Gherardo Bortolotti e Maria Luisa Venuta

Lunedì 8 novembre 2010, alle ore 6:07, lo sgombero di un presidio nasconde il nodo, sempre più stretto, tra immigrazione e lavoro dietro la militarizzazione di un quartiere centrale di una città del Nord Italia. Il presidio era il segno a terra dell’occupazione di una gru, a trentacinque metri d’altezza, in corso a Brescia dal 30 ottobre. Sulla gru, alcuni migranti, dopo le (costose) perversioni legislative della cosiddetta «sanatoria truffa» del 2009, chiedono il permesso di soggiorno per regolarizzarsi, smettere di lavorare in nero, non subire più il ricatto della clandestinità. Dalle 6:07, fermi, arresti ed espulsioni.

Piazza Cesare Battisti, dove si trova il cantiere in cui si alza la gru occupata, viene isolata e ogni via di accesso è controllata dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Il centro si ritrova, nel giro di un’ora, ad avere una zona preclusa al traffico, al commercio, al passaggio. Ed è la zona che dalla parte Nord della città porta al centro, porta a Via San Faustino, verso le università, i teatri, i negozi. La gente è costretta a percorsi tortuosi nelle strade del quartiere del Carmine che, ironia della sorte, è uno dei quartieri a più alta densità di popolazione di origine non italiana, un quartiere a cui la tradizione ha regalato una pessima fama e che, da alcuni anni, i bresciani temono per un nuovo motivo, perché ci sono troppi immigrati.

Il presidio si riforma, nel giro di qualche ora, qualche decina di metri più in là. Centinaia di persone, mentre prima le presenze arrivavano solamente a qualche decina. Persone che per storia, abitudini non frequentano normalmente i movimenti e i ritrovi nelle piazze, scendono per strada e arrivano a San Faustino. Fino a un punto di via San Faustino.

Lì, cordoni di polizia e di carabinieri si alternano per tenere isolati i migranti dal resto della città, dalle informazioni, per cercare di farli desistere. Soprattutto cercano di filtrare la questione che gli occupanti stanno ponendo e di ridurla ai termini più o meno cruenti di un ordine pubblico da ristabilire.

Alle loro spalle, tuttavia, si alza la gru che, anche nel disegno del proprio profilo che svetta tra gli altri palazzi del quartiere, illustra perfettamente la metafora del vicolo cieco in cui una politica di classe, e il razzismo che la maschera e la rafforza, c’hanno portato. I lavoratori migranti in lotta hanno, con un gesto, toccato il punto più alto, la visibilità maggiore e ci guardano dalle vette delle nostre contraddizioni che ormai, per forza o per volontà, appartengono anche a loro.

Eccoli lì sospesi al ferro della gru, al fabbisogno di manodopera delle imprese della provincia bresciana, al progetto di una vita nelle aree benestanti del mondo, alla volontà di mantenere una porzione della forza-lavoro in condizioni di continua ricattabilità. Ma come possono salire più in alto? Come possono scendere? Allo stesso modo, le forze della società civile e i movimenti, in basso, si espandono a ondate nella città con manifestazioni, presidi, prese di posizione più o meno nette, più o meno ipocrite. Ma come possono raggiungere i migranti sulla gru? Come possono farli scendere al sicuro? In mezzo, la prefettura, il comune, le forze dell’ordine. Immobili. E come tali inerti. Come possono disperdere il presidio senza che questo si riformi? Come possono far scendere i migranti dalla gru quando urlano «Non abbiamo niente da perdere» o sperare di affamarli impunemente quando sbraitano nel cielo di Brescia «Non siamo animali. Vogliamo cibo?».

Via San Faustino, ai piedi della contraddizione, nel frattempo è diventata un luogo di ritrovo, di presenza, di manifestazione di solidarietà, ma anche una specie di laboratorio spontaneo di una cittadinanza continuamente ai limiti della legalità, in cui si parla di problemi di integrazione, di come difendere diritti primari e intanto si fissano i caschi e gli scudi degli agenti, si aspettano i cenni dagli occupanti della gru, i risultati delle contrattazioni per il cibo, per le coperte, le eventuali cariche. Il presidio rimane tutto il giorno lì, con le persone che si danno il cambio, tra il lavoro e le cure della vita quotidiana, si amplia, si restringe. Il laboratorio prende e riprende la contraddizione, produce un’empatia, uno scambio continuo, al proprio interno, al di là del cordone e verso la gru.

Accompagna gli occupanti fino alla sera del 15 novembre, data in cui i migranti scendono. Nella pioggia battente, scendono rampa per rampa fermandosi e salutando, tra gli slogan, gli applausi, la commozione generale. Dopo sedici giorni, scendono avendo ottenuto le garanzie necessarie e aver retto, per tutti noi, all’altezza della gru, la contraddizione che non riuscivamo a guardare.

2 Risposte a Dalla gru, Brescia è bellissima, di notte

  1. fabio teti ha detto:

    Poco fa leggevo le due (assurde, anche in rapporto alla sua storia testuale) poesie di Magrelli sull’alfabeta cartacea e mi chiedevo, persino sorvolando sull’offensività derivabile dai due testi, che razza di modo fosse quello di “usare” la poesia, che razza di “intervento culturale”, come da bandella, stesse proponendomi la rivista.

    Fortunatamente, buona parte del numero in questione propone articoli e interventi di ben altra caratura. Caratura che ricoconosco e apprezzo ad esempio in questo scritto di Bortolotti e Venuta, che dribbla sia il reportage tout court sia l’analisi politico-giornalistica propriamente detta, riuscendo a porre alcune importanti domande (cfr. paragrafo 6) con la credibilità, appunto, di chi manca di retorica.

    un caro saluto,

    f.t.

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