da «Alfabeta», n. 69, febbraio 1985


Paolo Volponi

Pare che si debba giungere, oltre lo smarrimento morale e lo sgretolarsi della ragio­ne, a considerare che il terrorismo portatore di strage si realizza nella distruzione e nello scempio dei più semplici modi della vita e della so­cietà di uomini, intesi e presi come gente e massa prima ancora che come popolo. Ormai da circa ven­t’anni le culture civili, filosofiche, economiche non vengono più in­dagate e proposte con i metodi dell’analisi e del confronto, ma vengono affermate o deformate da un principio assunto fuori da ogni relazione e coerenza (culturale e scientifica) allo scopo di determi­nare la sopraffazione più che l’e­gemonia di alcune e al fine di di­struggere valori e misure di altre.

È da credere che la crisi del marxismo, del socialismo comuni­sta e anche riformista, del liberal­socialismo sia stata decisa, e quin­di programmata e prodotta, a freddo, deliberatamente con mez­zi appositamente attrezzati, con interferenze, falsificazioni e di­strazioni. Anche le dottrine reli­giose, le scienze, gli ordinamenti e le norme costituzionali e giuridi­che, i linguaggi, i luoghi sono stati scardinati, privati di senso o permeati di un senso contrario. Le democrazie sono rimaste vere come la casa necessaria del capitalismo della produzione e distribuzione di merci, ruoli, riconoscimenti e fedeltà. La loro autorità vive del riflesso del potere economico che però non vuole distinguersi come dominante, ma sva­riare e fondersi in tanti sottopoteri. Non cerca di affermare la sua cultura, ma la sua potenza come scienza, natura, società e tempo. Il potere capitalistico ha ragione perché può distruggere qualsiasi altra ragione e perché non ha nemmeno la necessità di porre il problema della sua propria. Tutto nel mondo deve realisticamente piegarsi alla sua esistenza e alla sua ossessione accumulativa. Così la crisi del marxismo o della ragione o della politica di partecipazione e di trasformazione, della libertà, della cittadinanza, delle arti; sono tutte decisioni non affermate come tali ma inserite e gestite una dietro l’altra da un potere superiore e conduttore.

In questo sistema le culture sottostanti e marginali sono negate, tanto che il pensiero può esistere come devozione e terapia (pastic­ca) per andare avanti nella carrie­ra, per calmarsi, per distrarsi. E questo sistema non potendo nu­trirsi di cultura e di apporti razio­nali deve sostenersi sulla soggezio­ne e coltivare la paura dei sogget­ti, e anche avere paura di quella paura.

Dove non c’è cultura non c’è scambio né alcuna sicurezza, e do­ve il soggetto assoluto nega ogni ragione, anche quella sua propria, finisce per perdersi. Così si dà spa­zio alla violenza, all’aggressione cieca: tanto per fermare, dilaniare una massa, una corrente di uomini che sono per principio contrari e pericolosi per il sistema prepoten­te. Solo l’esistenza di gente in fa­miglia, in gruppi, che si muove per qualche desiderio e speranza è una minaccia micidiale per questo si­stema che ha negato e straziato le culture di quelle condizioni e real­tà. Al nome di chi infatti si può andare con la mente di fronte al vasto strazio della bomba sul treno di Natale? Al nome di chi nascon­de il nome, l’identità, la coscienza e che vive una realtà distinta e op­posta a quella degli uomini. Infatti mi pare che noi, in un plurale più o meno casuale come quello dei morti sul treno, abbiamo sofferto molto di quella bomba, non tanto come per un attacco allo Stato alle sue istituzioni, quanto per un’esplosione tra uomini vivi e veri nell’ultima cultura: di avere un corpo, motivazioni, orari, percorsi una volta ancora da uomini; non del tutto arresi, non spogliati di una scadenza, la più banale, di libertà e quindi di per sé contrari al supersistema.

E allora gli agenti immunitari di questo, scattati in circolazione magari automaticamente, si sono scagliati contro quegli impertinenti viaggiatori carichi di infezione. Proprio come agenti di servizio segreto o no; comunque legati fra loro in vari ruoli di dipendenza tuttavia vitali alla conservazione della stessa superiore salute. Non per niente le immagini, i discorsi, le considerazioni più convincenti a proposito di quest’ultima strage sono stati quelli delle cronache e delle riprese dirette degli interventi di soccorso.

In tutto quel tragico teatro nel quale niente appariva come un atto esterno, portato là dentro per un’esercitazione, ma proprio e soltanto come una bomba tra degli uomini: per ucciderli e per ammonire con loro tutti i loro simili. In­fatti mentre non si è riusciti a spie­gare nelle varie dottrine e nemme­no secondo le ragioni della politica perché, come e che cosa esatta­mente sia accaduto, resta eviden­temente vero soltanto il guasto e il numero dei morti. Proprio come se le dottrine, le idee e le politiche non fossero state nemmeno sfiora­te dal riverbero e dalle schegge dell’esplosione. E quando anche in sede parlamentare il Presidente del Consiglio ha riferito sulla stra­ge e così quando sono state avan­zate e poi discusse tante interroga­zioni e proposte si è rimasti essen­zialmente all’interno della solita cronaca nera specialistica per il terrorismo, appena appena distin­guendo il terrorismo di strage da altro caratterizzato per altri effet­ti. Non c’è stato nessun apprezza­bile tentativo di ragionare sui mo­tivi e quindi di risalire al perché e alle idee possibili di quell’assassi­nio e tutto si è limitato all’espres­sione di duri propositi di giustizia; della giustizia giudiziaria la quale è solo e soprattutto preoccupata di trovare un colpevole ma più ancora di affermare un’autorità.

Per tutti quelli che hanno parla­to o scritto dal cerchio dei poteri dominanti in realtà era stato soltanto lacerato il tessuto dell’ordi­ne a loro sottomesso, mentre per noi era stata dilaniata un’altra vol­ta una cultura. Loro potevano credere a nemici e a ribelli, mentre noi potevamo pensare ai custodi e ai maestri di quell’ordine così du­ramente imposto. Il terrorismo di strage ha una concezione del potere come autorità sacra e indiscutibile, padrona assoluta di vita e di mor­te. Quale può essere oggi questo potere per il quale si consumano tali sacrifici? Non è più tanto quel­lo della «patria», dell’ordine glorio­so della storia della nazione e a prescindere dalle ideologie e dot­trine che lo venerano e lo esalta­no, è in realtà quello unico e vero del capitalismo nazionale e internazionale, della sua bomba nu­cleare e cosmica, delle sue fortez­ze auree, dei suoi eserciti di dipen­denti e di manodopera, delle sue province tributarie, delle sue colo­nie di sterminati giacimenti da sfruttare.

Il terrorismo di strage si sente autorizzato e riconosciuto pur do­po tutte le accorate smentite, le condanne che ha avuto nella storia e nella scienza e anche nei linguag­gi, nei canti, nei proverbi ma, quando vengono sottomesse e sot­tratte le verità delle culture che lo hanno negato, esso riprende e si investe di nuova fobia. Infatti do­ve ci sono sudditi ci sono angeli sicari e ci sono banditi ribelli. I primi se la prendono con il gregge, i secondi mirano singolarmente ai sovrani. Quando non ci sono cul­ture e scuole c’è sempre un mae­stro solitario che si autoinveste, e per se stesso e per il mondo e che vuole impartire lezioni decisive. È persino da credere che quel tale maestro di morte, appena dopo aver messo la bomba dentro lo scompartimento e appena intravi­sto il gruppetto casuale degli alun­ni che lo occupavano, abbia detto tra sé e la sua sicurezza magistrale: «Così impareranno!». Cos’è che avrebbero dovuto imparare? A non pretendere di cambiare la vi­ta; ad accettare una lunga sogge­zione alla morte come immutabili­tà.

La Repubblica non è diventata l’incontro delle culture, dei con­flitti, delle proposte: la casa di ve­tro per tutte le trasparenze, verifi­che, osservazioni. Si può dunque ben dire che non è la società che sia bloccata, come molti sociologi e politologi cercano di farci crede­re; ma che piuttosto la presenza di un potere molto autoritario e addirittura arcaico è così impenetra­bile e inagibile da non ammettere nemmeno più la circolazione delle sue stesse élite.

Questo paese è pieno di mafie, camorre, bande, correnti, masso­nerie, clientele, spie, agenti, truffatori eccetera perché i vari am­bienti delle sue società non sono rischiarati dalla luce delle culture, ma celati e sottratti dal buio peso del non diritto, della dipendenza e della soggezione. Il terrorismo cosiddetto di sini­stra o ribellista, che tanto spazio ha avuto negli ultimi dieci anni, aveva una sua cultura e cercava proprio di dilagare all’interno di culture maggiori, e anche di inter­pretarle e di guidarle. Ma esso è stato spietatamente messo allo scoperto dalla coscienza e dal giu­dizio civile e politico di quelle masse tra le quali cercava rifugio e adesioni. Ed è per questo che è balzato netto all’evidenza sopra i fili della verità, isolato e senza possibilità di nessuna presa.

Il terrorismo delle stragi invece non ha cultura, non dibatte, non discute, non vuole ragione né se­guaci perché sa di essere capito, protetto e già in qualche modo ce­lebrato dal rigore collerico «dei superiori» come dal lamento della povera gente abbattuta. Il terrorismo di strage non è quindi riconoscibile per una sua cultura, per un suo progetto e per un suo particolare sistema di rela­zioni e di comunicazioni. Esso è un maestro muto che sta pronto all’ombra e all’ordine non tanto della cultura quanto della potenza dell’autorità dominante. Quindi non è possibile descriverlo, incon­trarlo, decifrarlo, inseguirlo e rag­giungerlo, ma è necessario, per ar­rivare a guardare il suo feroce e informe piedistallo di ferro, entra­re nelle stanze e nelle ragioni del potere.

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