Mario Gamba

–       Pronto, sei tu Giampietro?

–       Sì, ciao Filippo, ti ho riconosciuto subito, hai una voce inconfondibile.

–       Va bene, però io vorrei sapere: l’hai passato tu il mio pezzo che è uscito oggi?

–       Sì, perché?

–       Perché dovresti spiegarmi come mai i capoversi sono saltati tutti, anzi, perché sono stati tutti spostati a capocchia.

–       Senti, il pezzo di un collaboratore quando arriva qui diventa nostra proprietà, noi lo sistemiamo come ci fa più comodo…

–       La regola la so, visto che ho trent’anni più di te e faccio il giornalista da una vita. Ma in quel pezzo si racconta un festival di quattro giorni, i miei capoversi staccavano una fase dall’altra, un autore dall’altro, in bell’ordine. Se tu mi mischi tutto, come hai fatto, diventa un guazzabuglio, un casino di pezzo, uno schifo.

–       Questo lo dici tu. Comunque io adesso ho da fare, ti saluto.

Filippo ha il fegato che non sta al posto giusto, come i capoversi del suo bel pezzo massacrato da un “capo” del giornale di estrema sinistra per il quale scrive senza compenso alcuno. Comincia a girare su e giù per i tre metri quadrati della sua stanza d’albergo tre stelle nel centro storico di Cetona. La stanza è offerta – vuol dire a carico suo – dallo staff del festival La rivoluzione musicale negli Usa. Il viaggio per arrivare a Cetona, no. Nemmeno i pranzi e le cene. E Filippo cerca di trattarsi bene, è finita l’era dei panini di plastica tra l’assemblea, la manifestazione e la riunione del direttivo (e poi: «I militanti non mangiano caviale». Nemmeno un’insalata, se è per quello).

Grado di agitazione: elevato. Grado di depressione: allarme rosso. E se dite che le due cose sono in contraddizione non avete capito un cazzo, cioè, scusate, non avete capito che il leone in gabbia vorrebbe suicidarsi, chiaro adesso? Filippo non fa i conti. Di quanto gli costa lavorare duramente, sei ore di concerti al giorno, pomeriggio e sera, appunti e qualche spezzone di intervista, la notte per scrivere, al mattino, se permettete, si dorme e il suo oro in bocca se lo tenga lui, il mattino, ma, insomma, quanto gli costa, non in fatica, in soldi, lavorare così per fare questo reportage, se si chiama reportage raccontare concerti di musica informale-sperimentale-sovversiva (i linguaggi, anche artistici o soprattutto artistici, sono sovversione, oggi…), di solito chiamano reportage solo i pezzi sulla mafia, gli orari di lavoro degli statali, la prossima siccità, sulle guerre i reportage non li fanno più. Quanto gli costa, non quanto ci guadagna.

Filippo non li fa, i conti. È abituato, ormai. Lavoratore più atipico degli atipici, ha accettato da tempo di produrre in perdita, di prestare opera, naturalmente “creativa”, non solo senza essere pagato ma con un netto esborso. È lui che paga il suo datore di lavoro: gli passa una forma strana di salario –  nessun manuale lo definirebbe in questo modo – che consiste nel mettere in cassa una quota di quelle che sarebbero uscite per le retribuzioni e i rimborsi. Ma il suo datore di lavoro è anche lui atipico, è un’impresa editoriale di estrema sinistra che riesce, anche senza pagare i collaboratori e, anzi, facendosi pagare da loro, ad andare in crisi economica nera ogni due anni.

Non fa i conti, Filippo. Ha altro per la testa e nel profondo dell’anima. Gli rode lo scempio del suo pezzo. Il capoverso su Cage finiva in quel modo lì, tutto calcolato perché l’attacco di quello successivo avesse un certo suono, introducesse il discorso su Feldman in maniera che il lettore si accorgesse del passaggio e provasse magari un certo piacere nel sentire risuonare in modo stimolante i legami tra le parole e le interruzioni e le riprese… Tutto rovinato, tutta fatica inutile. E l’arroganza di quel caposervizio. Il tono di voce, dovevate sentirlo. Ma non è di estrema sinistra? E io, Filippo – pensa Filippo accasciato -, non sono uno di estrema sinistra, un collaboratore qualificato, così dicono in giro, che si fa in quattro per fornire al suo giornale di estrema sinistra un prodotto come si deve su un argomento di grande interesse? E non ci pensa, lo stronzo, che tutto questo lavoro io glielo faccio gratis, anzi rimettendoci nel corso dell’anno migliaia di euro di tasca mia? Non fa i conti, Filippo, però si accorge che al disappunto per la rovina del suo prodotto si sta ormai saldando un’ira funesta di altra natura, diciamo rivendicativa in senso economico.

–       Pronto, Filippo?

–       Sì, sono io. Serena, cara, che piacere sentirti! Da dove salti fuori?

–       Sono a casa. Ti chiamavo per chiederti una recensione del nuovo cd di lavori orchestrali di Roscoe Mitchell, sai quel Composition/Improvisation Nos.1,2&3 della Ecm.

–       Non scrivo più per Jazz On Line. La volta scorsa ho stroncato un cd con le ultime composizioni di Annie Gosfield e ho saputo che in direzione erano furibondi. Me l’ha detto Siro. Mi ha detto: sai, se bocciamo i loro cd le case non ci mandano più i campioni da recensire e poi ci fanno la guerra, insomma bisogna stare attenti.

–       Tu non dargli retta. Se ti chiedo io una cosa per la mia rubrica vuol dire che la posso piazzare.

–       Lo so, ma quei tipi ormai li detesto. Una bella faccia tosta a dire in giro che le testate on line sono libere ma libere veramente. Piuttosto, raccontami di te. Curi una rubrica con venti o trenta collaboratori, scrivi saggi e interviste chilometriche, cominciano a pagarti o no?

–       Pagarmi? Nemmeno se ne parla.

–       E allora?

–       Allora va così. A me piace scrivere, mi piace la musica, so che non è giusto ma mi va bene così per ora.

–       Certo, cara. Stai bene, stai felice.

–       Anche tu. Ciao.

Filippo apre il suo portatile Apple (dal Mac tornare indietro al Pc? Non sia mai detto!). Lo collega al cavetto del telefono. Che lento a 56K! Guardicchia un po’ l’ultimo numero di Jazz On Line. C’è l’elenco dei collaboratori con fotina di tutti quanti. Sono tanti, una cinquantina. Gente che se ne intende. Nomi anche noti. Serena gliel’ha detto: nessuno prende un soldo. E allora Filippo pensa a quante altre testate di ogni genere ci sono sul web, tutti che scrivono a crepapelle, tutti gratis. Tutti che si sfruttano da soli, pagandosi le trasferte. Mentre direttori o proprietari che non si sa dove siano – in genere all’estero – tengono in piedi la baracca. Siamo un esercito, pensa Filippo. Più dei precari, che qualche euro lo vedono? Non si sa, ma nessuno farà mai un censimento né si farà una vertenza “giornalisti gratuiti”. Qualcuno di noi cerca la famosa “visibilità”. Qualcuno la ottiene, pubblica un libro, va in tv. È successo, certo che è successo. Qualcuno. E tutti gli altri? Lavoriamo per passione, dicono. È bello scrivere quello che ti pare (mica sempre, pensa Filippo…) sull’argomento che ti pare. Se non ci fossero i fogli di estrema sinistra e le testate on line dove le scriveresti le tue cose? Ci guadagni in gratificazione, dicono. E poi. Se il lavoro è immateriale anche il salario deve essere immateriale. Siamo l’avanguardia e non ce ne eravamo accorti.

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7 Risposte a Precari no, gratuiti

  1. carmelo ha detto:

    Se Filippo pensa di poter vivere scrivendo i suoi pezzi di pregevole qualità su “una rivista di estrema sinistra”, temo che Filippo viva fuori dal mondo.
    Le riviste di qualità hanno generalmente:
    -scarsi lettori
    -scarsa pubblicità
    hanno quindi un budget molto limitato. E’ già tanto se escono ed è già tanto se Filippo riesce ancora a trovare una rivista che pubblica i suoi pezzi.
    il mondo della carta stampata è in crisi profonda in Italia e altrove, a cominciare da garndi quotidiani come in new york times. I motivi sono molti, ma certamente l’avvento della rete è una delle cause principali.
    I giornali ormai si fanno con pochi giornalisti, con pochissime inchieste. Quelo che si richiede ai “giornalisti” son oarticoli standard per un pubblico standard, confezionati in modo da non urtare gli interessi degli inserzionisti, usando le parole che consentono di di posizionare l’articolo in cima a google.

    Non è tanto la qualità quindi quella che si richiede a un giornalista, ma la capacità di serializzare il suo prodotto.
    Veniamo all’Italia.
    Il mondo del gironalismo è una corparazione chiusa, una delel tante che regnano in questo paese. Se Filippo vuole fare il giornalista in una grande testata, la strada migliore sarebbe quella di trovare un padrino, abbandonare la sua vena creativa ed accettare il ruolo di tecnico.
    Il giornalista di qualità sopravvive e riesce a mantenere la sua autonomia intellettuale, se si procura da vivere con altri mezzi.

    Esempio: non l oso ma non credo che le firme di alfabeta2 potrebebro vivere di questo lavoro.

    seconda osservazione:
    questa serie di articoli rischiano di dare l’impressione che il precariato e lo sfruttamento del lavoro sia un fenomeno recente. E invece no, la differenza è che il precariato si è esteso in tutti i settori produttivi anche quelli non marginali e periferici.

  2. Umberto Rossi ha detto:

    In effetti ha ragione Carmelo: quello di giornalista culturale, che s’interessa di letteratura piuttosto che di musica o di filosofia è ormai un secondo lavoro. Io sono insegnante, e grazie al tempo che mi lascia la mia professione riesco a recensire libri e intervistare scrittori. Se dovessi vivere di questo ovviamente non ce la farei. Ma ricordo di aver letto un libro di Arturo Barea, scrittore spagnolo purtroppo poco noto da noi, e raccontava com’era la scena letteraria di Madrid negli anni Venti; mutatis mutandis la situazione era la stessa. Niente di nuovo sotto il sole. Altro discorso si dovrebbe fare per cinema e arti figurative, dove girano indubbiamente più soldi–almeno per ora.

  3. Mario Gamba ha detto:

    per informazione di carmelo. faccio il giornalista dal 1972. professionista (albo, corporazione e tutto quanto) dal 1976. gli ultimi dieci anni di lavoro prima della pensione, arraffata per un pelo previo gravoso esborso all’Inpgi per tappare i buchi degli anni precedenti, li ho fatti alla Rai (tg3). pensa carmelo che non conosca il mercato del giornalismo, che poi non è un mercato come lo descrivono i liberisti, ma quello, se mai è esistito, non esiste più da un pezzo su tutto il pianeta? lo stato del mercato non è un motivo per tralasciare il fenomeno di un tipo di prestazione d’opera creativa gratuita (e gestita dai datori di lavoro con l’autorità del ruolo tradizionale) in imprese varie, specie quelle che si collocano a sinistra. un paradosso. e una segnalazione scritta in forma leggermente paradossale. il fenomeno dei lavoratori intellettuali gratuiti rimane. anche con la matita rossa e blu di carmelo.

  4. carmelo ha detto:

    scusa mario gamba
    forse io non riesco ad articolare in modo chiaro il mio pensiero e mi scuso.
    io leggo un articolo ed esprimo la mia opinione, ansioso di confrontarmi e magari di essere smentito e di cambiare opinione.
    Il problema dell’esistenza del fenomeno “della prestazione d’opera creativa gratuita” esiste ed e’ in crescita: questo è il problema per l’appunto.
    Il problema è come risolverlo, immagino che in questo siamo d’accordo. E per risolvere qualsiasi problema bisogna partire dalla realtà così come è e non come vorremmo che fosse.
    Realtà che sicuramente tu conosci meglio di me visto che sei un giornalista professionista.
    mi pare e ti prego di correggermi se dico cazzate, che l’accesso al giornalismo professionale (cioe’ iscrizione all’albo, remunerazione contributi etc) sia di questi tempi molto difficile:
    perchè l’offerta è bassissima
    la domanda è molto elevata
    le testate si preoccupano di tagliare i costi
    buona percentuale dei posti sono assorbiti da persone che godono di relazioni politico-clientelari e/o raccomandazioni.
    Per esempio è vero quello che si dice della rai?
    parlo di aspiranti giornalisti non di giornalisti affermati.

    per il resto riguardo al dramma del ragazzo costretto a lavorare gratis per riviste che presumibilmente rischiano di chiudere a ogni numero, che cosa si puo’ fare secondo te?

  5. Mario Gamba ha detto:

    credo che non si possa fare niente per ora. pensando a giornali quotidiani di area di sinistra radicale (non a riviste culturali), credo che rendersi appetibili pur restando radicali, anzi accentuando la radicalità, sarebbe un obiettivo importante. non sempre le testate in questione se lo pongono seriamente. quanto al giornalismo, è verissimo quello che dici. anzi, è sicuramente peggio. tutto vero, e anche peggio, per quanto riguarda la rai (i giornalisti non “targati” partiticamente sono mosche bianche). tutto vero il nepotismo, tutto vero il pertugio strettissimo per entrare nella professione. negli ultimi tempi la situazione si è fatta disperata ma l’andamento è così da tantissimo, se non da sempre. in italia. certi giornali tipo “l’espresso” amano guardare con sufficienza e alterigia gli ingressi via partito o corruzioni e clientele varie alla rai, poi nascondono che da loro è la stessa cosa ma la via è mista: per discendenza/conventicola e partitica.

  6. carmelo ha detto:

    @mario gamba
    quello che dici rafforza la mia convinzione che nel nostro paese ogni problema diventa doppio se non triplo.
    non c’e’ solo il problema della dequalificazione del lavoro creativo, probabilmente comune in tutti i paesi, e della sua precarizzazione; c’e’ anche il problema di un sistema medievale e corporativo basato sulle clientele e per l’appunto il nepotismo.
    Il che vuol dire che le intellegenze in questo paese vengono umiliate e sprecate.
    io mi chiedo perchè di fronte a questa grave situazione non scoppia una rivolta.

  7. Michele Miccia ha detto:

    Sono un lettore della vostra rivista e, tra gli altri, mi sono piaciuti gli articoli di approfondimento sul lavoro cognitivo.
    La prima cosa molto banale che mi è sorta in mente: “Che tipo
    di rapporto economico hanno i vostri collaboratori con Alfabeta”?
    Scusatemi l’intromissione, ma forse non sono l’unico a pormi questo quesito. Un saluto a tutti e grazie.

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