Antonella Anedda

Roma ha fontane dove però non si può entrare. Fiumi, laghi,  torrenti, mare: sono un fiotto di nostalgia. Vado a vedere gli acquedotti lunghi come treni nella campagna. Sono nata per caso a Roma. Dovevo nascere a Genova, mio padre era giudice là, dopo la mia nascita ci siamo trasferiti.  Mio padre  passava i pomeriggi a scrivere le sentenze. Credeva nel suo lavoro. Molti suoi colleghi furono uccisi, come Minervini, che era il padre di una mia compagna di scuola, sull’autobus. Ci arrivavano lettere minatorie a casa. I carabinieri erano sul pianerottolo,infreddoliti.  Le uscite di mia madre che era molto malata diventarono ancora più rare. Come dice Pasternak nel Dottor Zivago, noi eravamo davvero di un’altra cerchia, ma quale fosse questa cerchia non era chiaro. A lungo (fino a ieri) ho identificato Roma  con la difficoltà, di trovare un codice per comunicare con gli altri. La solitudine che amavo era legata a un orizzonte, a una luce marina, al maestrale che scava il cielo.

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