da Pechino Matteo Miavaldi, Simone Pieranni (China-Files)

Sono passati due mesi, ed è ora di tornare a Pechino. Dopo la fiammata di metà ottobre che aveva portato il premio Confucio per la pace alla ribalta internazionale tra accorati appelli, vibranti proteste ed un eloquentissimo chissenefrega delle alte sfere di Washington, la parabola del premio è destinata forse a raggiungere l’apice proprio venerdì 10 dicembre, con una sedia vuota. Senza perdersi nell’ovvio, nella sacrosanta causa della libertà d’espressione, del rispetto dei diritti umani, prima della premiazione in contumacia è necessario raccontare cosa sia successo. Prima e dopo l’ormai famoso 8 ottobre.

Attaccato dai media, descritto come una sorta di diavolo contemporaneo, deriso dileggiato, attaccato finanziaramente, isolato, censurato, infine arrestato. Julian Assange è stato nominato primo premio Confucio per la pace, istituito da Pechino per contrastare il Nobel, ritenuta un’arma del soft power americano.Il fondatore di Wikileaks, in netto contrasto col regime di Washington per aver rivelato documenti segreti e spinto per maggiore libertà di espressione e di stampa all’interno delle maglie della censura, negli ultimi anni era salito alla ribalta per le coraggiose esternazioni alla stampa orientale. Un uomo dalla schiena dritta, che ha saputo sacrificare la sua vita per una causa che, ottimisticamente, potranno vedere realizzata i suoi nipoti.

Scorrendo la blogosfera cinese ed i video caricati su Youku – irraggiungibili al di fuori della Great Firewall che protegge la Repubblica popolare dalla censura di Washington – non si contano gli attestati di solidarietà e stima che la società civile cinese ha voluto tributare a quello che molti oramai soprannominano “il Lu Xun australiano”. E dal mondo virtuale, sfruttando la piattaforma di microblogging di sina.com, i giovani cinesi si sono riversati per le strade, in un’impressionante coordinazione virtuale, bloccando il distretto di Pudong a Shanghai, piazza Tiananmen a Pechino e le principali arterie delle maggiori città del blocco democratico. Uno striscione nel centro di Rangoon, capitale del Myanmar, reca a caratteri cubitali l’appello “Free Julian Assange”, davanti ad una distesa silenziosa di studenti universitari impegnati in una veglia notturna.

Ma Julian Assange, dalla cella di sicurezza del suo carcere a Londra, pare stia fumando due pacchetti di sigarette al giorno, è ignaro di quello che a distanza di migliaia di chilometri i suoi numerosissimi sostenitori stanno organizzando. E’ il primo premio Confucio della pace della storia, ma in un luogo segreto, Assange non può saperlo. La sua eventuale presenza alla cerimonia di premiazione, sostenuta da numerosi appelli da Pechino a Pyongynag, da Phnom Pehn a Vientiane, è realisticamente da considerarsi fuori discussione. La sua compagna, via Twitter, ha detto di essere stata posta agli arresti domiciliari dal governo australiano e continua a twittare richieste di aiuto verso amici e parenti. Fuori casa, una selva di macchine fotografiche e giornalisti, con la polizia impegnata a non fare avvicinare nessuno.

La stampa americana nel frattempo riporta alcune indiscrezioni dall’interno del carcere di Londra, dove Assange si sarebbe lasciato andare ad esternazioni ambigue: secondo il reportage, ripreso dai principali quotidiani europei come è prassi nel mondo occidentale, il 39enne australiano avrebbe rivelato ai compagni di cella che “mentre io sono qui, fuori il governo e i servizi segreti cinesi si stanno prendendo cura della mia famiglia, versando mensilmente sul mio conto alla Agricultural Bank migliaia di RMB”.

Ma la morsa del governo di Washington non si è limitata alla stampa, tradizionalmente assoggettata al Congresso: da alcune facoltà di relazioni internazionali e diplomazia americane è trapelata la notizia di una circolare che scoraggiava citazioni di Wikileaks, per non ostruire la propria carriera diplomatica.

Pechino ha sollevato un polverone internazionale, richiamando ai valori di libertà di espressione e di parola, condannando Amazon e Paypal per le loro azioni di sabotaggio dell’opera di conoscenza portata avanti da Wikileaks. Pare che su Skype i termini sensibili “Assange”, “Wikileaks” e “segreto” siano automaticamente censurati dal sistema, mentre via sms i messaggi contenenti le parole proibite vengono rispediti al mittente di default.

Anche l’Italia, chiamata in causa dalla bagarre internazionale, è rimasta ferma sulle sue posizioni: per parola dei suoi ministri e rappresentanti della Camera dei Deputati ha dichiarato che “mai e poi mai” si recherà a Pechino per la premiazione, mentre i senatori hanno espresso la volontà di rimboccarsi le maniche per capire bene quale sia la situazione. “Assange ha portato avanti un’opera di conoscenza, ma anche di disordine”, si legge in un comunicato firmato da 48 forze politiche. Tutto rimandato a marzo, vista la chiusura delle due camere per le ferie pasquali.

Proprio ieri, a pochi giorni dalla consegna del premio Confucio, Twitter ha censurato i messaggi di Wikileaks, Google ha iniziato a bloccare la ricerca dei documenti rivelati dalla creatura di Assange sui propri motori di ricerca, mentre Baidu, il motore di ricerca cinese, denuncia filtri nelle sue ricerche non in lingua cinese. Da Pechino, per bocca del premier Wen Jiabao, si è alzata alta un’accusa nei confronti della censura occidentale, denunciando gli attacchi hackers contro i server di Wikileaks ospitati a Hong Kong, provenienti dal Massachussets Institute of Technology.

A stretto giro, la risposta di Barack Obama non si è fatta attendere. Secondo il comunicato diramato dalla Casa Bianca, le autorità americane ribadiscono che “Julian Assange è un criminale, e l’assegnazione del premio Confucio per la pace è un insulto alla tradizione del celebre filosofo. I rapporti d’amicizia e mutuo vantaggio che storicamente legano gli Stati Uniti ai nostri amici asiatici non potranno non subire ripercussioni negative per questo ennesimo affronto alla sovranità degli Stati Uniti.”

Il caso Assange, come prevedibile, non ha potuto non coinvolgere chi, sin dalla prima ora, si è sempre posto stato al suo fianco: Noam Chomsky, ad esempio, fa sapere di essere stato bloccato all’aeroporto di Washington. Doveva partire per Seul, ma alcuni poliziotti lo hanno fermato sostenendo che la sua uscita dal paese avrebbe rappresentato un pericolo per la sicurezza nazionale. “Il governo Usa sospettava che potessi recarmi a Pechino per ritirare il premio Confucio”, fa sapere il noto intellettuale e dissidente americano.

La sedia vuota è lì. Questa non è una sedia, verrebbe da dire: quello che conta è che tanti Assange stanno affilando il loro ingegno e torneranno a farsi sentire. Nella perenne lotta tra censura e libertà, tra controllo dell’informazione e la perdita dell’aura del segreto, tra i poteri forti e la società civile l’esempio è ancora il veicolo principale della presa di coscienza dell’occidente contro i regimi autoritari.
Assange non è solo, siamo tutti Julian Assange.

L’altra faccia della spirale, ovvero i riferimenti puramente casuali:

Sul premio Confucio (esiste davvero la proposta e pure un vincitore):
http://china.globaltimes.cn/society/2010-12/600306.html

http://opinion.globaltimes.cn/commentary/2010-11/592778.html

Sui soldi e la presunta arroganza di Liu Xiaobo:
http://english.people.com.cn/90001/90776/90882/7180372.html

Sugli attacchi hacker a Google:

http://www.wired.com/threatlevel/2010/01/operation-aurora/

Pechino contro il Nobel:

http://www.reuters.com/article/idUSTRE6971XY20101012

Ai Weiwei – artista e attivista cinese – impedito ad andare a Seul:
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/china/8176863/Ai-Weiwei-blocked-from-leaving-China.html

Il tweet di Liu Xia:

http://microblogbuzz.com/details/82194710

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Una Risposta a Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti

  1. […] chiede di firmare per la liberazione di Assange Invito, inoltre, a leggere un interessante intervento apparso sul sito di Alfabeta2, paradossale solo in apparenza] Questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2010 […]

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