Antonio Loreto

Signor Marchese sì, «stiamo ancora a parlare del padrone contro il lavoratore», stiamo ancora a ragionare su «cose di trenta, quaranta, cinquant’anni fa», se non vi viene a noia. E lo facciamo con estrema serietà, mentre voi, pare, avete il gran talento dello scherzo, di prenderci pel naso (già che il culo, scusateci l’avverbio, lo abbiamo proletariamente a terra, e dovreste chinarvi di troppo per acchiappar da quello).

Voi ricordate manifestamente (loris Campetti diceva a fine luglio) un gentiluomo pari vostro: Del Grillo marchese (e cameriere del papa, ma è un’altra storia) Onofrio. Vi aveva fatto ridere la scena, a palazzo, in cui l’Alberto Sordi made in italy si slancia dalla balaustra e tira, dopo le pèsche, pigne (secche) ai miseri accattoni sottostanti? E poi li risarcisce, poco appresso, abbruciandone le mani con conii arroventati? E avete riso di quell’altro caso, nobile realmente oltramisura, del povero operario non pagato, di tal Piperno l’ebanista Aronne?

Ilarità grandissima, se non badate niente all’assonanza. Se vi badate, invece, anche maggiore, poiché porrete mente al fatto certo che il servo ed il signore non potranno – sebbene sia lo Hegel che lo vuole – cambiarsi mai di ruolo finalmente: a meno che si faccia per ischerzo, fingendo che davvero, nientemeno, si eguaglino il reale e il razionale.

Ma questo voi non lo credete punto, ed anzi il vostro metodo sicuro è scuotere il reale con la burla, perché sia meglio saldo e reazionario. È a ciò che il Grillo scambia i propri panni con quelli del briaco carbonaio. E a ciò è che voi, Marchese, casualmente, non indossate giacca né cravatta, e fate un carnevale straordinario, sciogliendovi dall’obbligo, o costume, di assecondare, in questo, la stagione. Con le stagioni piàcevi assai molto di baloccarvi al modo di un fanciullo: ché quando un consigliere, previdente, vi avesse inopinato a spaventare col rinnovarsi dell’autunno caldo, vi è sufficiente il solo anticiparlo, di qualche mese avanti le vacanze, e chiuderlo come una calda estate, fuori dell’abitacolo temprato (quale l’inverno dopo quell’autunno).

E la trascorsa estate circolava, a tutta pagina, e anche a tutto schermo, con ritmo che peraltro suona fesso, accanto alle notizie giunte spesso da quel della campana Pomigliano, una freddura, forse più uno scherno: se le pubblicità non vi fanno né caldo né freddo rifatevi con questa di panda. arriva l’eco estate fiat. grazie agli ecoincentivi, panda da 7.500 euro con clima. Seguiva in fine gentilizio slogan, che coronato da gemmati allori, sfotteva a imparisillabi moderni: panda. auto ufficiale per fare quello che ti pare.

Il codice burlesco adoperato, lo si decifra in men che non si dica: io sono io – spiacente, così accade – e voi nun siete – inglesismo – un cazzo. Il che ci rende edotti della farsa che sta perfino dietro ad il ricatto dei sette volte cento bei milioni d’investimento in cambio del diritto. Per il ricatto servono due parti, la contrapposizione delle classi, una contradizion che non consente, per via di antitesi e di odio loico, di fare e sfare quello che vi pare. Hai voglia a fare e sfare referenda, a mendicare impianti per la Panda, vostra quistione è togliere il conflitto, negarci innanzitutto d’esser ceto. Così potrete temperare il clima, per mezzo di pulsanti e di rotelle, in somma da una plancia di comando. Né troppo caldo, neppure troppo freddo. Ma fino a che noi stiamo avvinti al ceppo, molto da presso ai vostri finestrini, chissà che la tenuta – tenuta delle guarnizioni ai vetri, tenuta della macchina su strada – che la tenuta poi faccia difetto. Spiateci perciò, come Valletta, che importa se viaggiate un po’ nel tempo, a quarant’anni o cinquant’anni addietro. È per la sicurezza, dopotutto, buttare l’occhio dentro allo specchietto.

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