Chiappanuvoli

Calarsi in quello che era stato definito uno degli ultimi e meglio riusciti miracoli governativi e non scorgere la benché minima parvenza di santità, dà la misura di quanto assurda, disumana ed irriverente sia diventata la politica della seconda Repubblica Italiana.

Siamo arrivati all’una e mezza di venerdì 22 Ottobre a Marchesa, frazione del comune di Boscoreale, uno dei 4 comuni interessati dalla costruzione della seconda discarica, voluta da Regione e Governo, per gestire l’emergenza rifiuti nel napoletano. Al bivio per l’ingresso al paese, una barricata di frigoriferi, sacchi d’immondizia e biciclette rotte, ci impedisce il cammino. Usciamo dall’auto, non senza timori per l’incolumità della stessa, disarmati del nostro arsenale composto da una videocamera, due macchinette fotografiche e un taccuino. Ad accoglierci un paio di anziani signori e una manciata di ragazzi a cavallo di scooter che subito ci chiedono cosa vogliamo, perché siamo lì e ci intimano in modo tutt’altro che delicato di tornare indietro perché in paese non si può entrare. Prontamente sfoderiamo quello che, a ben ragione, abbiamo pensato potesse essere il nostro passe-partout della giornata: «siamo dell’Aquila», e snocciolato, non senza intoppi logici, il nostro progetto: «verificare di persona l’informazione sui fatti vergognosi che avvengono da settimane nel vesuviano e riportare notizie attendibili, per quanto possibile.»

Perché?

«Perché abbiamo imparato sulla nostra pelle come si comportano i media in queste situazioni.»

Percepiamo subito qualcosa di tristemente familiare. Lo tacciamo l’un l’altro ma, una volta tornati in auto, avrebbe trovato immediata conferma sui nostri volti: sembra L’Aquila nei giorni seguenti il terremoto del 2009. Strade deserte, case spente, da cui pare sia stata strappata via la vita, aria tesa, rabbia, disperazione, profondo senso di superamento del limite dell’immaginazione, zona di frontiera, confine con realtà dimenticate. I signori e i ragazzi si rivelano subito cordiali e disponibili, amici. Ci dicono che tutte le strade per Terzigno e Boscoreale sono sbarrate, che è difficile passare, che da queste parti sono in guerra. Ci invitato a chiedere sempre il permesso prima di riprendere o fotografare le persone perché nei giorni precedenti diversi sono stati gli episodi di aggressione alle troupe televisive. Alcune foto, a loro dire, sarebbero state utilizzate dalle forze dell’ordine per riconoscere ed arrestare i responsabili dei disordini avvenuti nei giorni precedenti.

Arriva una telefonata da casa, ci avvisano che è stato dichiarato lo stato d’emergenza, condizione necessaria per lo scavalcamento delle norme ordinarie, e che il signor Silvio Berlusconi ha detto che in dieci giorni sarà tutto risolto. La gente ride di un sorriso amaro.

«Che venisse qui a vedere, che venisse qui a vivere, gli regalo casa mia» – dice una signora sul ciglio della porta.

Risaltiamo in macchina con l’obiettivo di arrivare a Boscoreale, dove un amico ci sta attendendo per introdurci nella realtà vesuviana e, soprattutto, garantirci un posto per dormire. Almeno così si era concordato. Ci mettiamo sulla strada principale per accedere dentro il paese e, dopo un chilometro scarso, un semaforo spezzato e altra immondizia sbarrano anche questo cammino. Abbiamo paura, perché negarlo? La paura di essere aggrediti, derubati, malmenati. Una paura originata sia dall’ignobile pregiudizio razzista ­( lo riconosco ) nei confronti dei napoletani, gente pazza, violenta, camorrista e disgraziata ( si pensa ), sia dal clima teso che tra puzza di immondizia bruciata mista alla brezza calda proveniente dal mar Tirreno ci tirava i volti dal cuoio capelluto ai nervi del collo.

Con la stessa sensibilità usata a Marchesa, ci avviciniamo alle persone poste a vigilanza di quest’altro blocco. Due ragazzi con uno scooter si offrono di accompagnarci, attraverso strade secondarie, oltre la barricata di semaforo fino agli autocompattatori incendiati la notte precedente. Il grimaldello per l’aiuto ricevuto la nostra aquilanità e l’appartenenza ad un tipo di giornalismo tollerato da queste parti, quello libero della rete. Li seguiamo con l’auto ed il fiato sospeso fino ad un bivio sbarrato da una vettura bruciata e cappottata su un fianco.

«L’auto è di un volontario più o meno consenziente» – sorridono i ragazzi.

Lasciamo la nostra vettura con la strizza che possa diventare essa stessa barricata e noi altri volontari “più o meno consenzienti” e li seguiamo oltre.

«Non fotografate le facce delle persone e le targhe dei motorini» – ennesimo avviso prezioso.

Dopo cinquecento metri di cammino nervoso, arriviamo all’incrocio dove ristanno abbrustoliti ed ancora fumanti gli otto camion dell’Asia (Azienda Servizi Igiene Ambientale di Napoli). Li hanno bloccati mentre stavano svoltando a destra, ma non verso la discarica, dal lato opposto, direzione Ottaviano e Pompei. Alcuni sono completamente bruciati, altri invece presentano ustioni di quinto grado solo nella parte anteriore. I camion erano bianchi con lo stemma blu e verde in bella vista sul fianco, ora sembrano marshmallow al campeggio boy scout. Le cabine in pratica non esistono più, poggiano a terra, non esistono più vetri, sedili, cruscotto, volante, cambio, resta solo un fondo di cenere di camino adagiato dentro un residuo di metallo bianco. Gli pneumatici si sono squagliati sull’asfalto ed intorno al cerchione spuntano filamenti di metallo arrugginito, come una chioma di capelli pettinata dal vento, che dovevano sostenere la gomma. L’odore di bruciato è forte, condito da una fragranza acidula proveniente dal contenuto dei cassoni in parte ancora intatto. Quelli davanti ai nostri occhi spalancati sono i camion utilizzati per compattare l’immondizia raccolta nel napoletano e che tentano da oltre un mese di raggiungere la discarica Sari.

Si unisce al gruppo un signore sulla settantina, occhiali, pelle dura e scura.

«Siamo stanchi della puzza d’immondizia. La gente qui sta morendo, stanno morendo tutti d’infarto. Mia moglie è morta a Ferragosto per un problema al cuore, non aveva mai sofferto prima di allora» – ci dice con gli occhi rossi di rabbia, emozione che deve aver preso il posto del dolore, almeno in superficie.

Si crea attorno a noi un capannello di persone, ognuno con un dettaglio in più sulla situazione. Ognuno esprime un tipo di disappunto. Ognuno ipotizza una soluzione definitiva. Tutti sono certi che non si debba aprire la seconda discarica e che la colpa di quel che sta accadendo è di Napoli e dei suoi cittadini, che non fanno la raccolta differenziata.

«Qui in un anno e mezzo si è raggiunto il 50% di differenziata, a Napoli non la fanno per niente.»

«Dobbiamo bloccare l’autostrada, l’A1, incolonnarci con le auto ed andare fino a Roma a 30km/h!»

«Non è vero che ieri ci sono stati 40 feriti, li vorrei proprio vedere!»

«Durante il corteo, la polizia ha caricato mentre a capo c’erano le donne.»

«Questi sono i camion bruciati ieri notte, li incendiano i ragazzi e fanno bene.»

«Ne abbiamo fatti passare solo due perché erano pieni di rifiuti speciali che non si possono bruciare, rifiuti che non si potrebbero portare nella nostra discarica!»

«Dovrebbe arrivare solo il secco ed invece qui arriva di tutto.»

«Infatti si sono inquinate le falde acquifere.»

Ci dicono che non è vero che ci sono infiltrati della Camorra, anzi, ce ne sarebbero invece della Polizia. Sono due mesi che stanno andando avanti con la loro protesta ma, fino agli scontri, non usciva nulla sui mezzi d’informazione nazionali. Hanno preso solo botte ad ogni manifestazione ed è così che si è arrivati ad una forma di protesta violenta. Oggi però si parla soltanto degli scontri e non del problema vero.

«È una guerra persa prima di iniziare» – dice un uomo in tuta da lavoro e con la fronte stempiata.

«Non abbiamo ancora perso» – ribatte un uomo con camicia e maglioncino.

Giunti ad un’altra carcassa riversa anch’essa su un fianco, anch’essa bruciata ed anch’essa bianca, facciamo allo stesso tempo una constatazione e una scoperta: l’auto era una volante della Polizia e tutte le macchine bruciate sembrano essere state bianche, in vita. In realtà, la vernice è una delle prime cose come si scioglie, così delle carcasse non restano che scheletri nivei. Ci rigiriamo dopo aver scattato qualche foto, preso altri appunti e fatto qualche ripresa.

I due ragazzi, ormai ciceroni della situazione o salvifichi protettori, si offrono di accompagnarci nel punto d’incontro con il nostro contatto nonché fulcro della protesta diurna e degli sconti notturni, la rotonda Panoramica che segna il punto di snodo tra Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase e Trecase. Ci conducono per via Vicinale Mauro Bordè che definire mulattiera sarebbe eufemistico, tutta sgangherata ma incredibilmente trafficata, essendo l’unica percorribile. La sterrata si riversa in una strada anch’essa sgangherata ma quantomeno asfaltata che unisce il comune di Terzigno e quello di Boscoreale e su cui si trova una delle vie d’accesso alla discarica Sari. Ad attenderci una colonna di vetture in fila, quattro camionette, tre della Polizia e una della Guardia di Finanza, una cinquantina di membri delle forze dell’ordine, due elicotteri che sorvolavano l’area ed una trentina di persone accalorate con le vene del collo gonfie ed i visi rossi bordeaux.

La prima notizia che ci raggiunge è il fermo “ingiustificato” di una persona, a quanto pare, solo perché trovata senza documenti d’identità. Ci dicono che si tratta di un ragazzo per l’esattezza e che si troverebbe dentro uno dei mezzi blindati della Polizia. Questo spiegherebbe l’aria tesa che si respira.

«Gli autocompattatori vanno in giro senza documenti, senza assicurazione, senza bollo e senza permessi per lo svaso e fermano un ragazzo solo perché non tiene la carta d’identità?» – è il leitmotiv.

Chiedo spiegazioni. Pare che i camion, che devono trasportare e scaricare l’immondizia, lo facciano senza avere la minima documentazione necessaria anche per la semplice circolazione, come il bollo o l’assicurazione. Non avendo i certificati validi per portare i rifiuti normali, figuriamoci se sono in possesso di quelli per i rifiuti speciali. Quando la popolazione ferma questi mezzi e li trova senza documenti, allora chiamano i Vigili Urbani che, a loro volta, operano il sequestro. Ma dopo qualche ora – sorpresa – si vedono tornare gli stessi mezzi per tentare un nuovo ingresso alla Sari. Come è possibile tutto ciò? Semplice, dicono. I camion vengono portati nei depositi e, in modo più o meno chiaro, viene cambiata loro la targa. Ma allora come fanno i cittadini a rendersi conto che si tratta degli stessi camion? La gente prende nota dei codici d’immatricolazione impressi sulla scocca degli autocompattatori. Succede perché non c’è più differenza tra municipalizzate e Camorra, non c’è più differenza tra amministrazione locale e malavita organizzata, non c’è più differenza tra controllo statale e cecità connivente.

«A questo punto che devo pensare? – mi grida in faccia un uomo – Io spero che si risvegli il Vesuvio e che ci sommerga tutti, a cominciare dalla discarica, ricavata proprio dal buco destinato a contenere la lava in caso di eruzione!».

Mi si avvicina un uomo, deve avermi scambiato per un vero giornalista. Vuole rilasciare una dichiarazione che riporto senza alcuna correzione.

«Scriva che il signor Berlusconi per i terzignesi è come Hitler e noi siamo come gli ebrei di Auschwitz. Berlusconi ha avuto bisogno di voti solo per il potere e ora ignora il dovere del primo cittadino italiano. Noi non siamo camorristi. Ma lui è un dittatore, perché vieta la verità del cittadino terzignese che è stanco. È solo un approfittatore e vigliacco. E per il sindaco di Napoli: lei, sindaco, faccia fare la differenziata ai napoletani, così si elimina l’immondizia. E non dica che qui si deve smaltire l’immondizia di Napoli. Farebbe bene lei a vivere nell’immondizia come un cittadino terzignese!»

Si avvicina una ragazza giovane, massimo 25 anni ed aggiunge:

«Scriva anche che lo Stato è la Camorra in giacca e cravatta.»

Arriva un uomo minuto e ben pettinato, è il sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio, del Popolo della Libertà eletto ad Aprile del 2010. Si crea un capannello attorno a lui. Per me ed i miei due compagni è difficile capire, si parla in dialetto stretto e tutti insieme accavallandosi. Ci guardiamo in faccia e iniziamo a ragionare sul da farsi. Restare lì? Andare verso la famigerata rotonda? E se ci fossero degli scontri? E la macchina dove la lasciamo? Ma quanto fa caldo?

Sono l’ultimo che si è aggiunto al gruppo “L’Aquila a Terzigno”. L’ho deciso d’istinto ieri notte. I ragazzi, invece, hanno avuto modo di pensarci per almeno 16, 17 ore di più. Marco D’Antonio, detto assessore fin dagli anni dell’adolescenza, è un fotografo aquilano. Credo che faccia questa professione da almeno una decina di anni. Ha seguito tutta la vicenda del terremoto, compresi scarichi abusivi di liquami dai progetti C.a.s.e. direttamente nei fiumi, comprese tutte le ignobili passarelle dei politici, comprese le botte prese a Roma durante la manifestazione di Luglio, compresi gli altri scandali che si spera presto usciranno fuori e di cui ora si può solo mormorare. È stato in Palestina, in Azerbaijan, in Sri Lanka e chissà dove altro ancora. L’assessore è quel che si potrebbe definire un fotografo d’assalto, uno dei tanti “condannati” dal sistema giornalistico che, per vendere due foto in croce, deve andarsi a mettere di continuo dentro situazioni al limite, senza uno straccio di garanzia che lo tuteli.

L’altro amico, nonché proprietario dell’auto è Francesco Paolucci, un giornalista e documentarista. Francesco è un sognatore incallito ed un idealista senza speranza di salvezza. Dopo il terremoto tante delle immagini che si sono incastrate nella nostra mente sono legate ai suoi video, spesso satirici o ironici, con cui ci ha raccontato insieme ad un manipolo di amici le disavventure degli aquilani, ma soprattutto le voci che hanno circolato e che circolano nel cratere sismico, i famigerati “dice che…”. È anche autore di un video chiamato “Mal d’Aquila”, nel quale si interroga sulla follia intrinseca nella vita di ogni giovane residente nel capoluogo abruzzese: rimanere o andare via è il quesito fondamentale.

Che fare, dunque? Proseguire o aspettare? Aspettare cosa? Oramai ci siamo! Mi metto a cercare di carpire qualche frase dall’assembramento attorno al sindaco e appunto sul taccuino:

«Che facciamo, sindaco?»

«La guerra dobbiamo fare» – altro cittadino.

«Dobbiamo bruciare tutti i camion!»

«Che venissero pure con l’esercito!»

«Sindaco ci hai distrutto! Ci hai di-stru-tto!» – grida di rabbia e disperazione.

«Erano due anni che non controllavano le falde acquifere.»

«Stiamo morendo…»

Non dovrei scriverlo, dovrei essere testimone neutrale, ma mi pare tutto pazzesco. La politica si disinteressa, per non dire che se ne fotte, della salute di alcuni suoi cittadini, di quelli meno numerosi o meno produttivi, per fare miracoli e dare l’impressione al resto del Paese che tutto vada bene, che è tutto ok, che la situazione è risolta. Omicidi statali. Propaganda criminale. Che diavolo è tutto questo? Essere neutrale? E come cazzo si fa? Tanto più che sono aquilano, tanto più che questa merda la respiro da un anno e mezzo, tanto più che sono stato defraudato dei più basilari diritti da Aprile ad oggi.

Torno ad ascoltare la gente, mi avvicino a Francesco mentre una signora sta raccontando davanti alla telecamera.

«Non ci si riesce ad organizzare. Io voglio una protesta civile e non fatta con i sassi. Da donna e mamma, voglio delle risposte. Siamo stufi, siamo stanchi di prendere pure le mazzate. La Polizia di notte cambia, ne arrivano altri, più aggressivi, ci istigano e dopo prendono a manganellate anche le donne e le persone anziane. Spero che neanche l’amministrazione comunale avesse previsto tutto questo…»

Intanto le persone ferme al bivio sono diventate un centinaio.

Ci guardiamo in faccia e nervosi più che mai decidiamo, senza neanche doverci dare spiegazioni di sorta, che è il momento di andare, di superare la barriera della polizia ed avviarci verso la rotonda. Al diavolo l’auto, hanno altre preoccupazioni che rubarci un paio di mutande ed il pigiama. Raggiungo l’uomo che più ha urlato contro il sindaco di Terzigno e attacco bottone, invitandolo ad accompagnarci verso la discarica. Subito gli chiedo notizie sull’intervento del primo cittadino e mi risponde:

«Il sindaco ha detto che da oggi lui non è più del PDL. Però – sorridendo – non ha dato mica le dimissioni.»

Poi aggiunge che in mattinata c’è stato un corteo di duemila persone, decise ad entrare in discarica, ma che, improvvisamente, il signor Auricchio del PDL l’ha sciolto prima del rischioso ingresso.

«Non si capisce che dice, non si capiscono più le parole che dice. Eppure era tanto una brava persona. Noi l’abbiamo votato perché è una persona umile, mica perché è del PDL. Prima di questa situazione, non c’era neanche una cartaccia in giro per Terzigno. Il sindaco in persona più di una volta ha aiutato a pulire le strade. Sì, di persona.»

Resto un po’ interdetto. Un sindaco netturbino, penso tra me e me. Eppure è in carica solo da aprile 2010.

Inizio a dare spago anche a tutto il gruppetto di persone che nel frattempo mi accerchia, per lo più signori di mezza età, dimostrando interesse verso tutti gli argomenti e registro un po’ a ruota ogni parola che mi viene detta. Si parla di economia locale all’inizio. Il vino “Lacrima Christi” del Vesuvio è uno dei principali vini pregiati della Campania e dell’Italia intera. È un vino DOC. Si produce dai tempi dei romani, è stato prodotto dai gesuiti e, nell’ultimo secolo, ha dato lavoro a migliaia di persone in tutta la zona del vesuviano. Se ne produce di bianco, rosso e rosato. I signori mi mostrano i vitigni su ambo i lati della strada che unisce Terzigno a Boscoreale, che conduce alla discarica e dovrà portare alla futura discarica. L’uva è tutta appesa sui tralicci, scura, nera, rattrappita, marcia. Solo pochi grappoli conservano il loro prestigio, ma non c’è nessuno che li raccoglierà. L’uva quest’anno da 75 centesimi è stata deprezzata a 15 e, comunque, nessuno la compra.

«L’america, dopo che ha saputo della discarica ci ha rimandato indietro il carico» – ha gridato un uomo.

«Si vende a cento dollari a bottiglia in america.»

«No, macchè dici, si vende a centottanta!»

Deve essere stato un vino davvero incredibile, mi dico io, che inizio solo a trent’anni a distinguere un vino in bottiglia da uno conservato in cartone. Le attività economiche nella zona stanno chiudendo in massa, continuano i signori come in un brainstorming psicologico. Gli introiti economici, provenienti dal Vesuvio e da Pompei, sono inesistenti. L’ascesa al vulcano da questo lato è stata vietata. Prima c’erano autobus a quattro ruote motrici che salivano ogni giorno, oggi il servizio è sospeso. L’eco economico del sito archeologico non giunge fin qui, eppure siamo appena a qualche chilometro in linea d’aria. In queste zone sono l’agricoltura, i prodotti caserecci e le attività di ristorazione che producono attivo. Con l’apertura della discarica ed il crescente inquinamento, soprattutto degli ultimi due anni, ossia da quando si svasano i rifiuti di Napoli e quelli tossici illegali, le produzioni sono andate male, le coltivazioni dirette, come verdura e frutta, non sono più di qualità. Le materie prime non vengono raccolte o nascono già putrefatte. Le aziende non le possono lavorare. Gli alimenti non sono distribuiti ai ristoranti che così perdono la loro clientela. Le imprese, insomma, producono poco e male, non si vende e così sono costrette a licenziare. Inoltre, mi raccontano che, con questa crisi locale, la gente non si vuole più neanche sposare, che tante prenotazioni sono state disdette. C’erano matrimoni fissati fino al 2012. Chissà quanti hanno coscienza di quale enorme problema possa essere lo smaltimento dei rifiuti, delle sue conseguenze sulla vita sociale. E intanto in Italia pensiamo a riaprire le centrali nucleari che generano rifiuti tossici non smaltibili in meno di qualche millennio. Ma questo è un altro discorso.

(Continua)

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2 Risposte a Lacrime di poveri Christi. Cronaca di una giornata a Terzigno (1)

  1. […] possibile leggere qui un’anteprima del libro. speciale elezioni 2011ultimo numero in edicolaChi siamo Napoli […]

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