Sergio Nelli

Prima ho sognato che mi portavano all’ospedale perché cascavo dalle scale  o scivolavo per un capogiro, non ricordo, e dopo diverse analisi, camici bianchi andavano e venivano – mi si doveva aprire la testa. C’era del verde fuori da quel luogo in cui mi dovevo recare di nuovo per farmi aprire la testa. C’era una porta, un muro intonacato e delle scale di marmo. Ero molto triste e quando mi sono svegliato ho sentito il mal di testa. Tenevo gli occhi bassi, in cucina ho incontrato i croccantini del gatto e la sua ciotola d’acqua. Ho sperato ci fosse un po’ di caffè avanzato che c’era. Ne ho bevuto un sorso abbondante freddo e ho aspettato che la pastiglia di paracetamolo 1000 che avevo messo in un mezzo bicchiere d’acqua si sciogliesse. Ho acceso una sigaretta pensando alla malattia del sogno e al fatto che da un po’ di giorni mi facevano male le tempie, come se sgranassi le mascelle dormendo o come se l’irradiazione del dolore avesse colpito una zona contigua a quella solita, cioè le sopracciglia e il bordo occhio-zigomo.

Sono ritornato a letto e mi sono addormentato mentre il mal di testa mi passava. E’ arrivato un secondo sogno in cui ero come ora, quasi calvo sopra, dalla fronte in su, ma mi vedevo da giovane, prima in fotografia, poi in carne ed ossa. Avrò avuto ventidue, ventitre anni. Mi toccavo così la capigliatura, cioè io toccavo la mia capigliatura di allora e sentivo un doppio senso di benessere psichico e fisico che si concentrava nelle carezze che facevo a me stesso capelluto e nel gradimento che provavo ricevendo queste carezze su una folta chioma che mi elettrizzava i polpastrelli delle dita.

In macchina accendo Controradio. Mi avvio verso i viali di circonvallazione con il cielo chiaro sopra la testa. Spero nella colazione calmante, il profumo di paste e cappuccini, la buona volontà contaminante. Accendo una sigaretta. Passa intanto il tram così silenzioso, pulito, quasi invisibile che è davvero incredibile pensare che una città intera ci abbia litigato sopra. Parcheggio in doppia fila e spremo la mia ciste nel portacenere colmo. La porta del bar è già aperta. Faccio no con la testa al nero che vende fazzoletti di carta e accendini. Dopo la colazione, metto meglio la macchina.  Cammino lento, risalgo la placenta con qualche guizzo, passo dopo passo, guardo i giornali dell’edicola attaccato alla polpa arancione del mattino, all’estate, a questo  azzurro iniziale. Alla fermata dell’autobus arrivano gli studenti sparati fuori a testa bassa, tutti io compreso senza vedere il verde dei tigli.

La mattina scolastica non ha appigli, salvo gli orari. Scivola. Prima ora, seconda ora…

Come le massaie utilizzo il buco per fare la spesa. Prevalgono le donne all’Esselunga, ma ci sono anche i maschi. Le marmellate costano poco e mi stupisco sempre. Mi piace il profumo dei polli arrosto, non perdo mai un passaggio al pesce, mentre la carne, che mi va anche di più, posso tranquillamente non guardarla. Càpito in un corridoio inconsueto: le teglie, i bicchieri, la carta da parati. C’è un’anziana che si allunga faticosamente verso l’alto. Avanza con il carrello anche una bella donna incinta. Mi volto per guardarla nella sua sontuosità… Mi bastano due sacchetti.

Alla fine di via Masaccio, m’imbatto nell’isola del Madagascar, che sta in vetrina all’agenzia viaggi, mentre dentro ci saranno le cascate, Ayer Rock, altre spiagge bianche, la neve dei ghiacciai, il deserto e perfino la terra vista dalla luna. Mi fermo coi sacchetti pieni in pasticceria per un altro caffè. Il padrone mi fa: Professore, doppio sforzo e così chiama dentro la scuola e la spesa, i due sacchetti, la  doppia consumazione. C’è altro? Nell’aiuola interna della scuola guardo la magnolia che ha pochi fiori sbocciati grandi, bianchi, spampanati, il muro senza intonaco che lascia scoperti i mattoni e i buchi in cui fa il nido la vespa solitaria. Poi devo rientrare, di malavoglia, un po’ stranito, incorporata un’interrogativa luce, sempre come se ci fosse un segreto e fosse più vicino nella calura che avvolge, nei bagni d’aria, nelle finestre spalancate, negli anditi e nelle scale, nelle vacanze e nella libertà. Il tempo d’altronde ha la sua realtà nella memoria e sarà per questo che non ci si sente vuoti.

Si fa quel che si deve, a volte meglio, a volte peggio. Quando arriva la ricreazione ritorno nel cortile affollato anche se pieno di recinzioni e di sbarramenti per i lavori in corso. Fumando, scherzo con una collega. Il sole diretto a quest’ora mi dà fastidio e rientro presto davanti alle bacheche in cui domina il niente. Con la sigaretta ho fatto il tiro al bersaglio verso un cilindro con cappelletto rientrato che è il portacenere ufficiale. Si respira qui come altrove nel mondo una totale mancanza di idee, una difficoltà impestata, impedita, nell’immaginare qualcos’altro. Le lotte sindacali per esempio sono il regno del minuscolo, nonché l’offerta culturale con le sue cose orizzontali e culturalistiche, pensate in modo che gli studenti non ci buttino nemmeno un occhio.  Fatta salva la forza della giovinezza, la scuola  rientra in un regno grigio in cui i nobili diktat di Simone Weil echeggiano lontani mentre suonano da tempo immemorabile, quelle sì, stridule campanelle.

Oh tigli, oh pitosforo, oh gelsomino, oh sambuco che non conosco, questa è davvero la migliore stagione, quando inizia, sta per iniziare, il calendario delle feste e si torna a casa dopo aver lavorato. Oh marmellata, che esci dalle buste della spesa e costi meno di tre euro mentre il parcheggio di più.

Ho comprato un pollo con lo sconto: un euro e ottanta. Ho bevuto due caffè: un euro e ottanta.

L’esperienza intellettuale più importante che ho fatto a scuola in questi ultimi tempi è stata quella dell’osservare i lavori di ristrutturazione della scuola stessa e soprattutto la ripavimentazione in pavé di parte del cortile. Gli operai mi hanno insegnato per l’ennesima volta la lentezza. Hanno prima steso sabbia e cemento e poi messe una a una  ad arco le pietre martellandole quasi tutte; poi hanno cominciato a stendere della sabbia con dei rastrelli di modo che andasse a riempire il vuoto degli intestizi. Sopra hanno passato una macchina per livellare e ribagnare e  il lavoro di prima è stato fatto una seconda  volta.  In tutto questo procedere ci ho intravisto un ammonimento contro la fretta e l’approssimazione che purtroppo attacca spesso alcuni dei miei lavori manuali e non. Credo di aver fatto tesoro di qualcosa di utile, ma l’esperienza mi ha stimolato anche un’emulazione pericolosa. Mi è venuto voglia di rifare il bagno da solo e questo dimostra che le avventure intellettuali e conoscitive possono essere positive ma anche rischiose perché ci inclinano al velleitarismo. E’ come un ragazzo che legge Socrate e dice che ci vuole? Non lo posso fare anch’io? Oserei dire che questo è un carattere epocale, il pensare cioè, democraticamente, che quello che hanno fatto gli altri lo posso fare anch’io. Gli studenti per esempio esprimono questa tendenza nell’abuso del termine “soggettivo” (e una mancanza di gerarchie d’importanza col termine “relativo”); ma su tutti incombe una sproporzione patetica che alcuni hanno già nominato in qualche modo. Il filosofo Gunther Anders ne ha parlato per esempio a proposito della distanza che separa l’uomo dalle sue stesse scoperte tecniche, indicando in questa sproporzione un dislivello prometeico fonte di oscuri e ramificati sentimenti di insufficienza, oltre che di una ben più  rischiosa perdita di governo e di padronanza  sulle cose stesse. L’anima si alimenta comunque nella sproporzioni, nei dislivelli, nelle forze opposte, in un flusso momentaneo. Speriamo ci sia almeno un aumento d’anima.

A casa mio figlio mi chiede sempre la pasta, corta o lunga, basta sia pasta. Io cerco di soddisfarlo ma così ingrasso. Sono aumentato in questi due-tre anni di gestione pranzo già quattro-cinque chili, che metto in cascina andando immancabilmente a fare il mio quotidiano sonnellino.

Sto a casa così il  pomeriggio prima che inizi l’agognata vacanza, mentre vorrei già aver preso l’automobile puntando ad ovest verso una spiaggia  con  il sole che va giù sotto l’orizzonte, sotto il mare, confondermi coi pini fino a un congedo nel momento migliore, la testa ancora calda, per mischiarmi infine magari con quegli strani gruppi umani che a Castiglioncello fanno l’esperienza di mettersi seduti in una scomoda poltroncina o in uno spicchio di gradone per vedere uno spettacolo nientepopodimeno che teatrale.

Sono a casa e penso al cibo come a un qualcosa che mi deve risarcire delle perdite. Mia moglie che lavora come una bestia rincara la dose. Che c’è a casa, cosa mangiamo? Per ascendere avrei bisogno di solitudine, avrei bisogno, come scrive Jack Kerouac, di “stendermi sull’erba e guardare le nuvole”. Fumando mi vengono in mente i fiori di magnolia secchi, color del tè,  che ho visto stamattina e che una volta caduti sembrano bucce accartocciate e grinzose, e le pietre del selciato ripavimentato,  picchiettato, ordinato.   Spalanco la finestra. Aria! Cielo! oh rondinine, rondoni, balestrucci del cuore.

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2 Risposte a Il penultimo giorno di scuola

  1. Simona ha detto:

    Bel testo. Forte e chiaro

  2. luciana floris ha detto:

    Scrittura molto intensa e vera: dice bene quel particolare senso di vuoto, di sgomento indefinito, di angoscia sottile, che prende quando le abitudini di un anno si sfaldano, la gabbia oraria si apre e ci si ferma sulla soglia di quello spazio di libertà che si comincia ad aprire, barcolllanti e storditi dall’aria, dalla luce, dalle tante possibilità, come un carcerato che esce dalla galera.

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