Chiappanuvoli

«Berlusconi ci deve lasciare in pace, non ha diritto di insegnarci nulla – mi grida in piena faccia un altro signore furente – Che se ne vada ad Antigua e non rompa più i coglioni!»

Non poteva non essere giunto fin qui il rumore delle ultime indiscrezioni sulla megaproprietà del Premier nella piccola isola caraibica. Ci fermiamo davanti ad un altro spiegamento ingente di forze dell’ordine, altre camionette della Polizia, un paio di volanti ed un’altra trentina di poliziotti in assetto antisommossa. Dietro di loro si scorge l’unica strada degna di questo nome vista finora. Mi dicono essere la nuova via spianata, asfaltata, verniciata, imbandita di lampioni ogni metro e mezzo e marciapiedi super lusso appositamente creata per l’accesso dell’immondizia alla discarica Sari. Una sorta di autostrada innaturalmente distesa tra campi coltivati a frutta. Una superstrada nella frutta, che mi dicono non abbia mai ricevuto l’omologazione d’uso, ma solo il transito di centinaia di camion al giorno più o meno autorizzati. Qui c’è un altro presidio di persone che controllano l’accesso. Bisogna essere pronti, l’immondizia non deve passare.

Si avvicina un uomo distinto, il mio amico agitato me lo presenta come fosse un erudito venuto da Harvard. L’interessato mi dice di essere un imprenditore. È molto posato e mi trasmette subito una sensazione di fiducia. Esordisce raccontandomi che da queste parti sono abituati alle discariche, ce ne sono da più di 50 anni. La precedente era stata chiusa nel 1994. Non c’è mai stato un problema. Sono i rifiuti tossici e quelli non trattati che inquinano. Napoli, la Camorra e le amministrazioni corrotte sarebbero i principali colpevoli. L’imprenditore poi, quasi distrattamente, come se fosse una cosa ovvia, mi dice che in queste zone ci sono stati vari ritrovamenti archeologici, trenta ville romane solo nel comune di Boscoreale. Alcune ville e fattorie sono state trovate fin dentro la discarica. Nei giorni seguenti, cercando su internet, mi sono imbattuto in un’intervista del quotidiano campano Metropolis all’allora Soprintendente Archeologico di Pompei, Pietro Giovanni Guzzo, risalente a luglio 2009. In sostanza lo studioso ribadisce che la zona è ad alto interesse archeologico e che potrebbe arricchire il già famoso sito di Pompei. Come spesso avviene però, la riduzione continua delle risorse disponibili per il patrimonio archeologico ha imposto di ricoprire gli scavi in attesa di tempi migliori.

Era immaginabile data la vicinanza con Pompei e la propensione tutta italiana a preferire il malaffare immediato rispetto al bene comune duraturo. Ma le ciliegine sulla torta dovevano ancora arrivare. La discarica Sari e la futura cava Vitiello sono e saranno costruite nel bel mezzo del Parco Nazionale del Vesuvio, all’interno del quale si trovano, appunto, altri reperti archeologici che potrebbero accrescere le “Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata”, riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’agenzia delle Nazioni Unite Unesco dal 1997. Nel parco non si può coltivare se non con permessi e metodi speciali, non si può piantare una rete per dividere il proprio possedimento, non si possono raccogliere funghi, non si posso tagliare alberi o piante, non si può scavare, non si può costruire, non si può ristrutturare la propria abitazione se non tramite leggi e regole ben precise. Come si sarà già intuito, all’interno di un parco naturale vicino ad un’area protetta dall’Unesco, lo Stato Italiano ha permesso e promosso la costruzione di non una ma bensì due discariche, con annesse autostrade galattiche d’ingresso, per lo smaltimento di rifiuti secchi, dove tuttavia entra ogni tipo di rifiuto, dal tossico al non trattato.

Mi ridesta dalla nausea la vista del Vesuvio e l’arrivo della telecamera di Francesco con l’inevitabile vocio che subito lo accerchia. Il mio amico agitato gli sta raccontando l’origine del nome Terzigno che significa Ter Ignis, ossia tre volte fuoco. Dice che una volta il paese sorgeva dove oggi c’è il buco della discarica e che in seguito a tre eruzioni del Vesuvio è stato più volte spostato a valle. Un altro uomo interviene riportando quanto avrebbe detto una giornalista di Sky News che si è trovata qualche sera prima nel mezzo degli scontri:

«Sono tutti scalmanati e camorristi, per fortuna le forze dell’ordine ci difendono.»

Un altro ancora ci dice quanto paga di tassa per l’immondizia, 800€ per un appartamento di 174 metri quadrati, specificando che si tratta della cifra più alta in Europa. A quel punto riprende piglio il mio amico agitato che riporta le parole del Premier nell’ultimo comunicato stampa. Pare che voglia rimborsare i cittadini di Terzigno con quattordici milioni di euro che, divisi per la popolazione, sarebbero un po’ più di ottocento euro a persona.

«Berlusconi ci vuole ricomprare, la nostra vita vale solo 800 euro!»

Ed aggiunge:

«Noi non vogliamo i suoi soldi, la nostra salute non ha prezzo. Che li usi invece per mettere in sicurezza la discarica Sari.»

Sfido chiunque a dargli torto.

Sono stanco, siamo stanchi. Da quando siamo partiti non abbiamo mangiato nulla e cominciamo a sentire l’esigenza di nutrirci in qualsiasi modo. Salutiamo i signori, li ringraziamo di cuore per le informazioni che ci hanno fornito, per la gentilezza e la solidarietà dimostrata nei nostri confronti di terremotati e, molto sfacciatamente, per stare facendo quello che avremmo voluto fare noi in questo lungo anno e mezzo: protestare per i propri diritti, tutti uniti in un sol corpo e ricorrendo ad uno strumento che mette sì loro in cattiva luce, ma è l’unico che dimostra di portare qualche frutto con la classe politica attuale, l’estrema determinazione.

Giungiamo alla rotonda in cui si intersecano via Panoramica e via Zabatta verso la 18. Io ed i miei due amici siamo amareggiati, sconsolati, gonfi del malessere che ci circonda. Sono ormai cinque ore che sentiamo e registriamo la voce dei popoli vesuviani.

Superato l’ultimo sbarramento di Polizia che blocca l’accesso allo slargo, ci sembra come di metter piede su un famoso campo di battaglia, una Waterloo, una Mentana o una Caporetto, magari dagli esiti meno funesti per i buoni di turno. Lo scenario è incredibile, coinvolgente, entusiasmante, forse 5.000 persone, o magari anche solo 3.000, raccolte tutte in presidio in uno spazio, fulcro degli eventi funesti degli ultimi mesi. Famiglie, bambini, tende, giornalisti, troupe televisive, ragazzi, anziani, tutti insieme, tutti uniti. La luce che si rifrange sui loro volti è arancione e rosa, le giornate si accorciano, il sole sembra che vada a coricarsi tra le viuzze di Napoli dietro la montagna. Anche le barricate fatte di immondizia e segnali stradali divelti assumono un colore più nobile, è una resistenza arancione e rosa. Noi tre non abbiamo granché voglia di parlare, restiamo come osservatori rispettosi, sappiamo bene cosa rappresenta quell’agglomerato informe di persone.

Da un groviglio di ragazzi, spunta fuori il nostro contatto, è Janos, un fotografo d’assalto che l’anno scorso ha trascorso tutta l’estate e l’autunno all’Aquila ed è diventato uno di noi. Si avvicina, ci abbraccia, ci racconta. Oggi è diventato uno di loro, uno del comitato di Boscoreale. Ci mette subito in guardia, ci dice di essere stato picchiato già cinque volte, che la situazione con il calare del sole diventa difficile e ci consiglia di stare lontani dalla rotonda. Non posso negare che ci ha messo addosso agitazione, ma forse esagera, pensiamo, forse non è così terribile come dice lui, forse sta facendo un po’ il protagonista e cerchiamo di non dar peso alle sue parole sconnesse.

È tardi, abbiamo fame, la macchina è lontana e abbiamo paura possa succederle qualcosa. Salutiamo Janos e gli diamo appuntamento a dopo. Abbiamo una missione, mangiare e mettere l’auto di Francesco al sicuro. Ci incamminiamo lungo via Zabatta, facciamo il percorso inverso. Tutti i negozi sono chiusi, alcune persone ci dicono che è così da almeno una decina di giorni. Le attività aprono poche ore al giorno e sono quasi al collasso. Chiediamo informazione ad una signora:

«Ci saprebbe indicare un posto per mangiare?»

La signora ci indica un uomo, il proprietario di un caseificio di latticini che possiede anche un alimentari a conduzione familiare. L’uomo, di nome Carlo, esplode subito in un sorriso rassicurante.

Tramezzini? Una manna dal cielo. Carlo apre il cancello della sua attività e ci invita ad entrare, chiama il figlio e gli dice di preparare qualche panino. In men che non si dica, abbiamo in bocca un panino al prosciutto con mozzarella fresca di giornata. Riattiviamo la nostra tiritera: siamo giornalisti, siamo dell’Aquila, siamo qui per capire e testimoniare quel che succede. Simpatia e solidarietà immediata. Addirittura il signore ci offre la possibilità di lasciare la macchina all’interno del suo cortile, al sicuro dietro un cancello rosso alto due metri. Con un sospiro di sollievo e lo stomaco pieno, ci dirigiamo veloci verso l’auto lontana qualche chilometro.

Ripercorriamo tutta la strada che unisce Boscoreale a Terzigno, passiamo davanti i posti di blocco della Polizia, incontriamo le stesse persone di prima che ci salutano con affetto. Ormai siamo conosciuti e possiamo stare più che tranquilli. Arrivati al bivio con la mulattiera, troviamo l’auto immacolata, saltiamo su e ci avviamo verso la rotonda. Cinque minuti e siamo nel cortile del caseificio di mozzarelle. Niente è difficile a questo mondo se c’è la solidarietà della gente, se c’è fiducia, se c’è condivisione di intenti. L’ansia è quasi scomparsa, le persone sono diventate amiche, i sorrisi sono come segnali in codice tra bande di briganti provenienti da zone differenti. La resistenza ci rende fratelli.

Nel frattempo fuori casa di Carlo ci aspetta anche l’altro suo figlio. Sono entrambi cordiali e alla mano. Parliamo del terremoto e parliamo d’immondizia. Poi una sorpresa condita con un gustoso e forte caffé, necessario per affrontare la lunga nottata:

«Siamo a due chilometri in linea d’aria da Pompei.»

Restiamo come tre ebeti. Pompei, un luogo turistico che attira due milioni di visitatori l’anno, si trova a soli due chilometri dalla casa del signor Carlo? E dunque si trova a soli due chilometri e qualche manciata di metri dalla discarica Sari? Il figlio più giovane ci indica dal balcone di casa il campanile di Pompei poco più a valle.

Siamo ai piedi di una zona vulcanica, tra un parco nazionale e un patrimonio dell’umanità, cosa si può chiedere di meglio per costruire una discarica e gestirla in modo decisamente discutibile? Francesco dirige lo sguardo poco più a destra e dice:

«Ma quello è il golfo di Napoli?»

Il ragazzo sorridendo ma senza scomporsi troppo risponde:

«No, è il golfo di Sorrento, Napoli è un po’ più a destra, nascosto dalla montagna. Qui, siamo a 5 o 6 chilometri dal mare.»

Restiamo come sospesi, bocche spalancate, pensieri confusi. “A questo punto possiamo mettere le scorie nucleari nel Duomo di Milano e i rifiuti industriali nel Colosseo” – penso. Quando, con in mano un vassoio di bicchierini di caffé fumante, arriva quatta quatta la moglie del signor Carlo:

«A puzz’e munnezz’ d’estate se siente fin’a Surriento.»

È davvero il momento di andare.

Tornati giù in cortile, qualcosa di sinistro, qualcosa di vile, qualcosa di invisibile, attende i nostri nasi ingenui. Un poco di vento si è alzato da levante, sfiorando le pendici del Vesuvio, scivolando a valle attraverso i vigneti, carezzando l’uva e tutta l’altra succosa frutta della zona, invadendo i ristoranti e le cucine domestiche intente nella preparazione della cena.

«La sentite?»

Una puzza immonda ci stordisce all’unisono, piano piano, prima che possiamo rendercene conto. I miei compagni sono diventati verdi in viso, suppongo anche io. Conati di vomito vogliono mostrarmi d’improvviso la precedente prelibatezza del prosciutto e della mozzarella fatta in casa. Lo sciagurato olezzo non è troppo forte di un cesso appena usato da un uomo costipato da giorni. Non è più pungente dell’odore di cibo marcio conservato da un anno e mezzo dentro un frigorifero causa terremoto e mancata attenzione per la scadenza sul tappo. Non è più riluttante di una fogna scoperchiata, non a New York, ma davanti le nostre case per cercare di stapparla dalle mille cose che sbadatamente gettiamo dentro lavandini e gabinetti. Non è più nauseante della puzza di vomito dell’amico che l’altra sera ha bevuto appena un bicchiere più di te, ma a cui devi reggere la fronte e dare leggere pacche di incoraggiamento sulla schiena; domani vi vedo già a ruoli invertiti. È una puzza leggera, sottile ma penetrante. Ti colpisce il collo del naso dove finisce la cartilagine e inizia l’osso. Non raschia la gola, faringe laringe trachea ed esofago, la fodera di fettine di ribrezzo. Non ti provoca reazioni fisiche, bensì mentali. Capisci, vorresti rifiutarti, ma il respiro è purtroppo necessario. “Questo è veleno” – pensi. Si muore di sta roba, poco alla volta, scava i corpi. Non li riempie di puzza e maleodore, li svuota invece, li priva degli organi, del sistema nervoso, cardiaco e poi, senza farsi accorgere, cancella quella pezza da piedi chiamata anima.

«Questo non è niente, quando fa caldo, non si respira. Pensate che in estate le persone preferiscono morire di caldo che aprire le finestre.»

Dirigerci alla rotonda.

Ritorno alla missione.

Stop.

Come eroi che si avvicinano al campo di battaglia per risolvere gli ultimi dieci minuti del film in cui sai che non può che finire bene o, male che vada, si inscenerà il sacrificio dei protagonisti, ridiscendiamo via Zabatta, chiediamo permesso al blocco di Polizia ed entriamo nella rotonda Panoramica. Sono le 19. La gente è aumentata. L’arancione ed il rosa svaniti, anche se un paio di uomini sono occupati nell’accendere un fuoco che avrebbe riportato un po’ di colore. Ci sono più giovani, tanti più ragazzi, sciarpe a coprire i visi, cappellini di lana, passamontagna, caschi, armature si potrebbe sognare di dire.

Ci avviciniamo alle tende del presidio, due tenso-strutture bianche e una tenda blu, ormai famosa in Italia, della Protezione Civile. Il nome sul tetto è stato attentamente coperto con un’indicativa busta nera di plastica, diceva “Ministero dell’Interno”. Ho sempre sognato di cancellarlo anche sulla tenda montata nel giardino di casa mia per tutta l’estate del 2009, ma avrei coperto solo il “ni”, lasciando un eloquente “Mi-stero dell’Interno”. Ci dividiamo, chi per intervistare, chi per scrivere, chi per fotografare.

Attacco bottone con alcune signore. Chiedo loro cosa pensano dei manifestanti violenti.

«Non siamo tutti violenti, noi come la maggioranza siamo per una protesta civile.»

Dico loro che in giro per l’Italia si pensa che i violenti siano mandati dalla Camorra e mi rispondono molto serenamente:

«Ma la Camorra è per l’apertura dell’altra discarica. Loro vogliono aumentare il giro di affari.»

Faccio un po’ lo gnorri e chiedo provocatoriamente chi, allora, ha messo fuoco ai camion. Risposta immediata:

«Sono per lo più ragazzi. Il fatto è che non c’è controllo sui camion che entrano in discarica. Sono senza documenti o ce li hanno falsi.»

Mi spiegano che certamente non va bene una protesta di questo tipo, ma almeno è valsa la ribalta sui giornali nazionali e gli scarichi si sono fermati. Come dire, tra i due mali, meglio quello minore. Tra i due mali meglio quello che sembra perseguire almeno gli stessi fini. Facinorosi e violenti sono preferiti al Governo, alla stampa, all’amministrazione locale e regionale. Tutto ciò ha un nonsoché di paradossale e di umano. Paradossale e disumana è diventata l’amministrazione del potere, tutta volta al profitto, al consenso e all’occultamento dei propri loschi affari o almeno così pare. Paradossale ma umano diventa non già sostenere, quanto almeno non opporre resistenza a forme di protesta, definite dai signori politici, “non democratiche”. Più che dichiarazioni politiche, sembrano scuse. Si paventa così tutta la paura di questa gente nascosta dentro cravatte e omertà. Eppure, fino a qualche decennio fa, le proteste lasciavano morti in piazza, le persone si riunivano, si mobilitavano e i risultati si ottenevano anche con la violenza. Rivoluzioni con la baguette e rivoluzioni del tè sono proprio lontane. Oggi, ci siamo riscoperti civili, oggi ci siamo riscoperti buoni e democratici. Io credo che stiamo proprio dormendo, che siamo troppo educati e non maleducati, che siamo troppo civili per una classe politica assolutamente lontana dalle necessità del Paese e dei cittadini, ma soprattutto lontana dall’etica necessaria e sufficiente per rivestire tale ruolo. Siamo diventati troppo civili per una politica che in questi giorni chiamano del Bunga Bunga, e loro, i governanti, se ne approfittano.

Dei camion bruciati in diverse zone e delle strategie di svasamento in discarica, non ne so un granché. Decido di chiedere sempre alle signore che, nel frattempo, tra una dichiarazione e l’altra, non smettono di farci i complimenti per essere andati a Terzigno.

«Ogni giorno – mi racconta una signora – fanno il giro con gli elicotteri, vedono dove ci sono meno persone e decidono quale strada prendere per arrivare.»

Cioè, osservano dall’alto la strategia di difesa della popolazione e, manco fossimo in Vietman, ordiscono una strategia ad hoc per controbattere.

«Ogni notte cambiano i percorsi.»

Ma come ci siamo ridotti? Il problema non è più ascoltare la popolazione, ma aggirarne il volere, ignorarne la resistenza. Meglio contenere le perdite di voti a Napoli, in un bacino di un milione e mezzo di abitanti, che salvare il consenso e le vite in una zona di provincia con al massimo 150.000 unità. Non fa una piega.

«Questa volta sono andati oltre i limiti, hanno addirittura abolito le leggi precedenti per approvare quella della nuova discarica.»

Non capisco e chiedo lumi.

«Vatti a informare sulla legge 123, l’hanno cambiata per fare la discarica.»

Adesso, non che io sia un giurista e tanto meno un appassionato di materia legislativa, ma proviamo a far ordine. Nel luglio del 2008 è stata convertito in legge 123 il decreto-legge 90 su “misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti Campani e ulteriori disposizioni di protezione civile”. Nell’articolo 6 si trova la parte relativa l’apertura della seconda discarica, denominata Vitello. Nel dibattito politico tra sindaci, regione Campania, Governo Italiano e Protezione Civile Italiana, il tema dibattuto è la cancellazione o il rispetto di questa legge 123. Su internet si trovano varie critiche e disparati commenti sulla suddetta legge, quello più interessante a mio avviso è di Stefano Rodotà per il quotidiano “Repubblica”. Riassunto: in Campania nel 2008 è accaduto un fatto eccezionale, è nato un diritto speciale fondato sulla sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Con l’accentramento assoluto dell’autorità nelle mani di un solo individuo – Bertolaso – e la dichiarazione di “interesse strategico nazionale” delle zone del Vesuviano, nasce un modello di “eccedenza” di autorità. Detto papale papale, per amministrare la cosa pubblica, il Governo dice che è emergenza, dice che è nell’interesse nazionale e opera con la sospensione della legge ordinaria e possibilmente scortati da Polizia o Esercito. Diventa, dunque, più tempestivo l’intervento ma si riducono notevolmente le possibilità di un controllo approfondito sui lavori e sul giro di denaro.

Non è tutto. Ad una ricerca un po’ più approfondita, ci sarebbero anche dubbi sulla validità della legge stessa. Parrebbe che la conversione da decreto-legge a legge sia scaduta in data 31.12.2009. Di mio non ne capisco un granché, i meandri di internet, d’importante quel che resta nella testa della gente: quella legge 123 è una legge irregolare, da dove viene chi l’ha scritta quando come per quale motivo, non conta assolutamente nulla. È la voce dello Stato e va contro il volere del popolo, punto.

Torniamo tra gli esseri umani come noi, grazie all’affermazione di una signora giunta per ultima. Credo sia uscita da poco di casa. Percepisco che deve appena aver spento la televisione.

«Tutti i telegiornali a parlare di Avetrana, di quella poveretta di Sarah Scazzi. Mo mi dispiace tanto, ma dovrebbero parlare di noi pure, qua è una guerra!»

Le altre signore annuiscono, i loro sguardi si fanno tristi, smettono di essere tuonanti e vulcaniche. Si apre un conciliabolo. Sanno tutto. Conoscono ogni piccolo dettaglio della vicenda, lo zio, la cugina, il cellulare, il plastico dell’idiota di Rai1. Qui è guerra, è vero, ma ogni giorno si ripete una dannata e fottutissima guerra tra noi comuni mortali e la televisione. Ogni giorno dovremmo imparare a resistere, a proteggerci dagli influssi malefici di quella scatola riposseduta. Qui è guerra, certo, ma ogni giorno dovremmo difendere la nostra integrità, la nostra vita, come direbbe un professore pazzo di nome G. Piazzi. E io tremo. Mi fanno paura. Sorrido. Mi congedo. Scappo, cazzo, scappo!

[Continua]

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Una Risposta a Lacrime di poveri Christi. Cronaca di una giornata a Terzigno (2)

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