Raffaele Alberto Ventura

Per riflettere in maniera proficua sul “caso Mondadori” – ovvero sui paradossi del pubblicare per l’editore Mondadori – si potrebbero lasciare un attimo da parte la proprietà del gruppo, il conflitto d’interessi e le chiacchiere sulla resistenza dall’interno. Perché dietro le contraddizioni e le piccole ipocrisie sta un paradosso più vasto, quello di un’industria culturale ossessivamente impegnata a produrre e vendere critiche di sé stessa. C’è chi accusa certi autori di sputare nel piatto in cui mangiano. Ma se sputare nel piatto fosse soltanto un modo di allungare il brodo? In questo senso, il “caso Mondadori” è un’ottima occasione per liquidare una concezione obsoleta dell’industria culturale.

Secondo Theodor W. AdornoMax Horkheimer, Industria Culturale è l’insieme dei prodotti pseudo-artistici, “barbarie estetica”, “porcherie” sature di clichés, “senza stile”, che “sottomettono gli individui al potere totale del capitale” e “vietano l’attività mentale o intellettuale dello spettatore”, “paralizzando”, “alienando”, imponendo “l’obbediente accettazione della gerarchia sociale” . Secondo i due pensatori tedeschi emigrati negli Stati Uniti la vera arte nega, combatte, contesta, e soprattutto non diverte, altrimenti è “crassa incultura, rozzezza e stupidità“. Secondo loro, queste forme d’arte presunta avrebbero il solo scopo di sorreggere un’insidiosa forma di totalitarismo, neutralizzando il dissenso e ipnotizzando le masse.

Della fortuna di Adorno e Horkheimer scrive bene il curatore italiano Carlo Galli: la Dialettica dell’Illuminismo è diventato “oggetto di feticistico consumo culturale in ambiti di sinistra non-marxista”, la cosiddetta controcultura. In termini straordinariamente simili viene descritta La società dello spettacolo di Guy Debord in una nota dell’editore Gallimard: “Questa infuocata opera di denuncia del feticismo della merce sembra essere stata essa stessa trasformata in feticcio”. La critica della merce sarebbe diventata essa stessa una merce? Continuamente ristampata in edizione tascabile fino all’ultima del 2008, la Dialettica dell’Illuminismo non può certo definirsi un best-seller, ma evidentemente ha un mercato nel quale raggiunge lo statuto di long-seller. Di più, questo mercato viene soddisfatto per mezzo di procedimenti del tutto industriali: economie di scala, divisione del lavoro, scadimento della qualità del supporto, distribuzione di massa. L’accessibilità del libro (per prezzo e distribuzione) ne fa un prodotto esemplare dell’industria culturale.

La dialettica dell’illuminismo, critica radicale dell’industria culturale e del capitalismo in generale, è pubblicata in Italia da Einaudi, storica casa editrice di sinistra fondata nel 1933 e acquistata nel 1994 dal gruppo Mondadori, il cui azionista di maggioranza è l’imprenditore e politico Silvio Berlusconi. Ma il grande capitale, di cui Berlusconi è senz’altro emblematico, non aveva secondo Adorno e Horkheimer l’unico scopo di sostenere il sistema esistente? La dialettica dell’illuminismo starebbe dunque anch’essa partecipando a sottomettere gli individui al potere totale del capitale, imponendo l’obbediente accettazione della gerarchia sociale, invece di svelarne la vera natura e annunciarne la dissoluzione?

Il meno che si possa dire è che nell’industria culturale qualcosa è cambiato: ciò che un tempo era prodotto e distribuito da case editrici indipendenti viene oggi direttamente venduto da grandi gruppi industriali, spesso indifferenti al contenuto politico dei prodotti su cui lucrano. Ladialettica dell’illuminismo non è un caso isolato. Tra i paradossi più eclatanti, i libri di Naomi Klein (No Logo, The shock doctrine) sono pubblicati da Random House, il più grande editore mondiale. Da parte sua il gruppo editoriale Mondadori, lungi dallo stampare soltanto agiografie del suo azionista di maggioranza o elegie per l’economia di mercato, comprende nel suo vasto catalogo opere «per tutti i gusti», con una particolare attenzione per i «materiali radicali, ’scomodi’, non omologati» (dicono gli autori del collettivo Wu Ming).

Einaudi ha pubblicato Walter Benjamin, comunista utopista, Karl Marx, padre del comunismo, Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, Mario Tronti, teorico dell’operaismo, nonché Mao Tse-Tung, guida della Rivoluzione Culturale cinese. Mondadori ha pubblicato, per citare soltanto il titolo che parrebbe più inoffensivo, Le pietre di Venezia diRuskin, con la sua critica radicale della società industriale. Tra gli autori contemporanei che pubblicano per il gruppo Mondadori, ci sono poi vari scrittori impegnati nella sinistra radicale come il collettivo Wu MingValerio EvangelistiGiuseppe GennaGiulietto Chiesa e Cesare Battisti, talvolta contestati per la mancanza di coerenza che la loro scelta editoriale rappresenterebbe. Persino Massimo d’Alema, esponente di spicco dei Democratici di Sinistra, ha pubblicato vari libri con Mondadori tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui Silvio Berlusconi si dedicava all’attività politica vantando le sue virtù di “editore liberale” smentendo ogni accusa di “regime”.

Tra le pubblicazioni più rappresentative in questo senso della politica editoriale del gruppo Mondadori, accanto alle opere del Marchese de Sade, sono le opere del subcomandante Marcos, leggendario leader pop dei guerriglieri neozapatisti del Messico, e di Ernesto “Che” Guevara, icona dell’anticapitalismo rivoluzionario. Se Marcos proclama che “un altro mondo è possibile, diverso da questo supermercato violento che ci vende il neoliberismo”, la quarta di copertina di Giustizia Globale di Guevara recita, come se nulla fosse, forse perché nulla è:

Esiste un’alternativa alla globalizzazione selvaggia e al militarismo che stanno invadendo il pianeta? (…) La visione di un protagonista di quegli anni che ha lasciato in eredità il progetto di un mondo in cui non ci sarà più posto per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’egoismo dei singoli e degli stati; il sogno di una trasformazione sociale che superi i limiti locali per arrivare a conquistare una liberazione universale.

Queste posizioni difficilmente coincidono con quelle dell’azionista di maggioranza del gruppo Mondadori, che ha sborsato 1,5 milioni di dollari nel 2005 per assicurarsi i diritti di traduzione per diciannove volumi di Ernesto Guevara, in seguito al successo del film I diari della motocicletta di Walter Salles. In fondo, perché mai privarsi di un prodotto tanto profittevole? Negli ultimi quattro anni, di e su Che Guevara sono stati pubblicati una cinquantina di libri, probabilmente più di quanti non siano stati pubblicati in tutti gli anni Sessanta.

Insomma, l’Industria Culturale è oggi capace di soddisfare nuovi tipi di domanda, che prima venivano considerati marginali e/o pericolosi. Gli altri gruppi editoriali non stanno certo a guardare: Rizzoli ha pubblicato nel 2001 un testo di riferimento del movimento altermondialista come Impero di Michael HardtToni Negri, e nel 2009 l’antologia Viva la rivoluzione! Come dire no al potere, con testi di RobespierreBakunin e Mao. Una commentatrice sul sito di vendita online ibs.it lo descrive ingenuamente come “un libro per pochi”.

Se il consumatore culturale è convinto di appartenere a una minoranza illuminata, da parte sua l’imprenditore culturale è convinto che un prodotto culturale, in questo caso un libro, se pure veicolasse le più atroci minacce al sistema, sia del tutto innocuo. E bisogna credergli. Mai come oggi la conquista delle “masse critiche” é stata tanto forsennata, mai é stato tanto palese il processo di svuotamento e depotenziamento d’ogni significato. HeathPotter nel loro The Rebel Sell mostrano bene come sia diventato proficuo il mercato della contestazione. Ne testimoniano film di successo come la trilogia Matrix(1999-2003, 1.623.967.842 dollari d’incasso) dei fratelli Wachowski, che raffigura la società come un’immensa cospirazione da combattere con le armi. Lenin aveva soltanto in parte ragione quando scriveva che il capitalista venderebbe la corda per impiccarlo: se é vero che la vende, nessuno penserebbe mai d’usarla. Se il capitalista venisse impiccato, non ci sarebbe più nessuno cui comprare la corda!

Il mercato della contestazione si rivela del tutto proficuo e con poche controindicazioni, ma è solo uno dei numerosi micro-mercati che l’industria è oggi in grado di soddisfare, assieme alla pornografia e le spiritualità farlocca. Se questo è vero per i gruppi editoriali, che curano attentamente la diversificazione delle identità delle singole case editrici che possiedono, lo è tanto di più per la grande distribuzione che lucra sulla coda lunga della domanda: in un megastore come la Feltrinelli o la Fnac è possibile comprare, ad esempio, Il manifesto di Unabomber di Theodore Kaczynski (Nuovi Equilibri, collana Eretica), in cui il matematico americano, autore di vari attentati, descrive la propria battaglia contro la società industriale. In un grande sito di vendita online come ibs.it si può andare oltre, acquistando Teozoologia. La scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino di Jörg Lanz von Liebenfels, aberrante classico del nazionalsocialismo (Thule Italia, 2008).

E tuttavia ci sono ancora molti intellettuali per sostenere che l’industria culturale è ancora quella di Adorno e Horkheimer, se mai lo è stata, e molta industria culturale per continuare a vendere questa illusione, contro ogni evidenza, e senza temere di ridicolizzarsi:

Il capitalismo iperindustriale ha sviluppato le sue tecniche al punto che, ogni giorno, milioni di persone sono connesse simultaneamente agli stessi programmi di televisione, di radio o agli stessi videogiochi. Il consumo culturale, metodicamente massificato, non è senza effetti sui desideri e sulle coscienze. L’illusione del trionfo dell’individuo si stempera, mentre le minacce si addensano sulle capacità intellettuali, affettive ed estetiche dell’umanità. (Bernard Stiegler, «Le désir asphyxié, ou comment l’industrie culturelle détruit l’individu» in Le Monde diplomatique, juin 2004)

Che cos’è cambiato nell’industria culturale? A questa e ad altre domande ho cercato di rispondere in una serie di post ispirati alla recrudescenza del caso Mondadori e a una discussione virtuale con Giulio Mozzi. Secondo i classici sull’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, si trattava di una poco raccomandabile faccenda di prodotti standarizzati, consumo di massa e alienazione del tempo libero. Le economie di scala governavano l’editoria, la discografia e la cinematografia, e non sembravano esserci alternative al trionfo della quantità sulla qualità: letteratura fabbricata industrialmente, vuota musica commerciale e blockbusters ingenui e infantili. In nome del profitto, l’arte e la cultura erano state sostituite da un’ignobile contraffazione: e così naturalmente all’invenzione della cultura di massa segue l’avvento d’una cultura della critica di massa,

Questa cultura tenta di raggiungere l’egemonia  nel secondo dopoguerra. Negli anni Sessanta, un’intera generazione ha manifestato il proprio desiderio di godere (e consumare) senza limiti. Una vera e propria società del desiderio, la cui contestazione prende rapidamente la forma di una domanda che il mercato è in grado di soddisfare. Dai prodotti culturali, la borghesia occidentale voleva varietà, genuinità, anticonformismo; voleva una scelta più ampia – e l’industria culturale trovò il modo di accontentare tutti. Il prodotto può essere l’anarchia, come mostra la parabola dei Sex Pistols, o la fantomatica “indipendenza“. Per via della diminuzione dei costi unitari di produzione, stoccaggio e distribuzione, cominciò la colonizzazione della “coda lunga” delle domande di nicchia. La nascita di internet realizzò in seguito le ultime condizioni che hanno permesso all’industria culturale di penetrare il mercato con un’offerta sconfinata di prodotti: “mainstream” e “indipendenti”, “standardizzati” e “customizzati”.

La critica di Adorno e Horkheimer ci appare oggi piuttosto ingenua e miope. Prodotti “industriali” come Orson Welles, Mickey Mouse e il jazz sono da tempo entrati nel canone cinematografico e musicale del Novecento, e – notava Umberto Eco – la generazione cresciuta con il canale televisivo unico e un’offerta rarefatta di prodotti culturali standardizzati fu quella, tutt’altro che anestetizzata, della contestazione e della controcultura degli anni 1960. Generazione la quale, con il pretesto di muovere guerra al consumismo e all’industria culturale, ne ha decretato l’affermazione definitiva. La critica dei francofortesi, come quella dei situazionisti, è oggi una  “domanda” in corso di soddisfacimento.  Ma questo è stato possibile soltanto scindendo definitivamente le rivendicazioni formali dalle rivendicazioni sostanziali, relegando le prime al regno della chiacchiera colta della borghesia “di sinistra” e le seconde a operazioni economiche con le quali quella stessa borghesia si premura di contraddire i propri ideali. Tutto questo è stato possibile, dunque, soltanto rinunciando completamente all’efficacia del linguaggio. E se la “contraddizione performativa” fosse, piuttosto che una colpa o una strategia, il terribile sintomo di una parola definitivamente sterilizzata e inoffensiva?

35 Risposte a Allungare il brodo. L’industria culturale contro sé stessa

  1. Bee Read ha detto:

    È interessante quello che dice… ma il punto qual è?

  2. ng ha detto:

    Sì, la parola interna, quella che si vuole radicale e scomoda, è sterilizzata e inoffensiva, è parte del gioco, del rito vertiginoso dell’omologazione. È un modo di allungare il brodo.

    Ma chiedo: nel bel mezzo del “sistema”, là dove tutte le parole, anche la più eccessiva, è anestetizzata dalla forma che è obbligata a prendere (quella della merce), potrebbe essere diversamente?

    La verità è la merce. La sua lingua è unica, ciò che possono variare sono i dialetti. Che cosa dice la merce? Se stessa, prima di tutto. E quindi la preminenza del suo valore di scambio. Il disordine – la storia delle avanguardie lo dimostra – si trasforma in ordine. Ha quindi ragione Brecht: il Tui è “l’ultimo esponente della ragione borghese”. Qualsiasi merce venda, opinioni o letteratura.

    Come evitare, nel trionfo del “sistema”, di indossare le maschere del “sistema”? Come divenire estranei al “sistema”?

    Fuori e contro?

    Si può e si deve? O si deve ma non si può?

    Il terribile e sublime atto di NON PARTECIPARE. Quel precipitare nell’anonimato. Quell’esserci non apparendo, nell’oblio, nella negazione sterile, sino ad abbandonarsi definitivamente alla sparizione. E così fare resistenza al vento spietato che ti promette un posto caldo. Esiste questa possibilità? Questa défaillance di se stessi – questa difformità esibita – è perseguibile? Può, questo godimento del non esserci, ridare efficacia al linguaggio?

    NeGa

  3. andrea inglese ha detto:

    a ng,

    io non credo all’alternativa – per altro autoannichilente – tra: se parli, quello che dici è merce, quindi vanificazione di quanto dici di critico; se vuoi essere critico davvero, allora devi tacere – ossia cessare di esistere.

    Da che mondo è mondo, il silenzio in tutte le sue forme è sopratutto obiettivo dei poteri ufficiali e costituiti. Nessuno finora è stato arrestato, denunciato, perseguitato per il fatto di essre stato zitto, bello invisibile, a casa sua, magari sparandosi un colpo in testa per meglio scomparire.

    Allo stesso modo, nonostante qualcuno ci tenti – in maniera più o meno convincente e felice – non credo che si possa stare completamente “fuori” dal mondo in cui si vive; ogni cosa che prendiamo in mano è merce, ogni rapporto umano risente del modo in cui è organizzato il nostro mondo.

    Il discorso da fare sarebbe lungo. E riguarda una certa eredità del pensiero critico, che enfatizzando la dimensione sistemica, impersonale, pervasiva delle dinamiche di potere, controllo, mercificazione ha nello stesso tempo vanificato ogni possibilità di responsabilità individuale. Vari autori, come Luc Boltanski e Jean-Claude Michea hanno in modi diversi sottolineato una cosa: la critica sociale e politica per essere efficace deve comunque trovare nel mondo, così come è, un terreno sano e positivo su cui fare leva.

    In estrema sintesi: chi dice tutto è merda, non solo getta merda su di sé, e si autosqualifica, ma in più getta merda su tutti coloro che cercano e costituiscono zone di non-merda.

    Tornando all’articolo di Ventura. Lo trovo degno d’interesse, e provocatorio in modo proficuo e intelligente. Un ottimo contravveleno. Dopodiché, se facciamo l’esempio del movimento punk, era chiaro a tutti i punk di matrice libertaria (e quindi politica) che i Sex Pistols erano un prodotto da mercato. Ma il movimento punk, nella sua dimensione davvero eversiva, mica è stato caratterizzato dai Sex Pistols, bensì dagli inglesi Crass e dagli statunitense Dead Kennedys, per citare due gruppi rilevanti.

  4. Domenico ha detto:

    Per gli editori vendere la cultura è come vendere il prosciutto. Stà a chi compra la focoltà di scegliere fra testi di qualità e l’autobiografia di Corona.

  5. ng ha detto:

    @ Andrea

    Se ho inteso bene, tutto l’articolo di Ventura sottintende un giudizio negativo sulla possibilità di un’azione efficace “dall’interno” (alla Wu Ming, per intenderci), e questo perché è il capitalismo stesso che si alimenta d’una “trasgressione intrinseca”. Questa situazione è reale. Si può uscire da questa prigione? Non ho dato risposte. Ho messo tutto in forma dubitativa. E in ogni caso non ho invitato al silenzio; al limite a parlare più piano e per pochi amici. Dopodiché, più che il punk andrebbe studiato il passaggio dalle major all’autogestione di Frank Zappa. Non usciva dalla merce, ma ne faceva espandere il valore d’uso. Il punk faceva esplodere i timpani e basta.

  6. andrea inglese ha detto:

    a nevio (ng)

    Frank Zappa è un buon esempio; ma anche Prince, che mi dicevano avesse proposto una sorta di abbonamento ai fans, saltando la forca della distribuzione, e che permetteva loro di accedere a tutta una serie di materiali generalmente non inclusi nel formato cd della grande distribuzione.

    Quanto al punk – sul quale scopro che la pensi come mia nonna all’epoca in cui “le facevo esplodere i timpani” 🙂 – ha costituito una delle prime e più interessanti forme di autoproduzione e autodistribuzione, legate a forme di autogestione (spazi occupati, festival alternativi, ecc.).

  7. ng ha detto:

    @ Andrea
    solo per amore della precisione: le prime forme di autoproduzione, almeno in Italia, si danno nel campo del teatro, prima durante e dopo il 1968; in musica, invece, cominciano con l’esperienza degli Stormy Six e del circuito internazionale Rock in Opposition, dunque ben prima del punk.

    NeGa

    • andrea inglese ha detto:

      giusta precisazione; nel caso dell’autoproudzione punk però l’interessante è che tutto ciò è praticato sopratutto da gente che viene dopo il 1968, e che magari non ha nessun legame diretto con il movimento – gente addirittura nata negli anni sessanta. Il movimento punk è stato un anello importante di trasmissione di pratiche alternative e anti-sistema durante la fine degli anni settanta e tutti gli anni ottanta.

  8. francesco di lorenzo ha detto:

    Certo che c’è anche il potere della parola, eh…che molto dimentica e a volte confonde. Non scordiamoci che la questione è stata generata da un problema essenzialmente personale. Che secondo me non è stato neanche sfiorato e preso in cosiderazione, tutti invece, presi dal mettere in campo, dall’esporre, il campionario della propria saputezza (Eduardo). Se poi, ognuno, per portare acqua alla sua tesi ha mistificato una virgola del discorso, alla fine ci troviamo a parlare di altro. Che non è una cattiva idea. Basta mettersi d’accordo. E concludere tutto con una bicchierata, come si fa dalle mie parti. Dopo, ci si sente più liberi di fare ciò che si vuole.

  9. giorgio mascitelli ha detto:

    Ho apprezzato molto questo intervento sia per il gusto di mettere il dito nella piaga sia per l’intelligenza dell’argomentazione, tuttavia mi sembra che regnino due equivoci. Innanzi tutto il modo in cui viene descritto da Ventura l’atteggiamento che l’industria culturale avrebbe nei confronti della cultura critica ricorda più la censura di uno stato totalitario che l’effettiva pratica. L’industria culturale non ha bisogno di comprare, corrompere o anestetizzare nessuno, nè il fatto che i classici del pensiero critico figurino nei cataloghi degli editori di massa ci dice nulla sulla loro validità o meno. La cultura critica viene parzialmente limitata da un effetto di rumore di fondo delle migliaia di sciocchezze che l’attorniano, la sua voce è semplicemente una delle tante e dunque tocca le poche persone che hanno orecchie per intendere( al contrario se venisse censurata, diventerebbe una voce unica; se invece si autocensurasse diventerebbe un ottimo argomento per una commedia di Aristofane o forse per una pochade dei Vanzina).
    In secondo luogo l’industria culturale non è una perfetta organizzazione centralizzata, che risponde a precise linee strategiche, come infondo pensava Debord, ma assomiglia piuttosto a quello che Foucault chiamerebbe un discorso, dunque una pratica collettiva che ricorre a certe pratiche ed include in sè alcune cose, ne esclude altre e reagisce a certe spinte senza mai raggiungere una perfetta razionalità di sistema. Nel concreto dell’esempio posto da Ventura le case editrici berlusconiane e industriali pubblicano questi testi alti non perchè li hanno sterilizzati, ma banalmente perchè in caso opposto lascerebbero uno spazio che qualcun altro occuperebbe.
    Infine una precisazione sull’estrema sinistra: non è che l’appartenenza a questa sia un titolo sufficiente e neanche necessario per produrre una cultura critica. Per fare due esempi uno dei testi più duri di denuncia della cultura di massa che ho letto in questi ultimi tempi è un articolo di Arbasino sul festival di Edinburgo e certo il suo autore non è di estrema sinistra; dall’altro lato credo che Elio e il suo gruppo, le storie tese, siano di estrema sinistra, ma, pur trovandoli molti divertenti, non li iscriverei per questo alla cultura critica.

  10. ESC ha detto:

    Voi ringrazio per i vostri commenti. Per me il problema non é “se si possa uscire da questa prigione”, ma “quanto comodo fa in questa prigione”… Nessuno di noi borghesi cognitivi vuole *davvero* uscirne. Questo é per me il nodo ideologico centrale, e non posso proseguire la discussione finché non mi viene dimostrato il contrario. In questo senso l’uso del termine “prigione” coincide con questa mistificazione ideologica: i muri che vedi attorno non sono la *nostra* prigione, ma quella degli altri. I muri che vedi sono le fortificazioni che proteggono il nostro benessere. I muri sono ricoperti di scritte contro i muri, abbasso i muri, distruggiamo i muri, ma pochi hanno *davvero* intenzione di prenderli a picconate.

  11. carmelo ha detto:

    l’articolo di Ventura è stimolante e affronta problemi ineludibili per la sinistra. Ma a mio parere è un’analisi un po’ semplicistica e meccanicistica.
    vorrei dire due tre cose in ordine sparso:
    censura
    le democrazie “liberali” (piu’ o meno liberali), per intenderci i paesi occidentali cosiddetti, hanno da altre mezzo secolo capito che la censura non funziona, non solo non funziona ma è controproducente. Ricordo ultimo tango a parigi visto da moltitudini solo perche’ censurato, solo per la scena del buroro, e ricordo moltitudini di spettatori delusi che mai e poi mai avrebbero visto quel film.
    Negli USA il grande grandissimo Chomsky è rispettato negli ambienti accademici per la sua teoria sul linguaggio. Nessun ocome lui in questi anni ha fatto un’analisi lucida e feroce contro l’imperialismo usa, nessuno come lui ha scritto tanti libri belli e importanti. Eppure negli USA non è stato mai censurato.
    Il mercato
    il mercato non è un grande vecchio che applica l’analisi di marx sulle merci e sul valore di scambio.
    Il fatto che un’opera venga “valorizzata” e commercilizzata dal mercato non dimostra che quell’opera è omologata o poco rivoluzionaria o non h ocapito bene cosa voglia intendere ventura. Dimostra semplicemnte che il mercato è capace di sterilizzare anche le istanze rivoluzionarie e trasformarle in merci di consumo.
    Esiste una domanda e il mercato la soddisfa. Se il tuo libro rivoluzionario antisitema vende 3 milioni di copie il mercato non ci pensa due volte a venderlo.
    trasformare e sterilizzare le idee innovative e rivoluzionarie, trasformandole in oggeti di consumo, è una tecnica che il mercato ha affinato dai tempi del ’68 quando sono stati inventati i giovani, cioe’ una fascia di consumo un “target” (parola orribile e nauseante) che rivendicava comportamenti alternativi e antagonisti. Dopo l’iniziale spavento, le cariche della polizia etc etc, l’industria della musica, dell’abbigliamento, del turismo, delle auto persino e delle moto, ha trasformato le utopie in merci di facile accesso. Che guevara è il simbol odi questa mercificazione.
    la cultura
    bisogna che ci mettiamo in testa che gl iscrittori non fanno paura a nessuno (nel breve termine aggiungo io che nell’era dell’onnipresente è l’unica cosa che conta) ; farse detta da horacio castellanos moya che ha rischiato di essere ammazzato per i suoi libri. Fanno piu’ paura i giornalisti nei paesi meno liberali come il messico e l’italia (li vengon oammazzati, qui vengono zittiti)
    Da oltre mezzo secolo l’immaginario collettivo è forgiato e costruito non dalla Cultura ma dai media, ovvero dalla televisione dalle riviste spazzatura, dall’ideologia del consumo.
    In quei luoghi gl iintellettuali sono ridotti a tecnici incaricati di serializzare la produzione culturale prodotto standard-consumo standard.
    Ci sarebbero tante altre cose da dire ma m ifermo da dire.
    Il discorso di ventura mi fa pensare agli anni 70 (non sono vecchissimo diciam oche ho 50 anni) quando la sinistra cosiddetta antagonista faceva a gara a ch iera piu’ a sinistra, ch iera piu’ puro chi era piu’ rivoluzionario. tra le tante cazzate ricordo gl iautonomi quando definivano lotta continua la destra storica del movimentio.
    Ha ragione nadrea inglese stare zitti per dimostrare il proprio irriducibile antagonismo è una sciocchezza.

    ultima cosa con un esempio:
    si osn ospesi qui e altrove fiumi di parole su saviano.
    ma perche’ alfabeta2 non parla e fa inchieste sul lavoro culturale silenzioso e ignorato dalle masse televisive e non solo, da tante piccole associazioni antimafia fatte da ragazzi che no nsprecano tempo con le aprole e si dann oda fare a palermo a napoli in calabria rischiando la pelle?
    perche’ non si da cittadinanza a questi comportamenti davvero rivoluzionari?

  12. carmelo ha detto:

    volevo dire un’altra cosa sull’analisi di roger bartra (antropolog omessicano) e sulla funzione delle “reti immaginarie” costruite dai poteri contemporanei, ma forse è megli oche prima me l ostudio un po’ meglioi

  13. andrea inglese ha detto:

    a raffaele (escaton), che scrive:
    “Per me il problema non é “se si possa uscire da questa prigione”, ma “quanto comodo fa in questa prigione”…”

    Qual è la prigione in questione? Il lavoro mercificato, che include anche ciò che di creativo, innovativo o critico può uscire dalla mia testa o dalle mie mani? Se la prigione è questa, allora non è che mi faccia comodo starci, ma come spiega bene Gambula in un altro commento, è meglio trovare un angolino nella prigione, che esserne fuori del tutto, ossia escluso, senza lavoro, senza sfruttamento alcuno.

    Quindi il problema ancora una volta è come te ne stai nel lavoro salariato, quanto cedi di te e delle tue esigenze profonde pur di inserirti adeguatamente nella macchina, o quanto combatti per trovare non solo un dignitoso compromesso, ma un compromesso che ti renda più felice.
    Se ti fai completamente sfruttare (o colonizzare dalla merce), alla fine sei infelice; se non ti fai sfruttare per nulla, perché scivoli nell’esclusione e la miseria, sei altrettanto e più sicuramente infelice.

    Quanto al “borghese cognitivo” deve solo sperare di rimanere fin che può “borghese”, prima di finire ad essere un semplice proletario cognitivo – il che non gli dà ovviamente nessun vantaggio né etico né politico.

  14. andrea inglese ha detto:

    con Carmelo,

    d’accordo su diversi punti:

    “bisogna che ci mettiamo in testa che gl iscrittori non fanno paura a nessuno (nel breve termine aggiungo io che nell’era dell’onnipresente è l’unica cosa che conta) ; farse detta da horacio castellanos moya che ha rischiato di essere ammazzato per i suoi libri. Fanno piu’ paura i giornalisti nei paesi meno liberali come il messico e l’italia (li vengon oammazzati, qui vengono zittiti).”

    e

    “Il fatto che un’opera venga “valorizzata” e commercilizzata dal mercato non dimostra che quell’opera è omologata o poco rivoluzionaria o non h ocapito bene cosa voglia intendere ventura. Dimostra semplicemnte che il mercato è capace di sterilizzare anche le istanze rivoluzionarie e trasformarle in merci di consumo.
    Esiste una domanda e il mercato la soddisfa. Se il tuo libro rivoluzionario antisitema vende 3 milioni di copie il mercato non ci pensa due volte a venderlo.”

    Cosa ne pensi di quest’ultimo punto Raffaele?

  15. ESC ha detto:

    @Carmelo, possiamo dire che l’industria culturale “sterilizza” la forza performativa dei testi, ma secondo me é più esatto dire (rovesciando la sequenza) che l’industria culturale si permette di pubblicare testi solo quando hanno raggiunto un adeguato grado di sterilità: per effetto della storia, del contesto e della passività dei lettori. Facciamo l’esempio di Guevara: i suoi scritti sulla guerriglia hanno avuto, negli anni Sessanta, in Occidente, una innegabile efficacia performativa — dolorosa, anche — diffondendo il sapere strategico maoista. Oggi non ne hanno più, e nulla ostacola loro pubblicazione presso la casa editrice di Silvio Berlusconi. Mi pare bizzarro attribuire a Mondadori il potere di neutralizzare il testo, o allora mi devi spiegare come hanno fatto: la copertina? l’editing? la traduzione? E se lo stampo da Internet invece resta efficace? Secondo me l’industria culturale interviene come sintomo o conseguenza, come contraddizione rivelatrice, non come causa dello svuotamento del testo.

    @Andrea. Parlo di “borghesia cognitiva” perché credo che il concetto di “proletariato cognitivo” sia un controsenso e una costruzione ideologica, un tentativo di proletarizzare la borghesia, come quando negli anni Sessanta si proletarizzavano gli studenti e gli intellettuali. Tu parli d’infelicità, ma l’infelicità non appartiene al proletario, l’infelicità é un male borghese! Non é per questo un rischio meno concreto, non ha per questo meno dignità, ma quello che voglio dire, qui e nel mio articolo, é che forse soltanto riconoscendo di essere dalla parte dei carnefici, e non delle vittime, saremo capaci di ritrovare una parola vera ed efficace. Perché il paradosso dell’industria culturale sta tutto in questa auto-illusione.

  16. andrea inglese ha detto:

    Raffaele,

    non riesco tanto a capire il punto. Mi sembra che qui le tue osservazioni siano un po’ generiche.

    Quando tu parli di borghesia io penso alla classe media, a quella classe media cui appartengo e che nonostante una formazione intellettuale completa non mi esime dal rischio di scivolare in una condizione d’insicurezza economica. E parlo già da privilegiato per molti aspetti. Di proletariato intellettuale, per altro, parlano già i sociologi (Bourdieu tra tutti).

    Quando poi ti riconosci dalla parte dei carnefici, anche qui non ti seguo. Io non mi sento carnefice di nessuno. Certo sono compromesso con un mondo che lascia molto spazio e potere a carnefici di vario genere. Certo, dirigo la maggior parte delle mie energie nella sfera della vita privata, piuttosto che sacrificare il mio tempo per battaglie politiche assieme a soggetti collettivi. Sopratutto sono un consumatore, e nonostante la consapevolezza critica che posso avere, la merce mi circonda. Questo significa essere “carnefice”? Non capisco.

    Torniamo al solito problema. Una volta che ci diciamo tutti colpevoli – che è poi uno degli alibi della destra – quale passo avanti abbiamo fatto? Non è meglio ragionare su ciò che ci permette, in certi contesti, attraverso certe pratiche, di contribuire a una forma di vita diversa.

    Quanto all’infelicità come “male borghese”, credo che le civiltà umane abbiano riflettuto sulla felicità ben prima della comparsa storica della borghesia…

  17. carmelo ha detto:

    @raffaele
    io non credo alla personificazione dei meccanismi di poteri
    Io insomma non credo che l’industria editoriale abbia una mente intelligente che stabilisce quando un testo perde di efficacia rivoluzionaria e quindi puo’ essere pubblicato.
    non funziona così il mercato. Il sistema economico capitalista quello più avanzato obbedisce a una sola legge: quella del profitto, obiettivo che nelle democrazie piu’ avanzate viene “mitigato” attraverso la tutela dei diritti dei lavoratori e attarverso il ruol oredistributivo dello stato…MA che nell’attuale fase viene aggirato attraverso la “deterritorializzazione” dei capitali finanziari e dei sistemi produttivi.
    laddove viene esercitata la censura (esempio mondadori-saramago) paradossalmente siamo in presenza di un capitalismo un po’ straccione e primitivo.

    La sterilizzazione di cui parlo è indiretta e avviene attraverso la produzione di immaginario, di “reti mitiche” di cui siamo costantemente bombardati anche quando non ce ne accorgiamo di cui cioè siamo vittime e artefici inconsapevoli.
    quando tu o io per esempio spendiamo 500 euro per comprare un cellulare nuovo e lucente e lo sostituiamo con il nostro buon vecchio e funzionante cellulare, diventiamo vittime e artefici dell’infinita catena merce produzione merce consumo merce . lo steso vale per una famiglia di 4 persone che possiede 3 auto 3 televisori di cui due magari al plasma.

    come ci si sottrae a questa catena?
    semplice a parole: rifiutando il processo di valorizzazione e mercificazione dei beni artistici (che non ha niente a che vedere con il contenuto estetico di quei beni);
    il che non significa assolutamente gratuita’ di quei beni ne tantomeno significa che quei beni possano essere prodotti da chi non ha le competenze e le conoscenze. Il che significa anche che le gerarchie non possono non esistere quando parliamo di arte.
    secondo me tutto cio’ è possibile ad una condizione: che sopravvivano i lettori. Ho l’impressione che oggi tutti scrivono tutti credono di aver qualcosa da dire e nessuno legge più.

  18. carmelo ha detto:

    un ultima cosa dopo aver letto il post di andrea inglese
    magari, dico magari questo paese avesse avuto una borghesia forte e illuminata capace di fare una vera e propria rivoluzione (come è avvenuto con diverse modalita in francia germania e inghilterra), capace di spazzare via le rendite, le corporazioni, il capitalismo assistito e parassitario !

    l’egemonia borghese in questo paese è stata sempre debole e ha dovuto scendere a patti con tutte quelle formazioni sociali pre-capitalistiche che hanno impedito il pieno sviluppo di un economia capitalista come invece è accaduto nei paesi summenzionati, dove di sicuro la funzione reditributiva dello stato (non solo il welfare) funziona decisamente meglio che da noi. te lo dice uno che ha vissuto molti anni in germania con lo status di “figlio di emigrati”. Uno che era costretto a pagare le tasse universitarie essendo il reddito dei genitori alto (?????) mentre i figli della nascente terza italia, cioe’ di quelli che fabbricavano scarpe per esempio (parl odi ancona) non pagavano le tasse perche’ i loro genitori all’anagrafe risultavano vivere appena al di sopra del livello di sussistenza.

    io direi che queste categorie non riescono piu’ a spiegare la complessità del sistema in cui ci troviamo a vivere.
    Per esempio dove li mettiamo gli extracomunitari che sono sfruttati allo steso modo dagli operai dagli impiegati dai manager dai padani e dai siciliani ?

    c’e’ qualcuno di noi che teorizzando e denunciando l osfruttamento e la mercificazione del lavoro è disposto a pagare una badante (termine razzista e schifoso) venti euro all’ora ?
    c’e’ qualcuno di noi rivoluzionari puri disposto a pagare di piu’ una lattina di pomodori raccolti dagl ischiavi africani o un paio di scarpe prodotti dai bambin idi taiwan?
    siamo vittime e artefici di questo inferno e i discorsi sull’industria culturali se fatti in modo cosi’ astratto e decontestualizzato sono mi dispiace dirlo aria fritta

  19. ng ha detto:

    Credo sia più preciso il rovesciamento proposto da Raffaele:

    primariamente «l’industria culturale si permette di pubblicare testi solo quando hanno raggiunto un adeguato grado di sterilità» e quindi, di fronte a casi particolari (e certamente inferiori per numero), «“sterilizza” la forza performativa dei testi».

    Resta da capire se il contenitore “industria culturale” è un monolite oppure se possa darsi, ai suoi margini, un’attività poco interessata alle sue corruttele. La produzione di una piccola casa editrice – poniamo Melteni – è automaticamente sterile?

    ***

    La classe non è acqua … Se applico il concetto di “classe”per com’è stato elaborato da Marx, alla borghesia appartengono gli imprenditori, i dirigenti e i legislatori, mentre al proletariato appartengono tutti i salariati (impiegati, quadri inferiori, operai, insegnanti, etc.); resta una fascia intermedia, la classica piccola borghesia (commercianti, quadri intermedi, lavoratori in proprio, etc.), trascinata di qua-o-di-là a seconda delle contingenze …

    Quindi: non mi sento – per coscienza – e non sono – per condizione oggettiva – dalla parte dei carnefici.

    NeGa

  20. carmelo ha detto:

    troppo comodo e troppo semplice caro ng
    procediamo per ordine
    «l’industria culturale si permette di pubblicare testi solo quando hanno raggiunto un adeguato grado di sterilità»
    questa semplificazione della realtà da l’illusione di poter colpire il nemico e fare la rivoluzione.
    parliamo in modo piu’ concreto.
    In italia esistono molte case editrici;
    esiste una domanda ed esiste un’offerta in grado di soddisfare la domanda; a dire il vero l’offerta sappiamo bene che è in grado di indirizzare e condizionare lla domanda.
    bene tu fammi un solo caso di un libro che viene rifiutato “dall’indutria culturale” e io ti regalo cento milioni.

    se volete sognare fate pure se invece vogliamo analizzare al realtaì allora sappiamo bene che non esiste una casa editoriale al mondo che non pubblicherà un libro se è sicura di farci dei profitti
    l’unico criterio è quello: se un libro vende e crea profitti è la logica del marcato capitalista che spinge alla sua tarsformazione in merce. Questo non l odico io lo dice la teoria marxista quando afferma che il cpaitalismo come ogni altro rapporto di produzione contiene in se le sue contraddizioni.
    io non so quanti anni avete, ma negl ianni 70 i libri marxisti si vendevano senza nessun problema che guevara, marx mao, trozki lenin; ogni casa editrice aveva il suo catalogo i lsuo orientamento se un libro ha dei potenziali lettori trova un’editore cosi’ funziona la logica di mercato e del capitale.
    Nell’economia non c’e’ morale, c’e’ sol oi lprofitto.
    Oso dire che i vostri discorsi paradossLMENTE SONO POCO MARXISTI.
    veniamo alla classe:
    la classe non è acqua ma non è nemmeno l’applicazione meccanica di modelli ottoenteschi.
    non esiste il bianco e nero, sarebbe fin troppo facile.
    non potete ridurre la complessità in schemi semplici che non sono in grado di leggere il mondo.
    tu parl idegli operai. parola che non vuol dire niente. parola che nel 2010 è una aprola astratta.
    stai parlando degli operai specializzati che lavorano all’eni? o degli operai specializzati che lavorano nella piccola impresa padana?
    o degli operai non specializzati che lavorano in un impresa improduttiva che fa profitti grazie all’appoggio della camorra?
    o stai parlando degli operai che lavorano a napoli al nero sottopagati 12 ore al giorno?
    o stai parlando degli operai che lavorano nei carrozzoni di stao e non fanno un cazzo ?
    o stai parlando degli operai marochhini che lavorano come schiavi in sicilia e che subiscono la concorrenza degli operai rumeni disposti a subire uno sfrittamento ancora maggiore?
    vogliamo fare l’elenco degl impiegati e dei qaudri?
    m i verrebbe voglia di dire :
    ma voi quando parlate di classe e di classi, siete mai stati in una fabbrica?
    avete mai visto il lavro degli extracomunitari che vengono sfruttati anche dalla classe operaia italiana?
    vi siete mai chiesti perche’ noi del primo mondo abbiamo uno stile di vita cosi’ elevato stupido e suicida?
    vi siete mai chiesti quanto sangue e sudore straniero contengono le merci che noi consumiamo ?

    le domande che faccio a voi le faccio a me stesso
    tantopiu’ che m iconsidero un privilegiato
    tanto per essere chiari

  21. ESC ha detto:

    Andrea, parliamo se vuoi di “classe media”: la classe cui apparteniamo e cui appartengono consumatori e produttori di critica. Parlo di “carnefici” in maniera figurata, usando una figura forte per contrastare il forte vittimismo della classe media. Per spiegare cosa intendo mi limito a citare Carmelo: “vi siete mai chiesti quanto sangue e sudore straniero contengono le merci che noi consumiamo ?” Questo vale anche per i prodotti culturali. Io non ho mai parlato di “colpa” e non ho mai detto che “tutti sono colpevoli”, dico che le classi medie esercitano una violenza per preservarsi, e credo che la esercitino anche (e forse sopratutto) attraverso la critica.

    Due cose ancora: 1) “Credo che le civiltà umane abbiano riflettuto sulla felicità ben prima della comparsa storica della borghesia”… Ok sulla borghesia. Però a me risulta che le riflessioni sulla felicità che conosciamo siano tutte state prodotte da individui altamente alfabetizzati, di solito appartenenti alle classi dominanti. 2) La mia critica del concetto di “proletariato cognitivo” mirava l’ultimo Toni Negri. 3) Il mio cellulare è costato trenta euro..!

    • ng ha detto:

      @ Raffaele …
      visto che miri a Toni Negri: se vuoi ti sostengo il braccio.

      Un solo appunto: se attraverso la critica esercitiamo violenza, dobbiamo forse smettere di fare critica?

      NeGa

  22. ng ha detto:

    @ Carmelo
    non ho capito i tuoi appunti.

    In ogni caso:

    • L’industria culturale ha rifiutato per anni testi di Edoardo Cacciatore, Roberto Di Marco, Emilio Villa, Gianni Toti, Gaetano Delli Santi … Potrei continuare per ore … Ora aspetto i cento milioni.

    • Ho precisato che mi riferisco al concetto marxiano di classe. Ciò vuol dire che è la posizione occupata all’interno del “sistema” che determina l’appartenenza a questa o quella classe. Tutto il resto è … ideologia. Se però me ne proponi uno più adeguato, ben felice di accoglierlo.

    • Sì, sono un privilegiato: «La mia nausea / è un privilegio / difeso da muri / filo spinato e prigione (…) Da qualche parte ci sono corpi che vengono fatti a pezzi perché io possa abitare nella mia merda». Ciò mi rende colpevole?

    NeGa

  23. carmelo ha detto:

    @ng
    ho conosciuto gianni toti di persona quando ero sedicenne alla presentazione del film
    … E di Shaul e dei sicari sulle vie da Damasco

    ti darei volentieri i cento milioni ma forse non ci siamo capiti:
    Gianni toti era un comunista ex partigiano tra l’altro inviato dell’unità.
    le sue opere non sono state distribuite non perche’ avrebbero fatto scoppiare la rivoluzione ma perchè non avevano pubblico cioè non vendevano cioe’ non erano <b<profittevoli non rispettavano gli standard di mercato.
    questo tra l’altro fu un argomento di discussione del cineforum che segui’; ricordo ancora quando affermava che non esiste “il pubblico “. ma lasciamo perdere.
    se tu porti un opera da un editore al di la della sua qualità estetica se l’editore ritiene che sia una merce vendibile che genera profitto te la pubblica stai tranquillo.
    se tu invece pensi che mondadori o feltrinelli e se non feltrinelli rizzoli o qualsiasi altra casa editrice quando gli porti un’opera prima di pubblicarla decide se è rivoluzionaria e quindi non la pubblica temo che pecchi di ingenuità.
    bolano per venti anni ha fatto una vita da miserabile nessuno gli pubblicava le opere, il primo libro ha avuto 250 lettori.
    poi un editore (herralde di angrama) ha scommesso su bolano e ora bolano vende libri a palate.
    lo ripeto fino allo sfinimento. l’unico criterio che guida il mercato è il profitto e non la morale come tu mostri di credere.
    al mercato non gliene frega un cazzo se rivoluzionerai il mondo, almercato importa se la tua merce genera profitti.
    mao si vendeva e l’industria culturale lo commercializzava.

    io non ti accuso di un bel niente ci mancherebbe, dico solo due cose: rischioso semplificare la realtà, rischioso dire che i buoni stanno da una parte e i cattivi da un’altra.

  24. carmelo ha detto:

    @raffaele
    sono felice di sapere che non sei schiavo del consumismo tecnologico che è piu’ stupido del cosnumismo cosiddetto di massa.
    non so quanti anni hai ma credo che fai parte di una minutissima minoranza dei giovani della tua età.
    sicuramente abbiamo lo stesso cellulare cioè un nokia che due anni fa vendevano a 30 euro.
    quanto all’industria culturale sono d’accordo nel dire che è in atto una rivoluzione che porterà di sicuro a una radicale ridefinizione del mercato dei modi di produzione di distribuzione di consumo e di valorizzazione dei prodotti culturali. Come cio’ avverrà e quali sono le possibilità di creare spazi di autonomia e di affrancamento dal mercato posso solo intuirlo e al amssim ofare delle ipotesi.
    Certo è che ci sono potenzialmente delle possibilità, di creare sistemi di diffusione e fruizione della cultura non so come dire che si fondano sulla valorizzazione del prodotto estitico non in quanto merce da consumare ma in quanto opera da godere.
    tutto questo se sopravviveranno i lettori e avranno piena consapevolezza del ruolo e del valore (non economico) degli autori.
    Io personalmente dico che mi compro un cellulare da 30 EURO E I 470 EURO CHE RISPARMIO posso benissimo impiegarli per remunerare il lavoro degli autori che mi consentono di godere della loro arte.
    ma quando vedo che su Ni su 30.000 frequentatori solo 100 si sono abbonati (hanno speso nientepopodimeno 20 euro) beh allora divento pessimista.

  25. ESC ha detto:

    Carmelo, é vero oggi che “se l’editore ritiene che sia una merce vendibile che genera profitto te la pubblica stai tranquillo”, ma non é sempre stato cosi’. L’industria culturale descritta da Adorno e Horkheimer non era cosi’, né la EMI che ruppe il contratto con i Sex Pistols, né Einaudi che censura Saramago. L’azienda non misura solo il profitto, ma anche i rischi, ad esempio il rischio d’immagine, il rischio legale e il rischio politico. Nel contesto della guerra fredda, non tutto era pubblicabile da chiunque. Secondo me il fattore determinante é appunto il “quoziente di rischio” (ovvero il quoziente di efficacia, il quoziente performativo) del prodotto culturale. Se c’é stata una trasformazione in seno all’industria culturale, riguarda questo quoziente.

    Vengo cosi’ a rispondere alla domanda di NG, che era già posta in modo diverso, se si debba “smettere di fare critica”. Insisto per considerare mal posta la domanda, perché quel “dovere” evoca una sfera morale indeterminata, una teleologia imprecisa. Dovere per chi, per cosa? Per “eliminare la violenza”? O più realisticamente per lasciare che questa violenza cambi configurazione, si sposti altrove, non sia più esercitata dalla classe media ma su di essa? Il problema é capire cosa vuole davvero chi produce critica, e nel mio articolo accenno appunto una scissione di questa volontà, una volontà esibita di scuotere il sistema e una volontà economica di sostenerlo. Il caso Mondadori secondo me fa emergere questa contraddizione. Quando dico che la violenza si esercita attraverso la critica intendo attirare l’attenzione sul COSTO enorme della produzione di critica, sul consumo di risorse e tempo libero che permettono alla critica di esistere, come un tempo le cattedrali.

  26. carmelo ha detto:

    @ng è vero quello che dici
    ma se einaudi rifuta di pubblicare saramago venti altre case editrici si fregano le mani e lo pubblicano; lo pubblicano a maggior ragione, perchè la censura al giorno d’oggi fa aumentare le vendite.
    Il problema non la sigola casa editrice o discografica che per motivi di immagine (o per meschini motivi che non sto qui a descrivere) ritiene “conveniente” non pubblicare un’opera;
    il problema va visto dal punto di vista del mercato.
    Il mercato aggiungo che, non per motivi ideolgici, ma per massimizzare i profitti, ridefinisce l’immagine dell’autore e dell’opera adeguandola ai pruriti, all’epidermide dei consumatori.
    Negli USA è avvenuto proprio questo con bolano

  27. carmelo ha detto:

    scusa raffaele era rivolto a te il post

  28. Ah D'Orno ha detto:

    Continuare a ragionare in termini francofortesi mi sembra un po’ fuori luogo. Propongo intanto la lettura di questo pezzo (e del libro citato):
    http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100928/pagina/11/pezzo/287823/

  29. Mario Gamba ha detto:

    Ventura ha scritto un articolo davvero pregevole. è tuttora il caso di sottolineare che i grandi proprietari, in questo caso editori, non ubbidiscono solo al criterio del profitto. un testo rivoluzionario può anche non vendere, si può sapere da prima che non venderà, non è escluso che, pur sapendo ciò, il grosso editore, Fetrinelli o Berlusconi (magari più Berlusconi che Feltrinelli: succede anche questo, e poi le imprese “di sinistra”, si sa, amano di più la censura, e intanto Negri lo pubblica Rizzoli, ma vedo qui che Negri non viene considerato rivoluzionario, anzi lo si vuole impallinare, dopo Calogero quache lettore di Alfabeta 2, ultraortodosso, si mette in pista), decida di pubblicarlo. non c’è nemmeno un piano, cose del genere fanno parte dell’articolazione dell’industria culturale odierna (e magari non solo odierna). che fare? puntare sulle possibilità che frammenti di linguaggio sovversivo arrivino a inquietare qualche fruitore. è una scommessa. tutto nella nostra vita è una scommessa. scrivo tre righe e danno piacere alla mia amante? la sollecitano a condividere con me piaceri indisciplinati e desideri di altra vita in questo mondo? può succedere. è già un gran risultato. siamo persi eppure lucidi nell’universo, la voglia di pienezza e libertà ci fa muovere, non sempre sappiamo la direzione precisa…

  30. ng ha detto:

    Quella del braccio era – in tutta evidenza – una battuta. Magari di cattivo gusto, però una battuta che segnala una presa di distanza e null’altro. Metterla sullo stesso piano di Calogero è di altrettanto cattivo gusto.

    In ogni caso, Negri è stato considerato “rivoluzionario” solo dai suoi “seguaci”. Sono stati pubblicati parecchi saggi di critica all’operaismo di marca negriana (che è ben altra cosa da quello di Panzieri); tutti convergono su un unico punto: le sue teorie sono – oltre che fallimentari – un affossamento decisivo delle teorie di Marx.

    Mi limito ad un esempio: Aurelio Macchioro definiva le teorie di Toni Negri “messianesimo insubordinazionista cialtrone” (nel saggio “La questione del soggettivismo e l’uso dei Grundrisse in Italia”, presente nel volume “Critica leninista del presente”, Feltrinelli 1980). La teoria non è un’opinione.

    [“ultraortodosso” mi piace]

    Nevio Gàmbula

  31. carmelo ha detto:

    è un fatto che l’esperienza dei movimenti che in qualche modo si ispiravano alle teorie di negri siano state un fallimento, almeno a me così sembra.
    Cio’ non toglie che Toni Negri sia stato oggetto di persecuzione.
    La domanda è: perchè la sinistra tutta ha fallito ? perchè mentre molti si illudevano che la rivoluzione fosse alle porte,
    perchè il paese con la sinistra piu’ forte d’europa si è ritrovato in pochi anni ad essere governato da una destra he ha messo in pratica una sistematica demolizione delle conquiste democratice, delle istituzioni democratiche, con il consenso degli elettori ?
    che cosa impedisce alla sinistra di vedere e capire la realtà, gli interessi e le forze in campo? le forze attorno alle quale coagulare un’azione di cambiamento e trasformazione di questo paese semi-feudale?
    perchè la sinistra tutta, “rivoluzionaria” e “antagonista” storica, moderata, non ha semplicemente applicato una regola elementare che persino le destre di tutti i paesi europei riconoscono e rispettano? perchè non ha fatto una cosa semplice e persino banale: la legge sul conflitto di interesse durante il primo governo prodi ?

    bisogna buttare all’aria tutti i modelli e le categorie astratti con i quali si è cercato di interpretare meccanicamente la realtà. Una realtà complessa aggrovigliata e melmosa.
    questa è la prima cosa da fare. detto in altre parole: le teorie di negri non spiegano un bel niente nè muovono un bel niente.

  32. Mario Gamba ha detto:

    ultraortodossi. e pure fieri. disgrazie infinite a sinistra.

  33. ng ha detto:

    @ Mario Gamba
    la disgrazia infinita – per la sinistra, com’è noto – è la totale assenza di senso dell’umorismo …

    NeGa

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