Anna Lamberti-Bocconi

Eppure anche le mosche hanno una metafisica. La si vede nella pulizia cristallina del loro movimento: con le ali trinate volano velocissime, si bloccano nell’aria, virano all’istante in un’andatura a zig zag che le rende divinità dell’insensato, dell’imprevedibile lineare, del discontinuo senza posa. Ugualmente però, vestite di grigio, entrano al centro esatto di una stanza e passano un’intera estate a girare in cerchio, due, tre, quattro, attorno al lampadario. Pianeti e meteore in una volta sola.

“Vergine luna, tale – è la vita mortale”, come scrisse il nostro immenso poeta di Recanati, l’unico forse ancora insegnato a scuola, anche lui con un cognome di animali, mentre il sole entra dalle vetrate a dritti raggi di adolescenza, e un ragazzo mezzo addormentato si perde a guardare il vuoto del cielo-classe solcato da una mosca.

E la mosca fila dritta, e poi queste svolte repentine. Con i suoi occhi sfaccettati pieni di LSD, di cocaina. Vengo a sapere il perché, perdo il fascino dell’ignoto ma non importa, la spiegazione è catturante forse anche più delle fantasie: la mosca vola così perché le sue ali sono comandate direttamente dai nervi ottici, senza la mediazione del cervello. E gli occhi suoi di mosca, proprio come i nostri, compiono di continuo micromovimenti rapidissimi, chiamati “saccadi”, per adeguare la vista al movimento degli oggetti. Così il volo della mosca si direziona all’unisono con quello sguardo irriflesso, in un’apoteosi di scoordinata perfezione.

A proposito di occhi: c’è la drosofila, la mosca della frutta, che è spesso sottoposta a esperimenti genetici perché, chi lo direbbe? ha un patrimonio genetico molto simile a quello umano. Una sperimentazione ha insistito per un certo tempo sulla modifica di un gene, una piccola mutazione indotta, che porta a un risultato impressionante: queste drosofore mutanti nascono con un’enorme  quantità di occhi, sulle zampe, sulle ali, sulle antenne: e tutti funzionanti. Pensare a cosa vedono porta alla follia.

Qui giù da noi vi è tragedia e morte, e nessun nirvana degno di questo nome, nessun vero trip. L’occhio è come di mosca perché si vedono miriadi incessanti di cose, ma il movimento saccadico non aziona le ali all’uomo normale, solo agli angeli. C’è stata l’alluvione in Pakistan, la più devastante della storia: non è piaciuta, non ha bucato lo schermo. Il potere politico gioca freddo, impenetrabile nel suo nero corsetto di velluto, lo stesso della poesia di Rimbaud: A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti Che ronzano intorno a fetori crudeli. Il Pakistan lo si lascia là ad annegare, è un paese che merita poco aiuto. Di questa devastazione remota, che cosa è riuscita più di tutte a smuovere un poco il sentimentalismo effimero degli spettatori, dei lettori di giornali? La foto di un bambino pakistano coperto di mosche, che inutilmente cercava di succhiare qualche goccia da un biberon vuoto. A guardarla, era ora! finalmente è sbottato l’orgasmo della coscienza: quel delizioso sentirsi male ma non responsabili, quella compassione lacerante che subito dopo, a volo saccadico, diventa dimenticanza.

Sono questi i momenti in cui il trionfo della morte si aggira più felice alle redini del suo carro di mosche, un carro con le ruote piene di occhi come si legge nel libro biblico di Ezechiele: “Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutt’e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un’altra ruota. Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi. La loro circonferenza era assai grande e i cerchi di tutt’e quattro erano pieni di occhi tutt’intorno”. Come un carro di mosche mutanti. Come la nostra vita saccadica. Ed è già lontano.

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