Andrea Cortellessa

«Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia». Dell’ormai celebre battuta dell’effettivo leader del paese, Giulio Tremonti, nei giorni in cui affossava la funesta legge Gelmini sull’Università (solo per il momento, e comunque per le ragioni più sbagliate), prima delle parole colpisce la mimica: lo sguardo ammiccante e insieme sprezzante, il voltare di scatto le spalle all’interlocutore, l’incamminarsi risoluto per la propria strada. Inequivoco il linguaggio del corpo: abbiamo ben altro a cui pensare, noi.

L’offensiva, del resto, è in corso da un pezzo. Già durante l’agonizzare del secondo governo Prodi era stata notevole una frase del portavoce di Tremonti, Silvio Berlusconi: «Dal governo di centro-sinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è poesia». Dalla quale si poteva dedurre come, per chi la pronunciava, «poesia» significasse più o meno «spazzatura». Quella stessa cioè che, per ironia della sorte, di lì a poco porterà il Portavoce di Tremonti per la quarta volta a Palazzo Chigi. Ed è stato proprio a partire dal 2008 che l’offensiva della destra contro la cultura ha conosciuto un giro di vite brutale. Artisti e intellettuali sono stati dichiarati «parassiti» e «fannulloni» dalla testa d’uovo Renato Brunetta, il quale per l’occasione non s’è peritato di restaurare il «culturame» di scelbiana memoria (manca poco, insomma, che a sentir parlare di cultura voglia mettere mano alla pistola).

Ma il disprezzo e l’odio della destra italiana per la cultura non si traducono solo nella boutade di nominare suo ministro Sandro Bondi (del quale si conoscono del resto efferate poesie, appunto, alle quali tempo fa donò un’ispirata prefazione l’ineffabile poeta e maître à penser di Cl, Davide Rondoni: lo stesso che, in stretta sinergia con le scelte gestionali tremontiane, oggi propone – in un non meno efferato pamphlet Contro la letteratura pubblicato dal Saggiatore – la facoltatività dell’insegnamento della letteratura a scuola). Essendo questo «il governo del fare», alle beffe ha aggiunto macroscopici danni: enti culturali decapitati, fondi allo spettacolo decurtati. E il centro del fronte non può che essere l’istruzione pubblica: scuole rase al suolo, università strangolata. L’anomalia italiana è anche questa: una forza economica e politica che ha fondato le sue fortune sulla comunicazione ma che non appena torna al potere, a parte leggi Bunga Bunga da promulgare in tutta fretta a pro del Portavoce, si accanisce a svilire simbolicamente, e a fattualmente svantaggiare, coloro che lavorano proprio nella comunicazione e nel linguaggio: nell’insegnamento e nella cultura, cioè, come nelle arti e nello spettacolo. In particolare l’umiliazione sistematica e l’insulto quotidiano nei confronti degli insegnanti di scuola e università (ampiamente documentati dal libro di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, edito da minimum fax), non possono più essere considerati un portato irriflesso del becerume di governo; li si deve riconoscere come parti di un progetto preciso. Quella che Massimiliano Panarari ha definito (in un fortunato saggio pubblicato da Einaudi) Egemonia sottoculturale non può che essere funzionale a un progetto di dominio economico, sociale e, dunque, politico: coi suoi effetti anche nei termini umilianti dell’analfabetismo di ritorno sul quale è tornato a metterci in guardia Tullio De Mauro.

Tanto le rugiadose parole in libertà di Rondoni che i tagli finanziari prosaicissimi in questi giorni prospettati, con sadica goduria, da Brunetta e Tremonti prefigurano sempre più chiaramente un modello sociale neoclassista: dove solo chi se lo potrà permettere, cioè, avrà modo di accedere all’istruzione superiore. Quella che tra gli altri avrebbe il compito di formare un’opinione pubblica critica e consapevole: per la quale si vede che – malgrado lo strapotere economico e mediatico – si continua a nutrire, evidentemente, una paura fottuta. Il diritto all’istruzione – e dunque al poter partire alla pari, almeno in teoria, nello struggle for life predicato dall’Ideologia del Libero Mercato – è ormai un ricordo. (Alla trasmissione L’infedele condotta da Gad Lerner queste orecchie hanno dovuto del resto ascoltare un altro sopracciò di Cl, Luigi Amicone, proclamare che è venuto il tempo di farla finita col «dogma dei diritti uguali per tutti»).

Va però aggiunto che, se c’è un settore nel quale – sul lungo periodo – gli orientamenti parlamentari e di governo si sono dimostrati perfettamente bipartisan, è proprio quello relativo alla politica scolastica e universitaria (come con efficacia mostrato da Pierluigi Pellini sull’ultimo numero di «alfabeta2»). A posteriori non pare per esempio così difficile identificare una simmetria, e diciamo pure una sinergia, fra il programmatico abbassamento qualitativo dell’Università pubblica – ridotta a laureificio che licenzi a pieno regime lavoratori cognitivi da precarizzare, cioè schiavizzare, in massa – e la zelante incentivazione di Scuole di Eccellenza ad altissimo costo – che hanno ovviamente la funzione di selezionare le nuove élite dirigenti, cioè una nuova razza padrona. Due bracci di una medesima tenaglia alla quale ha dato man forte, negli anni, qualificatissimo personale intellettuale: tanto di destra che di «sinistra».

Se è vero che la funzione intellettuale da tempo non appartiene più a un’élite sociale, ma al contrario essa è sempre più capillarmente diffusa nella nebulosa interclassista alla quale un po’ tutti apparteniamo, primo punto di una sua «coscienza» comune (se non, appunto, «di classe») non potrà che essere la presa d’atto dell’offensiva cui viene sottoposta: proprio dal potere che sul suo sfruttamento fa leva.

23 Risposte a Un panino alla cultura

  1. […] This post was mentioned on Twitter by abo, Angelo Ricci. Angelo Ricci said: Un panino alla cultura http://ff.im/-tXKpU […]

  2. davide rondoni ha detto:

    Caro Cortellessa,
    quando dibattesti con me del mio libro pubblicato da Il Saggiatore a Firenze avesti almeno il rispetto (o era fariseismo ?) di provare a confrontarti con le idee che ci sono dentro senza banalizzare tutto con la facile scorciatoia delle etichette e delle presunte (peraltro sbagliate) appartenenze politiche. Ora invece blateri offesucce e appiccichi etichette banali. Probabilmente non hai nemmeno letto le mie cose di cui parli e procedi per schemi e per slogan. In quanto alla ironia degli aggettivi (ineffabile poeta, rugiadose parole etc) mostrano solo il disagio di chi preferisce fermarsi alla superficie delle cose e al proprio pregiudizio. E questo è il vero male della cultura ed il motivo della crisi del pensiero di sinistra. Probabilmente sono più di sinistra di te, e manco te ne accorgi preso come sei ormai a recitare una parte e quindi pensando che tutti facciano lo stesso.
    cordialmente
    dr

    • Andrea Cortellessa ha detto:

      Caro Rondoni,
      è perlomeno bizzarro che a riga 3 di questo tuo commento tu dica che a Firenze mi confrontai con le tue idee e alla riga 6 del medesimo commento sostenga invece che io non abbia neppure letto le tue cose di cui parlo. Il fatto è che, come ti ho detto anche a Firenze un mesetto fa, la tua proposta di rendere facoltativo l’insegnamento della letteratura a scuola risulta perfettamente organica al progetto di ridimensionamento della scuola pubblica, cioè al programma del superministro Tremonti e del semiministro Gelmini, i quali sino a prova contraria fanno parte di questo governo (non so se per te «di sinistra», così come non so quanto fosse «di sinistra» quello il cui ministro dell’Istruzione portava purtroppo il nome Berlinguer, e dal quale questo disastro ha preso le mosse); aggiungo ora che il tuo dileggio e il tuo sdegno nei confronti degli insegnanti di scuola, presentati nel tuo pamphlet come dei travet, dei grigi burocrati incapaci di percepire e trasmettere la poesia, sono a loro volta perfettamente in linea – preterintenzionalmente o meno – con la protervia e gli insulti ad essi riservati da un personaggio come Renato Brunetta. Il fatto poi che tu in un passato non così remoto ti sia prestato a scrivere una prefazione alle cosiddette poesie di Sandro Bondi completa il quadro del tuo essere «di sinistra», come in questo momento evidentemente ti pare utile professarti.
      Saluti, AC

  3. massimiliano manganelli ha detto:

    Nel 2005 alle mie orecchie capitò di udire Silvio Berlusconi enumerare i «poteri forti» in mano alla sinistra. Nell’elenco, prima ancora degli ovvi giornali, radio, tv e magistratura, figuravano scuole superiori e università. La cosa mi fece davvero sobbalzare.
    Poi Tremonti (mediante la cosiddetta Gelmini) ha pensato bene di attaccare anche i poteri assenti dall’elenco: scuola primaria e scuola media, notoriamente fabbriche di sovversivi, luoghi ove si insegnano cose perverse, per esempio la grammatica italiana o le proprietà della moltiplicazione. Oppure che l’Italia ha una costituzione che garantisce diritti uguali per tutti. Davvero cose molto pericolose…

  4. davide rondoni ha detto:

    Caro C
    lasciamo perdere. Hai ragione. Il problema allora non è che non hai letto il mio libro. E’ che non l’hai capito. A Firenze dove facevi il beneducato mi parevi ti fossi sforzato di entrare nello spirito di quel libro. Ma non ce l’hai fatta. Se no avresti capito -come tantissimi altri che l’hanno letto- che è un grande atto di stima nei confronti degli insegnanti. Di vera stima. Non di facile stima come quella di chi non vuole mai cambiare niente. E non converge per niente con la idea tremontiana o gelminiana o di chissàchi della scuola. Ma è una scommessa sulla bellezza della letteratura. O vuoi dire che anche Pasolini dicendo che eran da chiudere le scuole era un precursore della Gelmini ? dai, su…Temo che se uno non capisce queste cose fa un po’ fatica a orientarsi e a orientare.
    Evidentemente nel mio caso ti interessa solo far della polemica politica di basso conio invece che confrontarti sul serio con le idee. Ti lascio a questo modo sterile. E ti lascio questa scuola che ha fallito nella trasmissione della cultura, con tutti i suoi ministri di destra sinistra e sorpa e sotto, etichettali come vuoi.. Da bravo conservatore sai solo difendere l’esistente. Del resto avendo scelto la carriera accademica, è comprensibile che tu faccia il difensore del sistema. Io invece sono libero di scrivere quello che mi pare scandalizzando i benpensanti del “palazzotto” della cultura così simile, superficiale e protervo come il Palazzo del potere, facendo una prefazione (che probabilmente manco hai letto, o forse manco hai capito – ma la critichi “a priori” come fanno i bravi ideologi) a un signor Bondi quando non era ministro così come a duecento altre persone di ogni genere e fede politica mi pare vadano incoraggiati a prendere sul serio la poesia, indicando difetti e potenzialità di certi testi. Si può concordare o no, si può discutere, nel merito però. Questo modo di bollare gli avversari con le etichette è, ripeto, la difesa migliore e noiosa dei conervatori.

    • Andrea Cortellessa ha detto:

      Caro R,
      capisco, capisco, tu sei rivoluzionario e io conservatore. D’altra parte io insegno all’università *e dunque* sono un conservatore; mentre tu sei un intellettuale libero e anticonformista (certo, sotto contratto per una quantità di giornali e altri media, non so se «di sinistra»), uno scrittore anzi un poeta *e dunque* un genio, libero di contraddirsi e, dunque, di scandalizzare. (Come Pasolini, certo. Povero Pasolini.)
      Che esempio illuminante di cultura del dialogo, di civile tolleranza, di semplice capacità di discernimento è il tuo.
      Qualche contraddizione, fra quello che dici qui – e che dicevi a Firenze – e quello che hai scritto nel tuo libro? Vogliamo parlare della tua «vera stima» nei confronti degli insegnanti? In «Contro la letteratura», alle pp. 45-47, c’è una tua «Invettiva d’amour e quasi rap alla signora Prof» nella quale si legge di un «verminoso /diploma di Siss» che abilita la malcapitata a «ricev[ere] lo stipendio di Stato ogni mese / sulla pelle dei ragazzi traditi»; d’altra parte la malcapitata è solo «chiacchiere e distintivo»; l’unica capacità della «ragazza invecchiata» (esempio del tuo garbo e della tua sincera volontà di dialogo) tuo idolo polemico è far «sbadigliare» chi «dovr[ebbe] incendiare»: certo per lei questo è solo un mestiere, «un mestiere senza troppi cazzi». Ed ecco dunque la battuta tolta di peso a Tremonti & Brunetta: «E anche se nessuno lo sa / sei un peso per la società / e anche se nessuno lo fa / io ti dico: vattene di qua» (questo anche per dare misura concreta del genio poetico dell’invettivante). E chi lo deciderebbe, chi è un «peso per la società» e chi no? Ma naturalmente l’Ordine dei Geni, la Consorteria degli Eletti capaci di «incendiare» – al cui capo, ovviamente, ci sei tu.
      Altro che Pasolini! Questi toni, e questo retroterra ideologico perfettamente anti-democratico, ripetono pari pari il peggior Papini, quello di «Lacerba» che nel 1914 (all’epoca di «Amiamo la guerra», cioè) strillava «Chiudiamo le scuole»: perché «essenzialmente antigeniali», appunto, «intristiscono gli animi anziché sollevarli».
      Quanto a Bondi lo so, ci hai voluto «scandalizzare», noi del «palazzotto». Ci riesci sin troppo facilmente, è vero. E poi quando lo hai prefato non era mica ministro! Non stiamo però parlando di quindici anni fa. Il libro, «Perdonare Dio. Poesie 2005-2006» esce presso le Edizioni della Meridiana di Firenze nel giugno del 2007. Quando Bondi era da due anni coordinatore di Forza Italia, cioè, e al suo secondo mandato parlamentare, eletto nelle liste dello stesso partito (per te, immagino, “di sinistra”). Dunque era per scandalizzarci, e solo per quello, che allora scrivevi che «L’uomo pubblico e il poeta finalmente coincidono», con questo «suo diario di uomo di pena e meraviglia». Una «nudità» di pronuncia, la sua, che – era la tua facile profezia – avrebbe destato «la boriosetta distanza dei poeti “di professione”» (altrettanto conservatori, è dato intuire, dei boriosissimi e grigissimi docenti di scuola e università), ma che «introduce il lettore a zone non periferiche del pensiero e del suo dramma contemporaneo» (p. 5). In effetti «La pronuncia è nitida, e anche quando il tono inclina al timore o all’azzardo, la poesia non si sente “lontana” dalle cose, dai visi, dal vario esprimersi della vita. Non ci sono distanze da coprire, c’è un disporsi lì accanto». E si capisce, perché quello di Bondi è un «pensiero poetante [,,,] fedele alle cose» (p. 8). È il luogo dove «la gentilezza anche ingenua e l’ultrasuono della estrema invocazione coincidono» (p. 9).
      Caro R, anch’io ho un’estrema invocazione: che il tuo dio ti perdoni.

      • andrea inglese ha detto:

        Posto che i versi di Rondoni sono inverosimilmente banali (e qui la pretesa di difendere la “bellezza della letteratura” ha davvero del grottesco), mi fermo su un punto extrapoetico. Rondoni dice: “E ti lascio questa scuola che ha fallito nella trasmissione della cultura,”
        Ora io sono un insegnante di liceo. E posso dirti, caro Rondoni, che non solo sei banale nei tuoi versi – poco male – ma colpevolmente banalizzante nei tuoi giudizi sulla scuola. Una persona che ha la pretese di scrivere un libro, dove tratta di questo problema, dovrebbe essere in grado di articolare minimamente il suo discorso, uscendo dai luoghi comuni più triti e fasulli. La scuola è in realtà uno dei pochi luoghi in cui ancora si cerca di fornire strumenti di visione critica della realtà attraverso il nostro patrimonio culturale. Non solo, quindi, la trasmissione culturale non è fallita – il che sarebbe una catastrofe antropologica – ma non è fallita neppure la trasmissione in forme critiche, nonostante tutti i limiti e le carenze che si posso individuare nel corpo insegnanti. I veri guasti sono semmai da cercare altrove: ade sempio nella “peste del pedagogismo”, come l’ha chiamata Giglioli in una riunione di alfabeta2.

        • Andrea Raos ha detto:

          Su un tono appena un po’ più serio rispetto al mio commento precedente: senza nulla togliere ai problemi attuali della scuola italiana, quella di Rondoni mi sembra la tipica proposta di chi non ha mai insegnato in vita sua (e non parlo di andare a tenere seminari nelle scuole, ma di lavorare davvero). Con proprio una deficienza di competenze tecniche e di esperienza che, se tradotta in libro, non diventa altro che arroganza: cioè proprio la prima cosa che un insegnante, e io lo sono stato, caro Rondoni, scrosta o prova a scrostare di dosso dai cari virgulti. Davvero la ritiene “educativa”, questa sua operazione? Mi creda (e torni al posto): non lo è.

  5. fabio teti ha detto:

    “l’ultrasuono della estrema invocazione”. oh cristo.

  6. Luigi B. ha detto:

    Mio padre ha 58 anni, mia madre ne ha 55. Lavorano entrambi da quando hanno 13 anni: mio padre lasciò la scuola per andare a Milano in fabbrica e tornare 10 anni dopo con un gruzzoletto per metter su casa (costruita da lui, mattone su mattone); mia madre lasciò la scuola a “sua insaputa”, prelevata dai genitori per essere sbattuta in casa come inserviente della sua numerosa e patriarcale famiglia. Continuano entrambi a lavorare 12 ore al giorno e non ricordo di essere mai stato in vacanza con loro.
    I miei genitori sono dei pensatori liberi. Se solo avessero gli strumenti per pensare e il tempo per farlo.
    Buone cose.

    Luigi B.

  7. Marco Giovenale ha detto:

    I solari articolisti delle 24h, i ministri della pubblica d_istruzione, i distratti che a Pompei negano che a quello che non poté il Vesuvio rimedia l’incuria politica; i distratti che camminando per Napoli non vedono i topi protestare per la massa di spazzatura che inizia a danneggiare perfino loro; i distrattissimi che non si accorgono che qualcuno gli ha comprato casa; gli ultrasbadati che non riescono a tappare i buchi del proprio palazzo da dove sciamano dentro, a fiotti, minorenni e maggiorenni che poi vilmente li ricattano; gli ancor più distratti che non si accorgono che qualcun altro decenni fa ha finanziato per loro addirittura la costruzione di interi quartieri e città; tutti costoro, alla domanda che serpeggia da mesi o anni, ossia “che altro deve fare anzi commettere la banda bassotti perché gli italiani capiscano che — finché c’è quella al potere — il paese precipita nel baratro e ci resta per generazioni?”, non si accorgono che è una domanda forse limitata; e che vale principalmente per il malaffare, entro i perimetri dei codici penale e civile.

    Un’informazione per loro inedita:

    Esiste un codice – volendo – etico e culturale, nei confini del quale ogni essere di buon senso (perfino a destra) ha già visto, ha ben capito e sta già storicizzando quello che gli ultimi 17 anni in Italia hanno prodotto. Lo vede, lo capisce, lo storicizza, anche perché lo sperimenta. Non c’è nessuna domanda o dubbio sul peggio imminente e venturo (certezze sì, invece).

    La storia di questo quasi ventennio è evidente, è scritta. Uno degli svariati elementi che in Italia rende la maggioranza dei giornalisti, sedicenti colti o saggisti di centro, centrodestra e destra (e fette ampie di certa sinistra) entità indegne di collocare se stesse nella storia di una qualsiasi civiltà è la loro arrogante presunzione di aver di fronte scrittori, intellettuali, studenti, editori, lettori che distrattamente attraverserebbero questa fase di storia fischiettando, sguardo al cielo, senza rendersi conto di quanto è successo e succede.

    Gentili ministri e sottosuole dei ministri, la vostra figura è pubblica non in un’èra paleodemocristiana in cui le puttanate più immonde potevano talvolta venir nascoste sotto il tappeto del salotto (di presunta sinistra, spesso).

    Ergo, davanti agli autori, agli storici, agli studenti e ai lettori, ai lavoratori, ai critici, ai docenti tutti (fortunatamente non solo italiani), la vostra figura e la sua indifendibilità sono ad alta definizione, blu-ray, si direbbe, anche per la banale ragione che una assenza di scintillio neurale di base vi priva di quegli strumenti che vi suggerirebbero di disgiungere il vostro potere dalla visibilità e dai danni (e dalla visibilità dei danni) che esso provoca. (Disgiunzione di fatto impossibile; se anche aveste le capacità per ragionarne e tentare di attuarla).

    A questa situazione deplorevole in cui vi siete cacciati, che è meno di niente a fronte della situazione in cui avete cacciato il paese intero e il suo futuro, c’è una sola soluzione (di cui nessuno dubita): VE NE DOVETE ANDARE.

  8. margherita ealla ha detto:

    I sistemi scolastici sono conservatori, quanto e in che modo può essere discusso, e di per sé questo fatto potrebbe anche non essere un male o essere funzionale alla trasmissione della cultura, del sapere.
    Il problema è che la scuola italiana non favorisce, anzi limita, se non affossa, il “passaggio di stato sociale”, ovvero, fra i sistemi OCSE, quello italiano è il più statico e settario in questo senso.
    Ciò è grave, ed è stato, è, e sarà, sicuramente aggravato dalle politiche scolastiche, ma ancora più economiche, intraprese, atte a favorire la scuola privata, in nome di una fittizia (e di comodo) libertà di scelta, a scapito della scuola pubblica. Non sto dicendo che non esistano scuole private di livello (esistono, accanto a molte che sono al limite -e anche sotto- la decenza), ma il sistema privato è ancora di più statico (presentandosi fin dall’origine un po’ settario) rispetto al passaggio di classe sociale di cui dicevo.

    A pensare male si fa peccato…ma come non leggere appunto la politica attuale come la volontà di mantenere questo stato di cose e, se possibile, portarlo alle estreme conseguenze?
    Che dire della intenzione espressa dal governo – ieri mi pare (nella persona di Berlusconi) di dare credito alle università stile Cepu (il che significa finanziamenti pubblici dirottati a tali enti?)

    Inoltre, se pure come dicevo all’inizio la scuola è conservatrice, questo non significa che non formi o produca cultura, anzi, la possibilità di godimento /accrescimento innovazione della cultura, passa attraverso una certa sua stratificazione anche noiosa e scolastica , così come i salti qualitativi spesso necessitano e passano attraverso accumuli quantitativi.

    Infine, il livore, accompagnato a slogan pressapochisti, qualunquisti e stereotipati ecc.., di certi politici, beh è la solita strategia che fa leva sulle pance, ma che proprio a queste pance toglie la possibilità di mangiare (da qui al futuro).

  9. Andrea Raos ha detto:

    Breve prontuario per discutere con Davide Rondoni (e con i poeti lirici in genere, in realtà) 😀

    http://www.youtube.com/watch?v=SYiv76qRCkA

  10. anna maria carpi ha detto:

    Insegnare letteratura oggi è un’amara esperienza, ti pare di arrivare con una merce che imponi a chi è a tutt’altro interessato. Ma resto convinta che a formare la persona siano solo due materie, la letteratura e la storia. Io però propongo una scuola senza lezioni di letteratura (autori, epoche, interpretazioni ecc.). Contro il pedagogismo corrente che toglie a ognuno il fare da sé – una scuola-biblioteca, aperta tutto il giorno, ore di lettura autonoma, con poche diretttive programmatiche, ognuno si formula un percorso congeniale, i docenti presenti per chi sente la necessità d’ interpellarli.

    • Andrea Cortellessa ha detto:

      Chi difende la scuola (e l’università) pubblica non difende certo lo status quo. Ben vengano dunque proposte di riforma, anche radicale, dell’insegnamento della letteratura. Ma, cara Anna Maria, nella tua avverto comunque un voler essere concorrenziali col pandaemonium di stimoli exta-letterari dai quali i teneri virgulti sono diuturnamente bombardati. E dunque affabilità, libertà, autonomia. Ma coi docenti che si limitano ad essere «presenti per chi sente la necessità d’interpellarli» siamo a un passo, appunto, dalla facoltatività dell’insegnamento: e dunque dalla sostanziale espunzione delle materie umanstiche dalla scuola.
      La scuola e l’università di oggi sono a mio modesto parere, invece, *sin troppo* affabili e malleabili: nei confronti degli “stimoli” provenienti dall’esterno. Che nella maggioranza dei casi, a scuola, non producono altro che demagogia. Come se sostituire Ammaniti a Svevo (e non faccio esempi a caso), quale lettura “formativa”, non fosse il contrario che uno svecchiamento e un'”apertura”, bensì solo l’appiattimento sui falsi, bugiardissimi valori del mercato più bieco. La scuola e l’università, a mio modesto parere, devono al contrario trovare il modo di riconquistare l’autorevolezza perduta – senza per questo pretendere di recuperare l’autoritarismo prese68esco (ché quello non c’è motivo di rimpiangerlo). E dunque devono avere il coraggio e l’oltranza intellettuale di imporli, i valori – anche relativamente alla contemporaneità – del tutto al di fuori delle mode e dei condizionamenti di mercato. Così come, all’università, dovremmo trovare il modo di ribellarci alle strettoie dei limiti alla paginazione e della semplificazione linguistica a tutti i costi, che nei libri di testo ci impongono le direttive dei corsi di laurea (e che hanno già espunto, fra l’altro, la saggistica “vera” dai cataloghi editoriali; le case editrici che si sono ribellate alla bignamizzazione coatta, come Meltemi, l’hanno pagata cara).
      Altrimenti dopo Ammaniti sarà la volta di Fabio Volo, e poi perché non di Federico Moccia? Del resto i sociologi della letteratura non da oggi fanno a gara a ripetere che leggere, in sé, è comunque meglio che non leggere: in linea del resto cogli spot pubblicitari per il «libro» promossi dal Ministro caro a Rondoni (i quali ricordano irresistibilmente la striscia di Quino con Felipe – l’amico riccastro di Mafalda – che le chiede cosa possa regalare ai genitori per l’anniversario di matrimonio; Mafalda distratta risponde «ma non lo so… regala loro un libro», e lui prontamente ribatte «no, no, quello ce l’hanno già»). Mentre chiunque sappia cosa voglia dire *veramente* leggere sa benissimo che questa è una balla colossale. È come con le droghe: non è affatto vero che da quelle leggere si scivola inevitabilmente in quelle pesanti. C’è chi va avanti tutta la vita a farsi le canne – e a leggersi gli Ammaniti che passa il convento.
      I docenti non devono *affatto* accorrere prontamente ad assistere il pargolo che gli chiede come leggere Fabio Volo. Devono trovare il modo di mettergli in mano Kafka, invece. E saperglielo spiegare, ovviamente.
      Proprio mentre Rondoni pubblicava il suo pamphlet, ne usciva da Laterza uno di Luca Serianni – che a differenza di lui l’insegnamento sa cosa vuol dire – col titolo «L’ora di italiano». Qui si trova una citazione meravigliosa di Gramsci, il quale diceva che lo studio «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia». Ecco, è una cosa molto vero che lo sforzo il dolore e la noia sono inseparabili dall’apprendimento. Mi spingo a pensare che siano quasi altrettanto formativi dei contenuti ai quali spesso si accompagnano. La persona si forma anche affrontando lo sforzo, il dolore e la noia: non solo e non sempre godendo il piacere del testo. Quello, quasi sempre arriva dopo: ed è meglio così.

  11. gianni biondillo ha detto:

    Abbiamo – anzi: avevamo! – la migliore scuola elementare del mondo. Lo dicono i dati, le tabelle internazionali, gli studi comparativi di tutto il mondo. E nel mio piccolo lo dico anch’io, da padre di due bambine che frequentano la 5a elementare (statale) e la 1a (stessa scuola). E sulla più piccola vede già la scure Gelmini che si è abbattuta su di lei, non ostante la disperata buona volontà di una classe di insegnanti che non ha alcun dovere di essere eroica, ma che lo è perché ultimo baluardo di civiltà in un paese che ha fatto della distruzione della comunità un obbligo politico. Pagheremo tutto, pagheremo caro, ma quel che è peggio è che pagheranno i nostri figli.

  12. michele lupo ha detto:

    e dai privati e dalle imprese da oggi, dopo il passaggio del ddl alla camera con i voti degli ineffabili futuristi liberisti tornati al calduccio dopo la tormenta sui tetti, nelle governance delle facoltà, a scender per li rami, dalla progressiva cancellazione del liceo classico (dimuniz di ore di lettere, geografia, storia dell’arte etc), alle medie obbligate a non fare più di 30 ore, alle elementari che non sono più quelle di cui Biondillo più sopra alle materne mezzo scalcagnate agli asili nido pubblici introvabili

  13. michele lupo ha detto:

    ed Emilio Fede che non viene denunciato per istigazione a delinquere… piuttosto gli danno retta, manganellano alla grande, e poi mettono la mascotte Gelmini a fare la faccia… Perché nell’epoca Berlusconi le donne le vogliono zoccole o utili idiote, come ciascuno sa; le seconde le piazzano spesso nella scuola. Hanno i loro padroni (scegliete voi: Tremonti Confindustria CL Bossi? – da Arcore in giù) ma Moratti e Gelmini e Aprea e Goisis una volta messe lì non schiodano, ci prendono gusto, ognuna vaneggiando e spacciando la sua “riforma epocale”. L’improntitudine non manca e la goffaggine intellettuale è conditio sine qua non. Nel dettaglio, Aprea e Goisis, non propriamente avvenenti anzi un tantino muscolari, lavorano fuori dalle scene mediatiche più affollate, Moratti e Gelmini una dopo l’altra hanno prestato invece i loro visini atteggiati a materna indulgenza alla grande impresa della neo-scuola aziendalista – la Moratti, mutando piglio appena eletta sindaco. Intanto, l’aspetto da suorina dice(va) agli italiani, distratti come sempre da tutt’altre questioni, che:
    1) il “rinnovamento” non poteva essere che buono
    2) che la scuola è ormai diventata solo una faccenda di femmine (più le utili idiote che le zoccole)
    3) (e il cerchio si chiude) che solo gli infami sparano sulla croce rossa (o fannulloni violenti o centri sociali alleati con i baroni, proprio così)

  14. Sanjuro ha detto:

    Rassegnazione stampa…

    elaborati e sbertuccianti…

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