Anna Lamberti-Bocconi

Pensate alla mosca. Centomila specie di questo insetto per niente amato diffuse in tutto il mondo. Centomila diversi tipi di mosche moltiplicate per infinità di uova, larve, nuove giovani mosche. Con le ali velocissime e gli occhi prismatici, psichedelici. Un’eutrofia della vita.

Eppure tra gli insetti non è il ragno, con la sua tela da horror; non la cupa falena che va alle fiamme con un teschio stampigliato sul dorso; non è la zecca succhiasangue, non il pidocchio che infesta i capelli di bambini degradati, non la pulce di cani altrettanto miseri, non la cimice maleodorante, non la dorifora portatrice di terribili carestie, no: se dev’esserci un insetto a simbolo della morte e dei suoi scenari di disfacimento, quello è la mosca.

Forse la causa di questa sua elezione necrofila andrà cercata nel pullulare di mosche sulle carogne, di legioni di mosche a nutrirsi di carne morta come se fossero comparse dal nulla, ma che in realtà – oggi lo sappiamo – son madri e figlie dei vermi abitatori delle carcasse. Un volare basso, perpetuo, molesto, sulla regione senza scampo della fine dei corpi vivi: l’allegoria di ciò che diventeremo, di come saranno ripugnanti gli sciami che si nutriranno della nostra carne.

Finché non furono scoperte le fasi del ciclo vitale degli insetti, vermi e mosche si agitavano sulle carogne senza che si immaginasse alcun collegamento fra loro; forme di vita accomunate solo dal trovare prosperità nel marciume, e dal prestarsi ad alimentare favole nere. Del resto, anche fra noi umani al tempo delle dee madri non si sapeva che a portare a concepimento fosse la copula, quell’atto di piacere e di preda poi assurto a chiave di volta di qualunque decadenza. Generare era considerato diretta espressione di una natura divina delle donne.

Analogamente la mosca, senza il riconoscimento della sua continuità biologica con i vermi, venne creduta un’entità a nascita spontanea, una sorta di contro-vita capace di autogenerarsi dalle carni in disfacimento.

Esperimenti sulla generazione spontanea. Lasciavi lì un pezzo di carne, chiuso in un barattolo, e dopo un po’ ci ronzavano le mosche. Spettacolo brutto, sì, come ogni nigredo. Repulsivo per vista e per fetore, eppure potente, più di quanto all’uomo fosse mai riuscito di essere. Una vita che si creava da sola, senza bisogno dell’unione di semi e terra, di maschio e femmina. E tuttavia, come un nero monito, da questa generazione sovrumana non venivano alla luce magici homunculi, né Golem solenni e terribili, bensì un insetto importuno, coprofago e portatore di infezioni. Con sintesi spaventevole, il brulicare della vita si rovesciava all’istante in memento mori. La natura aveva provveduto a plasmare uno spettacolo confusivo, una vita-morte di quelle davvero estreme, come solo si trovano nella psiche. Come se l’intreccio di calore e terrore dentro di noi si fosse proiettato nella materia. E allora, come sempre in questi casi, giunse il mito a sciogliere in canzone e leggenda quel cupo vibrare. La generazione spontanea di insetti da corpi in putrefazione la chiamarono “bugonia”, generazione da un bue, ma un bue morto.

Nel mito della bugonia, inquietante ma suo modo felice, compaiono però le api. Non le mosche, ma le api generose, per offrire alla leggenda maggiori appigli per svilupparsi. La racconta Virgilio, ed è la storia dell’apicultore Aristeo, figlio di Apollo e di una ninfa, che cercò di rapire Euridice nel giorno delle sue nozze con Orfeo. La giovane nel fuggire dall’insidia calpestò un serpente, ne venne morsa e morì. La punizione divina si abbatté su Aristeo: gli si disseccarono gli alveari, tutte le sue api morirono. Il giovane, pentito, sacrificò alle ninfe il suo bestiame, quattro tori e quattro giovenche. Si compì allora il miracolo della bugonia, un premio di nuova vita che trionfò in modo  magico e sconvolgente: “Ecco le api dalle viscere putride dei bovi per tutto il ventre venir su ronzando, brulicare dai fianchi lacerati ed affollarsi in nugoli infiniti”.

6 Risposte a Meditazioni sugli animali: la mosca 1

  1. paola lovisolo (cara polvere) ha detto:

    non vedo nel blogroll molto fornito di questo sito il nostro bel blog collettivo Viadellebelledonne… mi parrebbe d’uopo – giacché sei venuta a segnalare questa tua nuova opera sulla mosca – magari aggiungere il suo link … non siamo forse “degni”?:)
    non credo che ti ci vorrà molto sforzo di garbo per aggiungere…
    buon sabato.
    paola

    ps: ah antonella ha indetto da noi una specie di concorso sulle mosche. ehehe

  2. Alessandro Magherini ha detto:

    «Gli insetti mostrano la dura autonomia della volontà di vivere».
    J. Hillman, Animali del sogno.

  3. paola lovisolo (cara polvere) ha detto:

    o la dura autonomia di chi ha innescato in loro la volontà di vivere. con orari di fine e inizio precisi salvo inprevisti.

  4. lambertibocconi ha detto:

    Cara Paola, non sono una redattrice di questo sito, non ho nessun potere sul blogroll, sto solo scrivendo quattro pezzi domenicali per tutto il mese di settembre. Comunque è con molto piacere che segnalo http://viadellebelledonne.wordpress.com/2010/09/16/mariellat-tre-inediti/del
    dove potrete leggere una bella poesia di Mariella Tafuto sulla mosca. Ciao!

  5. paola lovisolo (cara polvere) ha detto:

    grazie della segnalazione Anna e grazie davvero al gentilissimo Jan Reister.
    a rileggerci
    paola

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