricorrendo alla tecnica dell’overlapping che Hawks aveva adottato nelle sue commedie sofisticate e anche Welles aveva usato in altro modo nei suoi primi film. Varrà la pena di riflettere in un altro momento sull’efficacia delle riemergenze di cinema postclassico in contrapposizione alle avventure del cinema postmoderno.

Ora mi interessa discutere un altro aspetto legato ai problemi e alle idee che il film produce. Come scrive Deleuze i film sono anche – o soprattutto – i concetti che suscitano.

La storia che noi vediamo è quella di una giovane generazione di ventenni americani che inventano nuovi lavori, nuovi modelli di comunicazione, nuovi meccanismi di interrelazione. Sono giovani che allargano le potenzialità dell’informatica dapprima e della comunicazione in rete poi e operano di fatto una modificazione nell’intersoggettività e negli stili di vita. Ma insieme per questa via delineano uno stadio nuovo dello sviluppo capitalistico, legato all’orizzonte bio-informatico, e alla trasformazione radicale dei meccanismi di valorizzazione.

Un film come The Social Network infatti non è solo o tanto la storia dell’invenzione di facebook, ma è una narrazione dei processi profondi di trasformazione del mondo intersoggettivo e anche dell’orizzonte socio-produttivo e quindi del capitalismo americano. Il costante sviluppo delle forme di produzione e di accumulazione sta generando un modello diverso di produzione del valore che si realizza nell’orizzonte della comunicazione e dell’immateriale, della bio-informatica e della intersoggettività impalpabile della rete e dei messaggi.

Questo processo sottolinea alcuni aspetti strutturali dello sviluppo definiti per esempio da Bernard Stiegler, che parla di capitalismo cognitivo, sottolineando da un lato la centralità della padronanza del cognitivo nello sviluppo capitalistico e dall’altro il fatto che il capitalismo diventa ormai intrinsecamente cognitivo e tende ad acquisire un carattere fondamentalmente immateriale: «Quello che conta non è la proprietà dei mezzi di produzione, ma la produzione di concetti che permettano di orientare i mezzi di produzione per i propri interessi, e il controllo dei comportamenti dei mercati, cioè dei consumatori, nel senso della concretizzazione sociale dei concetti». Non solo. The Social Network mostra anche le invenzioni del capitalismo cognitivo come una produzione di nuove socialità e di nuove intersoggettività, legate alla relazioni tra le persone e ai loro desideri. Facebook nasce per diventare un grande centro di incontro, di comunicazione e di inscrizione dei desideri nella vita concreta. È un aspetto significativo di quello che ancora Stiegler chiama «capitalismo libidinale».

Una Risposta a «The Social Network», capitalismo cognitivo

  1. Flavio Pintarelli ha detto:

    Analisi interessante e molto ben centrata. Aggiungerei che un’ulteriore riprova della tesi qui esposta è che nel film di Fincher, che racconta la storia dell’origine di un industria e di un modello di business, non vi è quasi mai un accenno al denaro, al capitale. Questo mi pare sintomatico delle trasformazioni proprie del neo-capitalismo.
    Rispetto alla messa in scena, qui definita tradizionale, io credo che Fincher stesse cercando una forma cinematografica appropriata per rappresentare nel proprio lavoro le dinamiche tipiche dell’interazione e della comunicazione su FB, che si basa, a mio parere, proprio su dinamiche di carattere senso-motorio. In quest’ottica il campo-controcampo, l’accelerazione delle battute e l’overlapping, elementi tradizionali, mettono in evidenza come vi sia una certa eredità del cinema, classico in questo caso, nei cosiddetti new-media.

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