Federico Campagna

L’articolo di questa pagina è stato scritto nei primi giorni del novembre 2010. L’atmosfera, a Londra, era cupa come il tempo che stereotipicamente rende il giorno e la notte novembrina dello stesso colore. C’erano voci di una nuova manifestazione studentesca, organizzata per il 10 novembre, ma le aspettative di tutti erano piuttosto basse. Nelle vene di quest’isola, si pensava, il sangue ha smesso di scorrere decenni or sono, ormai sostituito completamente dai flussi finanziari e informativi. E così sono andato alla manifestazione con l’animo leggero, e forse già preventivamente deluso.

La scena che mi sono trovato davanti è stata impressionante. Più di cinquantamila studenti hanno attraversato le strade del centro di Londra senza fermarsi un attimo fino a quando non hanno raggiunto la sede centrale del partito conservatore, nella Millbank Tower. Davanti a una presenza esigua della polizia, le prime file di ragazzi hanno preso i bastoni che reggevano i loro cartelli e si sono scaraventati contro le pareti di vetro del palazzo di potere. La polizia, nota da sempre per il suo coraggio di fronte a gruppi di persone inermi, non ha nemmeno tentato di fermarli. Più di duemila ragazzi hanno invaso la sede del partito conservatore, distruggendo ogni cosa fosse alla loro portata, accendendo fuochi nel cortile centrale del palazzo, appendendo striscioni sul tetto.

Walter Benjamin scrisse un giorno a proposito della violenza divina, irrefrenabile e sublime. Mi sono sentito un idiota a pensarci in quel momento, davanti all’intelligenza istintiva di quella folla, ma non ho potuto farne a meno. Del resto, il finale dell’articolo che avevo appena scritto si stava, almeno in parte, materializzando di fronte ai miei occhi.

Devo confessare che prima di quel giorno avevo provato solo pochissime volte la sensazione irragionevole e certa di stare vincendo. Ma di fronte alla gioia terrificante di quei sedicenni afro–inglesi senza niente da perdere, ai cori violentissimi delle ragazze coi volti truccati e le mani armate, alla paura sui volti della polizia, ai balli selvaggi sulle macerie degli uffici di governo, c’era davvero poco spazio per i dubbi.

I dubbi verranno domani, quando questa moltitudine insorgente dovrà confrontarsi con la sfida di trasformarsi in movimento, o con il rischio di disintegrarsi in un evento da telegiornale. Oggi non è ancora il momento di farsi raggiungere dai calcoli e dalle preoccupazioni.

Le vittorie sono rare, come l’amore, e i saggi sanno che in alcuni momenti l’unica cosa sacra è la follia.

Tagged with →  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *