G.B. Zorzoli

Parafrasando Woody Allen, il comunismo è morto ma la sinistra riformista s’è presa ben più di un raffreddore. Alcuni (maligni?) addirittura la diagnosticano in coma irreversibile.

Il morbo non è solo italico, anche se da noi è più virulento che altrove (quanto lontano il tempo in cui con orgoglio declinavamo l’ingraiana «diversità» del nostro paese!).

Prendiamo la Svezia, per decenni emblema e rassicurazione delle magnifiche sorti e progressive della socialdemocrazia. Elezioni del 19 settembre 2010: 30,9% dei suffragi, il peggiore risultato elettorale dal 1914. A partire dal 1932 i socialdemocratici sono stati al governo del paese per l’80% del tempo ed è la prima volta da allora che un partito di centrodestra rivince le elezioni dopo essere stato al governo. Gli scontenti hanno preferito mandare per la prima volta in Parlamento un partito xenofobo di estrema destra.

Un fenomeno, questo, che replica nel paese più impensabile quanto già avvenuto in un’altra nazione emblema della tolleranza, l’Olanda, oltre che in un Belgio già alle prese con una divisione interna a sfondo etnico, come altrove manifestazione di un sotteso disagio socio-economico. Il leghismo di Bossi ha fatto scuola.

D’altra parte un Presidente come Obama, nel contesto americano quanto di più vicino agli obiettivi di una sinistra riformista, ha perso rapidamente consensi non per avere tradito il programma elettorale, ma per avere cercato di attuarlo. Non gli perdonano la riforma sanitaria, malgrado fosse difficile farne una più blanda, e diversi parlamentari democratici in vista della mid term election hanno contributo ad affossare il disegno di legge che avviava un primo abbozzo della green revolution. Ad avvantaggiarsene maggiormente non è il tradizionale establishment repubblicano, ma il Tea Party, rispetto al quale la Lega sembra un partito westminsteriano.

Il caso Obama, ma anche quelli europei, ci dicono che questo stato di cose non può essere spiegato soltanto con gli errori delle sinistre, che responsabilità ne hanno avute (e ne hanno); forse, però, meno determinanti di quanto solitamente immaginiamo vedendo lo stesso spettacolo attraverso l’ottica deformata della situazione italiana.

È indubbiamente più facile avere una percezione distorta delle cose in un paese dove la sinistra riformista ha persino rinunciato a declinarsi tale. La tanto decantata «contaminazione di culture politiche diverse» s’è tradotta in un assemblaggio di chi (provvisoriamente) ci stava. Lungi dall’aggregare altre forze, il partito democratico ha già incominciato a perdere pezzi (oltre che consensi) e non è finita.

Questo non ci autorizza però a reagire come il toro posto davanti al drappo rosso, caricando a occhi chiusi contro il solito Berlusconi, che solo in parte è causa della situazione in cui versiamo, molto di più è il prodotto di una deriva che, con accenti nel nostro caso talvolta farseschi, ci accomuna agli altri paesi occidentali.

L’alternativa allo sterile antiberlusconismo non è però il moderatismo. Lo praticano meglio altri. Per uscire da questo disturbo bipolare, che riproduce il classico quadro clinico caratterizzato dall’alternarsi di episodi depressivi e di episodi maniacali, occorrerebbe riesumare l’antica pratica di una seria analisi delle trasformazioni sociali che si sono verificate negli ultimi decenni. Naturalmente senza limitarsi a rimirare il domestico orticello.

Il timore a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo di un mondo egemonizzato da una sola superpotenza si è in pochi anni dissipato davanti all’evidenza di una multipolarità in continua crescita. Il confronto per il momento è solo economico, ma il divario salariale e di protezione sociale fra nazioni emergenti e paesi già sviluppati rimette in discussione le basi stesse del welfare su cui in Occidente la sinistra riformista aveva costruito la propria ragion d’essere.

Con un’aggravante. Defunto con il crollo dell’Urss lo spauracchio del comunismo, le classi dirigenti, ma anche i singoli individui non si sentono più costretti a compromessi fra i propri interessi e il «bene comune». Il trionfo del mercato assunto a ideologia e dell’individualismo senza freni non solo rimette in discussione le conquiste sociali, ma rimuove anche le remore a manifestare atteggiamenti xenofobi se non apertamente razzisti. Insieme al compromesso keynesiano in economia è andato a farsi benedire il politically correct.

Colta di sorpresa dal mutato scenario, che rende obiettivamente difficile proporre alternative credibili, la sinistra radicale s’è ridotta a testimonianza di ridotte minoranze, quella riformista per salvarsi si è messa a rincorrere le nuove tendenze, tentando di dimostrare che avrebbe saputo gestirle meglio. C’è riuscito solo il New Labour di Blair, facilitato da quasi vent’anni di thatcherismo. Ora, di nuovo presa in contropiede dall’insorgere della crisi economico-finanziaria e dopo anni di eccessiva acquiescenza alle tendenze in atto, oltre a non avere idee agli occhi della gente non ha nemmeno le carte in regola per proporsi come alternativa.

Comprendere i fenomeni che hanno ridotto in macerie il vecchio insediamento delle sinistre, sulla loro interpretazione elaborare proposte politiche credibili, riuscire infine a trasformarle in senso comune, è processo che, anche se riesce, richiede tempi lunghi. Difficilmente s’addice a gruppi dirigenti che per la loro età hanno orizzonti temporali limitati. L’unico con i requisiti anagrafici adatti è il giovane Milliband, ma dalle prime dichiarazioni rese dopo la sua elezione sembra avere solo quelli.

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