Cristina Morini

Nel bel mezzo della società della conoscenza, ingrassa l’ignoranza. Nel crescere della tecnica, nell’ampliarsi spropositato dei cataloghi e del numero delle pubblicazioni, nell’aumento esponenziale delle iscrizioni alle scuole di giornalismo e ai master in editoria d’Italia, si avranno sempre più rudimenti di tutto ed esperienza di niente, rivincita estrema della “cultura del taglia e cuci o del rappezzage”, come la chiama la Rete dei redattori precari sul suo sito rerepre.org.

La grande fabbrica della cultura e dell’informazione italiana, avara com’è di qualità, di autenticità, di sincerità, di coraggio, prova, di tanto in tanto, a compensare con l’indignazione: si inventa allora una “campagna” contro qualcosa o contro qualcuno che si può leggere anche all’incontrario, ovvero come difesa estrema di principi e valori tra i quali trovano senz’altro spazio il rigore morale, il talento, la cultura, la meritocrazia – curioso paradosso di una società dove ci viene continuamente confermato che vale l’inverso.

La “campagna indignata” è come un prodotto di marketing, partorito da un centro studi sulla persuasione di massa: il sapore dell’indignazione deve essere suggerito, evocato in contumacia. L’importante è che non scompaia nella mente dell’uomo della strada il desiderio di vedere in queste teatrali rappresentazioni una verità e una passione che nella realtà non esistono. Questo principio regge tutta la produzione moderna.

Ci interessa ciò che succede e matura dentro questa macchina. Ci interessa l’ingrassare dell’ignoranza che si ottiene forzando ogni tipo di resistenza con il ricatto. Ci interessa la soggettività di chi lavora a questa macchina. Il suo silenzio non sempre è complice. Indotto, costretto, costruito. Non trova la strada verso la parola. Quando si discetta di dignità del lavoro, di diritti e di precarietà, quasi sempre viene dimenticata proprio la mancanza di dignità, di diritti e la precarietà del lavoro intellettuale, la più strutturale e connaturata al sistema di produzione capitalistico contemporaneo. Tutto il problema ha origine da lì.

Che identità ha il lavoratore editoriale oggi? E’ un mutante, in transizione tra passato e futuro, sempre più frequentemente costretto a lavorare gratis o in regime di gratuità tendenziale. Mentre l’ideologia corrente promuove nuovi recital, attraverso le parole creatività, merito e autorealizzazione, il lavoratore editoriale (nei libri come nei giornali ma evidentemente con differenze) ha perso qualsiasi autonomia. Come potrà, perciò, esserci esercizio “creativo”? Mentre l’industria culturale diffonde una noia chiassosa e procede all’occultamento della realtà, il lavoratore editoriale deve digerire e contribuire a promuovere l’ignoranza che è il prodotto della fabbrica per la quale lavora. E fa fatica a dare contorni a una condizione, di cui nessuno intorno a lui parla, mentre gli si fanno assaporare false promesse di avvenire e di riconoscimenti.

Oggi a tutto questo si somma il ruolo del tema della crisi e di converso la chiamata in correo del lavoro, a cui chiede di condividere le visioni e i sogni del capitale. Su questo binario ci ha spinto la moderna ragionevolezza di chi invocava la flessibilità propria di un “paese normale”, celebrando frettolosamente i funerali dello scontro di classe. Oggi viviamo in un tempo in cui si teorizza che per “tenersi il lavoro” si possono accettare deroghe pressoché a qualsiasi cosa. Federmeccanica disdetta per la prima volta nella storia un contratto nazionale di lavoro. Come ha affermato esplicitamente Emma Marcegaglia, “Pomigliano diventa un paradigma”. La parola d’ordine della competitività viene brandita come un martello a piallare ogni tipo di resistenza. La parola d’ordine dell’aumento della produttività viene brandita come una scure a tagliare tutti gli spazi, le pause, che non siano al lavoro dedicati. Un lavoro comunque, qualunque esso sia, un lavoro prima di tutto, anche rinunciando a tutto (diritti, tempo, salario/reddito, affetti, relazioni). Un lavoro come un dono, che perde di vista il concetto dello scambio, del rapporto, dello sfruttamento, del profitto che ci sta dietro. E così che questo lavoro-vita assume vita propria, si anima, ti cattura l’anima dopo averti già colonizzato i pensieri. Assume un valore in sé, può pretendere perciò di svincolarsi, progressivamente, dalla retribuzione, sintomo ed effetto insieme della crisi della misura del valore interna al lavoro contemporaneo. Intanto, si retribuiscono di meno i giovani, gli apprendisti, i nuovi assunti, i precari. Sempre più giù, fino a farti intendere che “per tenerti il lavoro” devi lavorare gratis, ovvero devi pagarti quel nuovo, costoso, master in editoria e comunicazione “in collaborazione con importanti case editrici”. Pomigliano non è affatto lontana da qui. Se lavori in un posto dove ti incastrano con la “passione” è anche peggio.

Per prima cosa va posta in agenda la necessità di riprendere una critica serrata al lavorismo che ha impregnato la nostra epoca. Dobbiamo riconfigurare il nostro rapporto con il lavoro. Dobbiamo ritrovare la giusta distanza.

R.B. dopo la laurea in Scienze della comunicazione ha fatto uno stage di sei mesi in un mensile. E’ venuta dal Sud, a Milano, anche perché il direttore le aveva fatto intendere che avrebbe avuto qualche possibilità. Finiti i sei mesi lì si è spostata in un’altra redazione, sempre della stessa azienda. Sono stati i buoni uffici del direttore numero 1 a farle avere lo stage nel settimanale numero 2. La legge – come ti spiegano senza alcuna ironia (che aiuterebbe) direttamente nei siti delle università  – “non impone un limite minimo al tempo dello stage ma solo una durata massima (12 mesi), che non può essere superata se lo stage viene svolto all’interno della stessa azienda. Non ci sono invece vincoli sul numero di stage che una persona può svolgere nel corso del suo percorso di studi”. Che cosa faceva R.B. durante il suo stage al settimanale? Dipendeva dai momenti, dalle bizze o dalle urgenze. Sbobinature, ricerche online, scrittura e riscrittura di notizie e soprattutto “proposte”. Decine e decine di proposte per eventuali articoli, “prendendo spunto, possibilmente, dai giornali stranieri”, che nessuno guardava, a cui nessuno si è mai sforzato di dare forma. Conclusi gli altri sei mesi di lavoro gratuito, sperava in un contratto di collaborazione, a mo’ di ringraziamento, almeno, per tutte le ore passate lì dentro (un anno intero) a lavorare gratis. Non è arrivato. I contratti di collaborazione si fanno a persone conosciute, “del giro”, oppure a parenti di persone conosciute. Soprattutto per una ragazza (ma il meccanismo si sta estendendo progressivamente ai maschi), se di bell’aspetto, esiste la possibilità di ottenere lavoro attraverso lo scambio sessuale.

Inedite forme di dumping sociale

La precarizzazione è ciò che smonta l’autonomia del lavoro cognitivo nell’editoria ed è ciò che governa il gioco, ovvero la possibilità d’immaginare forme stabili per la solidarietà sociale contemporanea, così da sottrarre il lavoro al dominio oggi pressoché incontrastato del capitale. A ben guardare è anche ciò che sottende alla mancanza di qualità, di autenticità, di sincerità, di coraggio dell’industria culturale stessa. Cosicché, se non è dato futuro per il lavoro ci sentiamo di dire che anche quest’impresa non ha domani. Il cane si morde da se stesso la sua coda.

Facciamo un esempio. Degli oltre 1000 posti di lavoro persi nel settore della carta stampata lo scorso anno, nessuno è stato recuperato attraverso i vecchi meccanismi di turn over, così come era previsto in partenza dai vincoli degli accordi sugli stati di crisi. Più o meno tutti i giornalisti italiani (eccezioni, per esempio, al Corriere della sera) regolarmente assunti, una volta raggiunti i 58 anni d’età e 18 di contributi pensionistici, sono stati posti – o stanno per esserlo, da qui alla fine del 2011 – in prepensionamento, sulla scia della grande crisi cavalcata con convinzione dagli editori.

Contemporaneamente, abbiamo assistito a un dispiegamento di stagisti che lavorano gratis oppure a un allargarsi dei contratti di collaborazione con cui, di fatto, si sostituiscono i lavoratori appena mandati a casa. Stagisti e appassionati – si conta sul legame oppure sulla speranza – subentrano alla manovalanza intellettuale fino a ieri retribuita, o per essere del tutto chiari fino a ieri retribuita meglio e con continuità. Ciò che è stato lasciato vuoto viene riempito da giovani che si compensano da sé con le delizie dei loro sogni, dei mancati guadagni. Oppure, da persone più agée, le quali, una volta che hanno smesso di essere un costo fisso per l’impresa, ritornano a lavorare allo stesso identico posto ma per meno soldi. E fanno dumping. Siamo entrati nell’era del dumping sociale del pensionato. Il paradosso di questa situazione si raggiunge se pensiamo che la figura del pensionato-lavoratore si sta espandendo anche perché sempre più spesso, e più a lungo, egli deve mantenere in famiglia i figli che lavorano gratis come stagisti.

Tutto questo ci parla della natura dello sfruttamento intensivo/estensivo del lavoro in generale e del lavoro cognitivo in particolare. Tutto questo ci costringe ad analizzare con sempre maggior rigore il ruolo che la gratuità pretende di assumere nel mondo del lavoro contemporaneo.

Lo stagista è merce preziosa, è una mousse di ideali di provenienza direttissima dal caseificio universitario: ingenuo com’è, con due sacchi di patate, un rimborso sui biglietti del treno e un buono per la mensa, egli accetta di buon grado di “lavorare” per voi. Non dategli incarichi troppo importanti, lui si aspetta di fare fotocopie ed è bene che non lo deludiate (dal sito della rete dei redattori precari rerepre.org).

All’Università Statale di Milano gli stage sono in aumento: erano 2.485 nel 2008, sono passati a 2.653 l’anno successivo (Fonte: Isfol). Molti giovani laureati continuano a investire negli stage. La situazione è peggiorata dopo la riforma universitaria del 3+2 che li ha inseriti obbligatoriamente. Se nel 2001 chi faceva stage durante gli studi era il 17,9% nel 2008 la quota è salita al 54% (60,2% laureati triennali e 55% specialistici). Secondo dell’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale (Isfol) i casi in cui lo stage si trasforma in un vero e proprio contratto sono davvero pochi: l’8% dichiara di aver ottenuto un contratto a progetto, il 7,9% un contratto a tempo determinato, il 6,5% una collaborazione occasionale. Solo 3 stage su 100 si trasformano in un posto di lavoro a tempo indeterminato.

Lorenzo Del Boca, presidente del consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti sul discusso tema degli stage scrive: “Nel corso degli ultimi anni sono stati spesso utilizzati in maniera impropria per sostituire redattori in ferie, ammalati o addirittura per coprire vuoti di organico. Questo non dovrà più accadere: sono stati posti una serie di vincoli prima inesistenti, il direttore della testata ospitante è stato fatto carico di una specifica responsabilità disciplinare. Ma il limite più serio è senza dubbio il divieto di far svolgere gli stage nel periodo dal 1° luglio – 31 agosto (il periodo clou delle vacanze estive e dunque, nelle redazioni, delle sostituzioni ferie, ndr). Una misura drastica che potrebbe penalizzare gli allievi: per questo il Consiglio nazionale si è assunto il compito di verificare ogni anno gli effetti di tali restrizioni. Ora bisogna dare attuazione a questo sforzo. Ci aspetta un lavoro ancora più intenso”.

La dinamica salariale

Oggi insomma, la frammentazione e la precarizzazione del fattore lavoro – che ha significativamente ridotto la capacità conflittuale e rivendicativa dei soggetti – hanno rafforzato a tal punto il capitalismo che esso si spinge a teorizzare che la “motivazione” procurata dal denaro “è discutibile”.

Gli altri, malgrado si lamentino per la loro precarietà, quantomeno hanno un lavoro e quel tanto odiato misero stipendio. Io invece sono molto più fortunato di loro, idealista come sono non mi devo macchiare col denaro, per me è stata scelta la formula “accredito diretto a CV”. In cosa consiste? Tu per lavorare lavori, solo lo fai gratis, se gli chiedi cos’è che ci guadagni la risposta è sempre la stessa: può vantare la nostra collaborazione a Curriculum Vita (dal sito: www.rerepre.org).

Da questo punto di vista, l’esempio rappresentato dai giornalisti italiani è interessante. I due terzi della categoria (anche ora vengono stimati fino a 80 mila precari, contro i 16 mila con contratto di lavoro stabile) prestano la loro opera in regime di contrattazione atipica (freelance con partita Iva, collaborazione coordinata e continuativa, collaborazione occasionale, stage). La precarizzazione progressiva e vertiginosa di questa professione ha originato una vistosa contrazione dei salari reali in termini relativi di tutta la categoria. Un andamento che riguarda non solo le fasce di lavoro “non standard” ma allarga il proprio riflesso sulla contrattazione collettiva di categoria. Questo a dire di come la precarietà si trasformi in modo esplicito in precarizzazione generalizzata. La precarietà come abbiamo ripetuto fino alla nausea non riguarda solo i precari in senso proprio. I contratti di lavoro firmati dal sindacato dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa italiana, con gli editori, segnalano una diminuzione dei tabellari minimi retributivi dell’ordine del 30% circa, a partire dal 1995. Ciò vale in particolar modo per i praticanti e per i redattori ordinari e lo scopo di tale manovra è quello di favorire gli ingressi nella professione: abbassa i salari, otterrai un maggior numero di assunti. In realtà l’obiettivo non è stato centrato e la precarietà è dilagata. Il redattore ordinario ha assistito non solo a una progressiva contrazione del valore del proprio stipendio mensile ma anche al prolungamento di un periodo a salario ridotto (che è passato da 18 a 30 mesi). I dati dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani dimostrano come oggi un redattore con meno di dieci anni di anzianità (più spesso donna che uomo, ha un’età media intorno ai 40/45 anni) guadagni in media circa il 40% in meno rispetto al periodo precedente al 1995. Non ci può essere ipocrisia, su questo punto, per quanto appaia volgare, perché esso è altamente paradigmatico. L’aspetto economico è significativo del valore, in un’economia capitalistica, benché – ne siamo consapevoli – questo genere di misura finisca per risultare inadeguato, come si diceva sopra, a dire dell’eccedenza di un lavoro sempre più cooperativo e inclusivo della riproduzione sociale e della vita complessivamente intesa. Le professioni “intellettuali” erano, di norma, legate a un buon stipendio. Le professioni intellettuali – così come “tradizionalmente” intese – sono scomparse.

Anche l’ultimo contratto dei giornalisti non disconferma l’andamento. L’aumento ottenuto è di 265 euro lordi e va diviso su un biennio (140 euro dal 1 aprile 2009; 125 dal 2010). Circa 30 euro al mese in più, dopo sei anni di vacanza contrattuale. Le cifre non sono affascinanti ma raccontano meglio delle parole lo scardinamento del fattore valore trascinato con sé dall’articolarsi complesso del rapporto dei knowledge workers con il lavoro, con la rappresentanza, con il loro ruolo sociale, assai più controverso che in passato. In ogni caso, completamente diverso. Essi sono contemporaneamente, e non casualmente, estremamente “aperti” alla precarietà, a una precarietà che, nella modernità, si sostanzia, sopra ogni altra cosa, di immaginazione e di miti. Il loro numero, inoltre, è esploso: negli Usa coloro che svolgono lavori creativi sono diventati da 3 a 38 milioni in 100 anni.

No panic!

Una classe virtuale, come l’ha definita ormai diversi anni fa Franco Bifo Berardi, con una corporeità negata e una socialità negata, mentre il lavoro creativo viene ridotto – in alcuni casi, nella grande maggioranza dei casi-  a ripetizione, esecuzione. L’ideologia nasconde tutto, occulta, ma questo lavoro “immateriale” a cui viene negata ogni corporeità di classe contiene anche e proprio per questo elementi concretissimi di elevata tossicità e di alienazione e di nevrosi.

Ma esiste un’eccedenza tutta interna al lavoro immateriale che si svolge in questi ambiti e dunque evoca una contraddizione interna al capitale e dunque accenna a una possibilità.
La forza del capitale bio-cognitivo contemporaneo è quella di piegare le variegate essenze esperienziali individuali dentro i bisogni della produzione. Tuttavia, proprio questa capacità può trasformarsi nel suo più grande limite. Nel senso che il tentativo del capitale contemporaneo di operare l’intera reificazione dell’individuo dentro i processi produttivi mostra, sin dalle premesse, una falla poiché non può prevedere in tutto e per tutto una sua completa standardizzazione. Il sapere delle individualità non è infatti del tutto trasmettibile fuori dal circuito dell’esperienza. In questo preciso punto può prendere corpo la resistenza del lavoro creativo (il sapere creativo implicito nella classe creativa) che può diventare il cuore stesso di nuove strategie di opposizione. Microresistenza, sottrazione, infedeltà. Far crescere in tutti una consapevolezza che per ora è di pochi ed è soffocata dai messaggi di rassegnazione che giungono a ripetizione. Parliamo della maturazione di un soggetto resistente all’assimilazione e all’omologazione che può nascere da un percorso di autopercezione. E’ per questo che risulta utile, nel concreto, l’edificazione, magari faticosa, di spazi di analisi e di pensiero comuni: una narrazione propedeutica alla costruzione di nuove genealogie. Passione, cura, si esprimono proprio recuperando il senso della propria responsabilità sociale, non dimenticando mai di rivendicare i propri diritti.

Quella mattina, dall’istante in cui ho aperto gli occhi, mi sono rifiutata di riflettere, altrimenti tutto il coraggio che avevo lo avrei perso. La prima cosa che ho fatto appena arrivata in studio è stata controllare lo stato del bonifico. Era stato fatto.

“Io vado via, mi spiace ma ho trovato un posto migliore dove ho molto altro da imparare”, ho bluffato. Le è mancata l’aria, quello che facevo io lo sapevo fare solo io lì dentro. La sua isteria mi conferiva la calma di cui avevo bisogno per continuare a prendermi la mia piccola effimera rivincita. Non potevo andarmene e nello studio comandava lei, ribadiva. “Non me ne frega niente del contratto, si fa come dico io!” Lei blaterava, blaterava, io la guardavo senza dire nulla. Scusate la scurrilità, ma ho provato un piacere quasi fisico. Mi fa un’ultima offerta (come se fosse lei a potermela fare). Io le finisco il lavoro e poi sono libera di andarmene. Non ho intenzione di accettare alternative, me ne vado e basta. Prendo la mia roba, saluto le colleghe ed esco sotto il sole di settembre. Erano le 10 del mattino, Milano era bella e io disoccupata, ma stavo bene (dal sito: www.rerepre.org).

11 Risposte a Il lavoro non è un dono: lavoro editoriale e gratuità

  1. denisocka ha detto:

    Quante verità! Bellissimo articolo! Interessanti i dati specifici sul mondo del giornalismo. Chissà quali sono i numeri spaventosi specifici dell’editoria libraria? Sarebbe bello poterlo scoprire con precisione. Notizie a riguardo non se ne trovano, a livello ufficiale si nega addirittura l’esistenza del precariato editoriale. Andrebbe a squarciare il velo dorato cucito ad arte dalle case editrici. Grazie per averne parlato!

  2. simone ha detto:

    perdonate la curiosità, ma l’autrice di quest’articolo quanto è stata pagata per il suo prezioso lavoro?

  3. Fabio ha detto:

    Illuminante. Coglie parecchi nessi, mentalità diffuse, ricatti felpati e incrociati. E’ vero che c’è molta omertà, molto desiderio di attenersi al proprio particulare, poche notizie filtrano dall’interno delle redazioni. Nella contabilità di questa guerra fra poveri i praticanti e i redattori regolarmente assunti sono la punta di un iceberg. E, rispetto ai loro colleghi che lavorano nelle tenebre, sono privilegiati. Dovrebbero averne profonda coscienza. Anche perché parte di loro non accede certo per merito a quella posizione.
    Editori e direttori dei giornali sanno benissimo che c’è alla porta un esercito di giovani – opportunamente formati (?) e scodellati dalle università – disposti a strisciare e a mettersi in tasca ogni eventuale dignità pur di poter dire in giro che “scrivono”; perché un altro punto da sviluppare è che il lavoro culturale, per quanto infimo, distorto e compresso possa essere, viene percepito come fonte di prestigio e fascino personale, nella nostra provinciale società dello spettacolo. Del resto, come dicono sbadigliando i giornalisti “arrivati”, «sempre meglio che lavorare».
    Ma non basta: bisognerebbe finalmente sforzarsi di mettere a nudo le relazioni pericolose tra editoria, giornali e pubblicità, che pilotano la creazione dei gusti di massa. Soprattutto per quanto riguarda il giornalismo culturale (quel poco o nulla che ne resta), ma non solo (un ‘Senza scrittori’ parte II?). Ho però il sospetto che sia arduo. Ci vorrebbe qualcuno assolutamente non integrato, che non avesse niente da perdere andando a toccare certi gangli.

  4. carmelo ha detto:

    la precarizzazione del lavoro è un fenomeno che nel nostro paese sta ssumendo dimensioni di massa e interessa non solo “il lavoro cognitivo” come qui viene definito, ma tutte le occupazioni del terziario e dell’industria.
    Per la verità il lavoro precario c’e’ sempre stato; negl ianni ’70 accanto al mercato del lavoro centrale e tutelato della grande industria, dell’industria piu’ innovativa e competitiva che esportava , si forma una secondo mercato che fa la fortuna della cosiddetta “terza italia” formazione sociale che si sviluppa nel centro e nel nord est di questo paese. Era un mercato del lavoro, poco tutelato , a domicilio, nero, flessibile, ma era un mercato che in qualche modo nasceva dalle necessita’ produttive della domanda (settori a basso valore aggiunto etcc.) e soddisfaceva necessita’ dell’offerta ( si trattava di secondi lavori o di lavori assunti da parte di donne che conciliavano il lavoro domestico, con il lavoro irregolare e sia dattavano alle flessibilità della domanda, in caso di espulsione grazie a un reddito familiare in gardo di ammortizzare quella flessibilità.

    Oggi invece il lavoro precario interessa tutta l’economia, tutti i settori produttivi, interessa soprattutto il lavoro qualificato, di coloro cioè che hanno una laurea e comunque elevate competenze.

    A ciò si aggiunge:
    1) il venir meno della funzione dello stato che prima era in grado di assorbire masse significative di laureati (scuola e non solo la scuola()
    2) i pesantissimi tagli alla cultura e alla ricerca che riducono drasticamente le possibilità di impiego anche per le persone dotate di elevatissime competenze nel campo artistico e scientifico.

    Nel campo dell’industria culturale mi pare che stiamo assistendo a due fenomeni micidiali:
    1) progressiva riduzione dei costi e della qualità (per esempio i traduttori si pagano sempre meno ma non solo, per comprimere i costi si assumono i meno bravi purchè disposti ad accettare un compenso minore)
    2)la domanda è orientata alla produzione di beni culturali standard, serializzati, quindi non si richiede al lavoratore, qualità e competenza, ma flessibilità (precarietà) e bassi salari.

    3) viene negata ogni forma di autonomia e creatività al lavoro “cognitivo”

    4) come al solito, i lavori più prestigiosi e ben retribuiti, essendo diminuiti di numero, ancor più sono appannaggio non di chi vanta delle competenze, ma di chi vanta dcelle relazion io delle parentele. (sfido qualunque bravissimo aspirante giornalista a trovare un impiego se non possiede le ultime due “qualita”, se cioè non ha RACCOMANDAZIONI FORTI O PARENTELE FORTI)

    conclusione:
    siamo nella merda, questo paese è nella merda, io non farei un discorso particolare sui precari cognitivi o che dir si voglia, perchè è tutto il lavoro che è precario.
    la perdita progressiva delle tutele sindacali è conseguenza della deterritorializzazione del profitto, processo inziato negli anni ’90 ma che ora assume dimensioni significative.
    Il profitto si sottrae ad ogni regola e ad ogni vincolo.
    da una parte i flussi migratori assorbano la domanda deoi lavori piu’ umili e ad lato sfruttamento. dall’altra parte le delocalizzazioni espellono forza lavoro qualificata o riducono i diritti e i salari della stessa.

    Pero’ nel campo della cultura c’e’ una via di scampo io almeno la vedo

    E’ quella che Andrea Inglese definisce autoproduzione e che puo’ avere successo, solo attraverso una presa di coscienza dei lettori, una ribellione ai meccanismi perversi dell’industria culturale che mira a distruggere i lettori e tarsformarli in consumatori.
    Una presa di coscienza dei lettori vuol dire:
    – riconoscimento e ricerca della qualità dei prodotti culturali al di fuori dei canali usuali di mercato
    – riconoscimento non solo culturale dei “lavorati cognitivi” o intellettuali o autori megli oancora, ma disponibilityà a riconoscere loro un giusto compenso per il lavoro svolto.

  5. Marco ha detto:

    Amare verità. La mia generazione cresce in questo susseguirsi di stage all’infinito e nella gratuità costante.
    A ciò si aggiunge la terribile fregatura dei master, corsi di specializzazione e quant’altro che promettono a fine lezioni un misero stage.
    Non so dove andremo a finire.
    Grazie a Cristina per aver illustrato la terribile situazione con cui ogni giorno si scontra chi, come me, cerca di farsi spazio nel mondo dell’editoria e del giornalismo.

  6. anna lamberti bocconi ha detto:

    Articolo molto interessante e appassionato.

  7. Marco ha detto:

    Vi segnalo questo articolo di David Randall uscito su Internazionale,. Si parla ancora di stagisti nel mondo del giornalismo, il problema non è solo italiano.

    http://www.internazionale.it/opinioni/david-randall/l%E2%80%99esercito-irregolare-degli-stagisti/

  8. nicola manicardi ha detto:

    Complimenti per l’ articolo, concordo a pieno la tua tesi.
    Viviamo l’ era del precariato,a volte neppure salariato!
    “Vorrei mangiare poco, ma mangiare!”.
    Mentre il mondo ci sta a guardare, noi osserviamo il nostro pensiero volare,pesa poco perche’ non ha nutrimento.
    Ma ti devi accontentare, tu che scrivi nel mio giornale,tu che insegni a mio figlio l’ inglese, tu che monti le porte,tu che che pavimenti il mio ingresso.TU hai fortuna, e devi essere grato perche’ lavori per me,che sono l’artefice dei tuoi sogni,fidati di me ,non pensare al denaro oggi, a questo ci penso IO.
    Salario? perche’ tu pensi e scrivi? che fantasia!
    IO ti ho sub appaltato, il tuo cervello, il tuo riflesso, il tuo volere poco serve,urla pure tanto nel baluardo ora ci sei, prova a scappare!

  9. Maurizio Fiato ha detto:

    Cristina sei veramente in gamba, sono orgoglioso di averti conosciuta.
    Maurizio

  10. Luca ha detto:

    Finalmente un articolo che analizza in modo lucido e onesto una realtà troppo taciuta. Attenzione però, a parte le case editrici ed i giornali, c’è un preoccupante sottobosco che sta crescendo sul web. Io, nel mio piccolo, cerco di portare avanti un movimento di sensibilizzazione contro questo sfruttamento intellettuale….
    http://illavoronobilitailportafoglio.blogspot.com

  11. Eva ha detto:

    Articolo che sottoscrivo in pieno. Se può interessare, qualche anno fa scrissi questo articolo a proposito della precarizzazione del lavoro intellettuale analizzando il lavoro del traduttore, professione che svolgevo allora:
    http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2962

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