[Pubblichiamo qui la versione integrale dell’intervento di Pellini sull’università, apparso sul numero 3 in versione scorciata]

Pier Luigi Pellini

Che una riforma liberale possa riuscire benefica qualora sovverta le regole asfittiche di un sistema in parte ancora feudale, chiunque abbia del Marx meno deperibile una conoscenza anche rudimentale non faticherà a riconoscerlo. Nessuna pregiudiziale ostilità, dunque, nei confronti dei propositi ultra-liberisti (meritocrazia, concorrenza fra atenei, mercato delle eccellenze, tagli stipendiali ai chi non fa ricerca, prepensionamento dei baroni e perfino licenziamento dei fannulloni), ostentati dalla ministra Gelmini e dai suoi mentori pontificanti (dalle colonne del “Corriere” e del “Sole”, nonché di meno nobili fogli filogovernativi). Stupore, semmai: perché identici propositi accompagnavano, non più di quattro anni fa, le fanfare dell’ultima riforma che ha investito l’università italiana: quella targata Moratti – presidente del consiglio, allora come ora, Silvio Berlusconi. Anzi, dell’ultima Riforma: con la maiuscola. Perché non c’è parola più svuotata di senso, tradita e, diciamolo, sputtanata, nell’Italia dei gattopardi e degli ex-maoisti forzitalioti (ma sarebbe discorso lungo, che nella deriva semantica di un singolo termine potrebbe riassumere la sconfitta delle forze progressiste in Italia, dagli anni Ottanta a oggi).

Pare che riformare l’università procuri consenso elettorale: non fra il personale docente, come ai (bei) tempi della legge 382 del 1980 – democristiana sanatoria che, per far fronte alla contestazione e alle necessità dell’università di massa, immise in ruolo con poco selettivi giudizi di idoneità una percentuale troppo alta di ricercatori e professori incompetenti. Bensì in quei settori sempre più ampi della cosiddetta società civile che vedono negli atenei pubblici un tempio del privilegio e del malcostume clientelare – salvo poi trasecolare, se gli si dice che un ricercatore di prima nomina guadagna meno di un operaio specializzato, e un professore associato giovane raggiunge a stento i duemila euro mensili; e se gli si assicura che – soprattutto nelle facoltà dove circola poco denaro – i casi di nepotismo concorsuale  si fermano a percentuali relativamente contenute, non troppo lontane da quelle degli altri paesi occidentali (il che non assolve, va da sé, l’ignominia delle spudorate parentopoli, resistenti in specie in certe facoltà di medicina e di giurisprudenza).

Nessun  governo – nemmeno quello di una destra incolta e populista – può esimersi dal proclamare che scuola e università sono assolute priorità in una società della conoscenza. E se è vero che nelle classifiche internazionali le università italiane ottengono piazzamenti umilianti, all’incirca proporzionali alla percentuale del Pil investita in ricerca, è certo più facile, in tempi di crisi, addossare le responsabilità del fallimento alla cattiva gestione baronale (peraltro innegabile), che aumentare in misura consistente il budget degli atenei. Di qui, la coazione alla Riforma: che produce a ogni legislatura confusione nelle università e disinformazione sui giornali (quante volte, negli ultimi vent’anni, si sono letti titoli come “La fine dei baroni”?). La verità è che la crociata meritocratica è pura retorica, vuota parola che nasconde, agli occhi dei non addetti ai lavori, la pochezza contraddittoria di provvedimenti privi di reale contenuto. È davvero misera soddisfazione, per chi scrive, constatare come la ministra Gelmini dia oggi autorevole sanzione, de facto, a un pamphlet pubblicato quattro anni fa, con il titolo La riforma Moratti non esiste.(1) Analizzando comma dopo comma una legge farraginosa, ne dimostravo l’inapplicabilità o l’irrilevanza. Forse il disegno di legge dell’avvocato Gelmini – sempre che la legislatura non finisca prima della sua definitiva approvazione – non rimarrà lettera morta come il parto della signora Brichetto. Una cosa è tuttavia sicura: non produrrà né efficienza gestionale, né etica concorsuale. E nemmeno, diciamolo onestamente, grossi danni.

Il provvedimento è scritto in un italiano troppo ambiguo e scorretto, ed è troppo esposto alle scorribande parlamentari che rischiano di stravolgerne il (poco) senso, perché valga la pena di tentarne qui un’analisi puntuale. Di certo, però, un sistema di reclutamento in due tempi (idoneità nazionale e concorso locale) produrrà solo elefantiasi burocratica e lentezze, non trasparenza: perché a pochi sarà negato l’inutile titolo nazionale, mentre a livello d’ateneo il “cretino locale” (definizione di Luciano Canfora) difficilmente incontrerà ostacoli. Quanto poi alla massiccia immissione di ‘esterni’ (rappresentanti di enti locali e di realtà produttive del territorio) nei sempre più spadroneggianti consigli d’amministrazione, produrrà semplicemente un aumento esponenziale della lottizzazione politica e degli affarismi privati: per sottrarre l’università all’impero dei senati accademici (controllati dai baroni, certo, ma quantomeno elettivi), la si mette nelle mani di politicanti di quartiere e di imprenditori in conclamato conflitto d’interessi – gli uni e gli altri, sovente, in odore di semianalfabetismo. Ai vecchi baroni andrà se non altro riconosciuta qualche dignità e competenza intellettuale; mentre a privati e politici, digiuni di didattica e assai poco interessati alla ricerca (perfino a quella applicata), fanno gola (quasi) esclusivamente le assunzioni del personale tecnico-amministrativo, le commesse per attrezzature e materiale di consumo e, soprattutto, il ricchissimo patrimonio immobiliare delle università storiche (di quelle, almeno, che non sono già state costrette a svenderlo). Quando si parla di rapporto con il territorio, di sinergie con la società civile, di regionalizzazione dell’università, in Italia la posta in palio è purtroppo questa.

Ma il vero cardine di ogni Riforma – lo diceva tetro il veterosocialista, e pessimo, Mussi; lo ripete oggi, ruspante, Gelmini – è la valutazione: premi ai migliori, penalizzazione per chi non ottiene risultati. Il tutto gestito da agenzie dagli acronimi impronunciabili (Civr, Anvur), chiamate di fatto a confiscare l’autonomia delle università, reintroducendo una forma burocratica e centralistica di controllo ministeriale – facile prevedere che i criteri di distribuzione di bonus e malus saranno politici (cioè, da noi, clientelari) assai più che scientifici. Del resto, in mancanza di una seria riflessione nazionale su modi e obiettivi della valutazione, sia il centrosinistra, sia il centrodestra hanno provato a adattare alla bell’e meglio alla realtà italiana esperienze d’importazione – in gran parte fallimentari, peraltro: come dimostrano innumerevoli polemiche e ripensamenti (in specie in Gran Bretagna). Anche in contesti meno esposti al dolo (negli Stati  Uniti d’America, per esempio), e in materie come quelle scientifiche in cui – agli occhi dei profani, almeno – la verifica dei risultati appare tendenzialmente oggettiva e condivisa, le valutazioni quantitative (prestigio delle sedi di pubblicazione; impact factor, cioè numero di citazioni in lavori altrui; ecc.) producono storture: chi affronta argomenti alla moda (non per forza più rilevanti) e difende tesi consensuali (magari poco originali) ottiene più citazioni di chi segue con più coraggio e originalità strade meno battute; è premiato chi pubblica articoli a raffica (magari ripetitivi); è punito chi lavora anni a una ricerca impegnativa, prima di poterne rendere pubblici i risultati. La valutazione quantitativa rischia insomma di incentivare il pensiero unico e i progetti di breve termine. E in Italia, soprattutto nelle materie umanistiche, i primi balbettii di evaluation de noantri non lasciano presagire nulla di buono: ho visto un articoletto, uscito in italiano sull’irrilevante rivistina di un dipartimento della provincia laziale, valutato più di un’edizione critica in francese, pubblicata da un prestigioso editore parigino.

E tuttavia si potrebbe perfino ammettere che un simulacro di peer review e di valutazione meritocratica (come quello già sperimentato per i Prin, i finanziamenti nazionali alla ricerca) è pur sempre meglio dell’arbitrio insindacabile di una corporazione; e che quel trenta per cento di membri della facoltà di giurisprudenza della Sapienza che negli ultimi anni non ha pubblicato niente andrebbe sanzionato (o magari licenziato): precisando però che non si tratta in maggioranza di ricercatori (come scorrettamente ha voluto far credere il rettore del più grande ateneo italiano), ma di ordinari e associati: se il professor Frati non è in grado di far lavorare i propri colleghi sui libri e nelle aule universitarie (e non in quelle, ben più redditizie, dei tribunali), meglio avrebbe fatto a dimettersi da rettore, anziché calunniare i soli ricercatori, in uno squallido spot pro Gelmini.

Però è vero che resistono troppo numerose le sacche di assenteismo didattico e latitanza scientifica: non solo fra gli ormai canuti reduci dell’ope legis del 1980. E se una categoria screditata come i professori universitari – in nessun altro paese occidentale l’opinione pubblica mostra per i docenti così scarsa stima e rispetto – aspira a non perdere definitivamente ogni rilevanza sociale, non può non accettare una qualche forma di verifica rigorosa e trasparente. Perché allora non dare una chance ai propositi riformatori di Gelmini? perché non ammettere che un ricorso, sia pure embrionale e confuso, a automatismi che premino chi merita possa essere un piccolo passo avanti? perché arroccarsi nel rifiuto, anziché dare una mano: come non mancano di fare i tecnocrati di area PD (ben rappresentati nello staff ministeriale) e gli intellettuali della (presunta) sinistra liberal, affascinati da ogni padronale razionalizzazione? (e infatti Sergio Luzzatto, recensendo il numero uno di “alfabeta2” sul “Sole” dell’11 luglio, stigmatizza l’articolo di Daniele Giglioli, L’università assassinata: senza discuterlo, per partito preso di operosa collaborazione). Il fatto è che l’ottimismo di chi dà credito alla riforma Gelmini è, nel migliore dei casi, pia illusione. Per due motivi: uno di ordine finanziario, uno di ordine sociale.

Le riforme – quelle vere, quelle realizzate dalla grande e ormai estinta tradizione socialdemocratica – costano. Chi ostenta propositi riformatori senza metter mano al portafoglio è di necessità in malafede. Già la legge Berlinguer – cioè l’ultima riforma ahinoi vera: quella che a fine millennio ha introdotto lo sciagurato sistema del tre più due, smantellando, in frettoloso ossequio a confusi dettami europei, le punte di eccellenza della didattica e della ricerca (soprattutto umanistica) in Italia – era a costo zero per lo Stato. E infatti ha prodotto in un decennio il dissesto dei bilanci di gran parte degli atenei: complici la proliferazione spesso dissennata dei corsi di laurea e una gestione demagogica delle progressioni di carriera, il fondo di finanziamento ordinario (FFO: i soldi che lo Stato versa alle università) copre oggi a malapena le spese fisse (gli stipendi di docenti e personale tecnico-amministrativo). Investire in ricerca, elargire borse di studio, organizzare eventi culturali è ormai un lusso proibitivo.

La riforma vera – che sta già producendo danni catastrofici, probabilmente irreparabili per decenni – è quella di Tremonti: conviene ripeterlo, con buona pace di chi impartisce lezioni di pensiero positivo dalle confortevoli colonne del “Sole”. La riforma Tremonti ha il pregio della chiarezza, essendo concentrata in un unico articolo: che prevede tagli progressivi all’FFO. Il ministro dell’economia, che non è stupido, sa che la riforma Gelmini, come quella Moratti, non esiste. E per trasformare un sistema reputato irriformabile, lo affama. Di fronte alla penuria, secondo lui, trionferà la selezione naturale. Ma il suo è un entimema, soprattutto in Italia: i tagli non inducono (se non in casi rarissimi) razionalizzazione della spesa, chiusura di corsi di laurea bislacchi e poco frequentati, decurtazioni agli stipendi dei professori nullafacenti. Il peso dei tagli ricade sui più deboli: borsisti ormai senza borsa; gruppi di ricerca non legati alle cordate vincenti; giovani professori a contratto costretti a fare sessanta ore di lezione, e relativi esami, per trecento euro, o gratis (costretti da chi, però? perché non rifiutano l’insegnamento? perché così spesso manca ogni dignità ai disperati che aspirano a una carriera universitaria? tanto ha potuto su un’intera generazione l’esperienza devastante del precariato intellettuale? e di quale statura morale potrà mai dare prova, un domani, questa martoriata generazione – se mai ce la farà a entrare in ruolo –, dopo essersi abituata a considerare norma le umiliazioni subite?). Se la torta è più piccola, se la spartiranno in pochi: non i migliori. Finché una decorosa università pubblica non esisterà più: lascerà spazio a atenei privati, o magari telematici. Un bel business (le tasse sono salate, in Italia: molto più – e pochi lo sanno – che nella maggior parte dei paesi dell’Europa continentale). Difficile allora non dar ragione a un comunista non pentito come Raul Mordenti, quando denuncia il vero scopo di Gelmini e Tremonti (e già di Berlinguer e Moratti): “la distruzione capitalistica dell’Università”.(2) Il libro di Mordenti è il migliore – il più appassionato, il meglio documentato, l’unico sorretto da una solida (e sia pure in parte discutibile) impalcatura teorica – fra quelli dedicati negli ultimi anni ai mali dell’università italiana. È uscito per un editore di nicchia e non ha avuto nemmeno una recensione in sedi visibili. La casa editrice storica dell’intellighenzia progressista – ora proprietà, come è noto, del presidente del consiglio – ha invece pubblicato due anni fa il pamphlet di un economista bocconiano, Roberto Perotti:(3) quasi un best-seller, recensito con plauso bipartisan dalla grande stampa nazionale. Cosicché s’è ripetuto in ogni vacuo talk show che, per l’università, lo Stato italiano spende fin troppo, più del Regno Unito e di molti altri paesi europei: musica alle orecchie di ogni elettore qualunquista. Mordenti dimostra in modo inoppugnabile come i dati di Perotti siano tendenziosamente manipolati, le sue conclusioni grossolanamente ideologiche e irrealistiche. Ma nessuno se ne è accorto: il che dimostra, per inciso, che sede di pubblicazione, impact factor e citation index non sempre consentono di valutare correttamente la serietà di un libro.

Mordenti racconta, fra l’altro, di come nel suo ateneo (Roma Tor Vergata) un consiglio di facoltà, costretto a rinunciare a un corso di laurea per mancanza di requisiti minimi di docenza, ha votato a larga maggioranza la soppressione di un biennio magistrale in “Informazione e sistemi editoriali”, realizzato con il concorso degli operatori del settore (la famosa società civile) e premiato da un eccezionale successo di iscrizioni. Nella mia università (Siena) il corso di laurea in lingue di Arezzo ha più studenti e meno docenti del corso di laurea gemello tenuto nella sede di Siena; gli studenti aretini risultano anche più preparati dei loro compagni senesi nei test linguistici internazionali. La crisi finanziaria dell’ateneo, anziché indurre a dirottare su Arezzo risorse e docenti, mette a rischio di chiusura proprio il corso di maggiore successo. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: i tagli non puniscono quasi mai chi lo meriterebbe. Ma che rimangano solo i comunisti a invocare, faute de mieux, le leggi del libero mercato, e magari quelle del darwinismo sociale, è davvero stupefacente.

Purtroppo, certa demagogia sindacale si ostina invece, con inevitabile effetto boomerang, a rivendicare fuori tempo massimo sanatorie degne della 382; e perfino il posto fisso a trent’anni per tutti i dottorandi (che non sono ricercatori precari, diciamolo, ma semplicemente studenti di terzo ciclo). Che con il Ddl Gelmini sia introdotta sistematicamente la figura del ricercatore a tempo determinato (già esistente, peraltro) non può scandalizzare: è così in quasi tutti i paesi occidentali, dove il precariato (decorosamente pagato) costituisce un utile periodo di prova. Ci sono due differenze, però: in contesti più civili, a ricercatori e docenti non di ruolo è riconosciuta piena dignità, cosicché al termine del loro contratto sono valutati in base all’insegnamento svolto e alle pubblicazioni prodotte, non all’attitudine supina e servizievole nei confronti dei professori ordinari; soprattutto, ci sono regole certe per il prosieguo della carriera: i migliori (circa la metà, di norma) ottengono un posto di ruolo. Generosa e americaneggiante, Gelmini prevede anche da noi una generalizzata tenure track: i giovani ricercatori precari, se bravi, diventeranno addirittura associati. Per merito. E prima dei quarant’anni. Come all’estero. Gli attuali ricercatori, vedendosi potenzialmente scavalcati, alzano barricate. I fogli confindustriali plaudono allo svecchiamento meritocratico. Entrambi dimenticano che una clausola del Ddl Gelmini ne rivela tutta la propagandistica ipocrisia: il passaggio da ricercatore precario a professore associato avverrà compatibilmente con le risorse del bilancio d’ateneo. Tutti sappiamo che per almeno dieci anni (a essere ottimisti) quelle risorse non ci saranno (quasi) per nessuno.

Per questo è sconfortante la guerra fra poveri che si è scatenata negli ultimi mesi. I ricercatori in servizio, parcheggiati in un ruolo a esaurimento, vedendo sfumare le già chimeriche speranze concorsuali, chiedono concorsi riservati: cioè, di fatto, di essere promossi associati ope legis. I professori associati (categoria cui ho il dubbio onore di appartenere) non rimangono a guardare: di fronte al rischio di ‘proletarizzazione’ (se tutti i ricercatori diventano associati, è come se tutti gli associati tornassero ricercatori: manovalanza didattica sfruttata a piacimento), reclamano a loro volta una corsia preferenziale per accedere alla prima fascia. Sfugge agli attori di questo teatrino (molti in buona fede, naturalmente) che nulla di tutto ciò potrà avvenire: i giovani ricercatori a tempo determinato, dopo sei anni di onesto servizio e brillanti pubblicazioni (e, spesso, di sfruttamento all’italiana), anziché scavalcare i vecchi ricercatori di ruolo saranno congedati con tante scuse – i migliori se ne andranno all’estero. Ricercatori a tempo indeterminato e professori associati, invece, invecchieranno nel ruolo: salvo fortunate eccezioni.

Se l’università italiana subisce con disordinata rassegnazione periodiche riforme e controriforme, è anche perché il corpo docente è diviso: la moltiplicazione delle sigle sindacali, scarsamente rappresentative e del tutto prive di peso politico, è immagine di una meschina babele di interessi corporativi. Faranno bene i ricercatori a astenersi in massa dall’attività didattica (che la legge non gli impone): potranno bloccare molti corsi di laurea (ed è stupefacente che non l’abbiano già fatto da anni). Ma la protesta avrebbe ben altro senso e peso se lo sciopero bianco fosse praticato anche da associati e ordinari: limitando a 60 o 120 (a seconda dei diversi stati giuridici vigenti) le ore di lezione frontale. (Bisognerebbe pur ricordarlo, qualche volta: molti degli screditati professori italiani tengono il doppio, o il triplo, delle ore di lezione cui sarebbero obbligati per legge. Gratis). Finché ricercatori e professori non riusciranno a concordare una piattaforma unitaria – come è accaduto in Francia contro la loi Pecresse, non tanto diversa dal Ddl Gelmini – l’università italiana non avrà voce: se non quella della Crui, privata associazione di rettori, che da anni abusivamente usurpa un ruolo istituzionale che nessuna legge le attribuisce.

La seconda ragione per cui è sbagliato dar credito alle velleità meritocratiche del governo, lo accennavo, è sociale. La concorrenza fra atenei funziona (e non sempre bene, del resto) negli USA: dove il mercato del lavoro è (almeno in parte) davvero libero. Dove una qualche residua possibilità di riscatto sociale, di american dream, è ancora viva – e oggi si incarna, sia pure con qualche retorica distorsione, nell’icona del presidente (quasi) nero. Da noi, che cosa potrebbe indurre i baroni dell’università della Garfagnana (magari esiste) a scegliere il candidato migliore – e non il figlio del rettore, o l’allievo dell’amico, insomma il “cretino locale” –, se tanto i ragazzi meno abbienti di Lagonegro, o di Portogruaro, continueranno a iscriversi all’università dietro casa (che pure esisterà, probabilmente), e di certo non si trasferiranno in Garfagnana (e nemmeno a Roma o a Milano), per due buoni motivi: primo, che non esiste un sistema di borse di studio in grado di incentivare la mobilità degli studenti più bravi; secondo, e decisivo, che da noi si diventa notai, farmacisti, dentisti (e spesso anche avvocati, architetti, cardiologi) non per merito, non perché in possesso di titoli più prestigiosi, ma semplicemente per eredità familiare? Questa l’ipocrisia ieri di Moratti, oggi di Gelmini: osannare una meritocrazia immaginaria, e poi favorire la proliferazione di atenei privati, o addirittura telematici, privi di ogni serietà scientifica: tristi (e cari) diplomifici, ad uso di una società che del merito fa strame.

Del resto, la propaganda dei ministri berlusconiani, come la cieca fede liberista del professor Perotti, mutua i suoi logori slogan dagli economisti di Chicago: quelli che sperimentavano le loro sinistre utopie di deregulation nel Cile di Pinochet. E non c’è nulla di più beffardamente ipocrita di un liberismo imposto in un contesto di dittatura sudamericana; o, mutatis mutandis, in un contesto di ingessato corporativismo familista e classista all’italiana. Se i giovani brillanti di estrazione modesta avessero una speranza minimamente ragionevole di affermazione sociale, e non fossero promessi a un avvenire di praticantato e precariato a salario umiliante, forse la favola bella dei prestiti d’onore, tanto cara a Perotti, non sarebbe solo una presa in giro. Forse qualcuno sarebbe disposto a indebitarsi per vent’anni pur di studiare nell’eccellente ateneo della Garfagnana (che così guadagnerebbe iscritti, e tasse, grazie alla sua lungimirante politica) e non in quello nepotistico e screditato di Lagonegro, o di Portogruaro. Economisti e politici che pensano di cambiare l’università, senza prima studiare (e magari correggere – non dico radicalmente riformare) il contesto sociale in cui si inserisce, fanno invece opera di falsificazione ideologica: ancora una volta, per convincersene, basterebbe rileggere spassionatamente qualche pagina del vecchio Marx.

Chiedendo un radicale mutamento della società, preliminare a ogni trasformazione dell’università (così rinviata, di fatto, sine die), difficilmente sfuggirò all’accusa di ‘benaltrismo’ – orrendo neologismo alla moda, che marchia d’infamia gli ostinati critici di ogni osannata Riforma. Pur convinto che sia chimerico escogitare meccanismi concorsuali in grado di neutralizzare il potere delle cordate accademiche, in una situazione di degrado etico, in cui latita il senso del bene pubblico – e che dunque l’accanimento legiferante abbia fini meramente propagandistici e possa solo causare ulteriori danni all’università italiana (corruptissima res publica, plurimae leges; e fatta la legge, trovato il cavillo: perché leges sine moribus vanae) –, concludo allora suggerendo tre minimi, elementari correttivi, che contribuirebbero non poco a moralizzare il reclutamento universitario, e perciò a incrementare efficienza e livello scientifico degli atenei italiani; e a garantire almeno qualche briciola di costituzionale diritto allo studio per capaci e meritevoli: l’abolizione dei settori scientifico-disciplinari (strumento principe dei gruppi di potere nazionale); l’esclusione delle carriere interne (appannaggio del “cretino locale”); il finanziamento di un sistema nazionale di borse di studio, a concorso, in numero congruo (un decimo almeno delle matricole dovrebbe poterne beneficiare). Nessun dottorando dovrebbe poter diventare ricercatore nell’ateneo di appartenenza (nessun ricercatore associato, nessun associato ordinario); e il reclutamento, previa pubblica audizione dei candidati, dovrebbe essere affidato a un intero dipartimento (compresi i rappresentanti degli studenti: come in Svizzera, in Olanda, in Nord-America). Nonostante i prevedibili scambi di favori fra atenei vicini e fra docenti di materie affini, la vittoria del “cretino locale” sarebbe quantomeno a rischio. E gli studenti migliori, vincitori di borsa, potrebbero iscriversi (gratis, e con posto garantito in casa dello studente) nell’ateneo di loro scelta: non sotto casa, cioè, ma nella sede migliore. Questo sì, sarebbe libero mercato: al servizio del bene collettivo. Non sono idee nuove: più volte proposte da più parti in passato, sono sempre state bocciate in parlamento. A dimostrazione del fatto che la volontà di riformare sul serio l’università in Italia non c’è.

Pierluigi Pellini


(1) P. Pellini, La riforma Moratti non esiste, Il Saggiatore, Milano 2006.

(2) R. Mordenti, L’università struccata. Il movimento dell’Onda tra Marx, Toni Negri e il professor Perotti, Punto Rosso, Milano 2010.

(3) R. Perotti, L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università, Einaudi, Torino 2008.

3 Risposte a La Gelmini non esiste

  1. Fabio Masetti ha detto:

    elezione diretta e democratica degli organi di governo delle università. 1 testa 1 voto

  2. Sergio Rossi ha detto:

    E’ falso insinuare che il sistema del peer review, nelle materie scientifiche, non permetta un’oggettiva quantificazione della qualità della ricerca. I paragoni con gli USA sono fuori luogo, proprio per la diversità del sistema universitario e sociale, ma invece ha senso fare i paragoni con il Regno Unito. I fatti dimostrano che in UK, dove ogni 4 anni ben il 25% dei fondi statali viene spostato da un ateneo all’altro in base ai risultati del RAE, la qualità della ricerca nei settori scientifici è molto maggiore. E questa non è certo un’impressione dei profani: avendo lavorato in entrambi i sistemi, dico da addetto ai lavori che non c’è paragone.
    La storia dei prestiti d’onore non è una favola: se il giovane brillante costretto al praticantato si trova a guadagnare molto, ripaga il debito, ma se invece “deve affrontare anni di umiliante praticantato” poco retribuito, non è tenuto a ripagare tale debito. E’ questo quanto propone Perotti, ed è lo stesso meccanismo in uso in UK, dove tra l’altro la recente riforma delle tasse ha innalzato la soglia del reddito massimo sotto il quale il prestito non va ripagato, a vantaggio degli sfruttati.

  3. andrea bianconi ha detto:

    Condivido praticamente ogni parola di questo articolo. Da collega, faccio i miei complimenti all’autore.

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