Francesco Forlani

“Cos’è suonare (jouer) se non, da parte a parte ascoltare: sentire (entendre) la partitura che è scritta in modo da capirla, scrutarla, auscultarla, degustarla, e poi pur suonandola non smettere di ascoltare e di provare la musica che risuona – di sentirla , potremmo dire, in italiano in cui il termine generico della sensibilità o della sensorialità designa anche l’ascolto (écoute) (l’indicazione del tempo potrebbe allora essere sentendo).”

Così scrive il filosofo francese Jean Luc Nancy nel suo saggio prefazione al libro di Peter Szendy, Écoute, une histoire de nos oreilles, (Les Éditions de Minuit, 2001) intitolato, appunto Ascoltando. Il libro era in una delle 25 casse di libri che grazie ad Andrea Inglese e Michele Zaffarano ero riuscito a riportare in Italia, a Torino. E così nei giorni successivi al rientro quelle pagine abitate da umidità, concetti, paradigmi, si sovrapponevano alla lettura dei giornali e all’incessante domanda, in parte provocata anche da un recente e acceso dibattito in rete, sul blog di Loredana Lipperini, sulla vocazione della letteratura.

Adagio

Intercettazioni, in francese si dicono les  écoutes (téléphoniques) e la sacrosanta battaglia in corso sulla legittimità a rendere pubbliche a mezzo stampa le intercettazioni (ovvero le trascrizioni degli ascolti) condotta dalla sinistra ha in sé qualcosa di molto paradossale. Non entriamo nel merito della “sindrome securitaria” che ha  condizionato le politiche del centro destra e del centro sinistra negli ultimi vent’anni, sindrome e che sicuramente meriterebbe un’analisi approfondita, soprattutto per i suoi risvolti ideologici ed economici. Rimanendo alla questione relativa alla vocazione della letteratura mi sono allora chiesto, cosa ne  avrebbe pensato un romanziere intellettuale, un George Orwell di tutto ciò? Pur avendo assistito magari anche divertito a una delle puntate del Grande Fratello, come avrebbe reagito al rovesciamento del paradigma, Potere = Controllo, nel suo esatto contrario Controllo = Contropotere?

Mi pare dalla lettura degli articoli che hanno affrontato la questione che non esistano dati certi sul numero di apparecchi sotto controllo, un po’ come le cifre che si ribattono Questura e Sindacati in occasione delle manifestazioni, ma moltiplicando almeno per cento se non oltre gli interlocutori delle persone coinvolte direttamente nelle indagini, si dovrebbe assai rapidamente arrivare a  una cifra considerevole. La battaglia alla criminalità e alla corruzione del paese passerebbe allora per il controllo quasi assoluto delle conversazioni fatte, ovvero l’ écoute  (l’ascolto) di cui sopra. Eppure non esistono solo questi strumenti e scrittori come Roberto Saviano e ancor prima Rosaria Capacchione  ci hanno dimostrato, tesi avvalorata da giudici impegnati nella lotta alla camorra, che indagini finanziarie a tappeto, un’ auscultazione del corpo finanziario e senza i mille ostacoli burocratici costituiti dai segreti bancari, porterebbe risultati ben più consistenti e duraturi di quanto non si possa fare con i mezzi tradizionali, dell’ascolto. Il problema è che quelle indagini costano tantissimo sia in senso di costi che di risorse .

Allegro ma non troppo

Allora ci siamo noi , come cittadini da una parte, la realtà politica che subiamo o a cui partecipiamo e  un medium tra noi e la realtà che è data dall’ écoute.

Peter Szendy, nel capitolo intitolato “Scrivere gli ascolti: arrangiamento traduzione, critica”  dopo aver fatto un’incursione felicissima nella questione relativa all’interpretazione di un’opera, arrangiamento vs traduzione (quando ascolto la trascrizione per piano di Lizst dell’opera la tempesta di Beethoven , sto ascoltando Beethoven o Liszt?) conosciamo e in cui scopriamo grazie a Berlioz che in Cina “…se una cantante si è resa colpevole  del crimine di profanazione appena descritto, verrà ammonita  severamente tagliandole l’orecchio sinistro”, affronta , sempre in campo musicale, un tipo di dinamica che è molto simile a quella appena accennata. Per descriverla si serve di un grande compositore intellettuale, Schumann.

Si chiede Szendy: Abbiamo dunque rotto il face à face con l’opera? Credo di sì, che lo abbiamo triangolato. Tra Beethoven e me c’è Liszt, l’auditore, che riscrive i suoi ascolti al piano. Ed io, lo ascolto ascoltare.

Se sostituiamo il piano dell’opera con quello della realtà,  quale posto dovrà occupare il romanziere intellettuale. La sua letteratura dovrà essere la semplice registrazione della realtà? La sua azione si concentrerà sullo stile della trascrizione  e interpretazione di quella  semplice e neutra registrazione dei fatti?

Potremmo pensare allora alla scrittura come a una trascrittura della realtà, del suo écoute. E allora come privarsi della creazione visionaria  e dell’invenzione dei mondi che  il romanzo, la sua  vocazione ha?

Non corriamo il rischio di sancire così, in nome del principio di realtà, giuridica, politica, storica, in una prospettiva neorealista o neoepica che sia,  di sancire la separazione definitiva tra  romanzieri e romanzo?

14 Risposte a Note per una letteratura sous écoute

  1. carmelo ha detto:

    questo articolo è molto stimolante e induce a riflettere su molti aspetti della nostra vita:
    l’ascolto, l’attenzione, il complotto, la realtà, la cronaca, la memoria, la letteratura, lo stile. Uno stimolo per studiare e riflettere prima ancora di aprire bocca tanto per sprecare un po’ di fiato.
    Ma una cosa vorrei dirla, sull’accenno che fai riguardo all’efficacia delle indagini finanziarie.

    Il problema non credo che sia il costo, anzi ti assicuro che l’utilizzo dei data base delle banche per verificare i movimenti finanziari, di per se è semplice, veloce e non richiede il sostenimento di costi elevati.
    se non vogliamo essere ipocriti dobbiamo ammettere che l’industria del crimine è una delle piu’ fiorenti del globo (nei soli USA per il narcotraffico si parla di decine di miliardi di dollari) e i profitti che genera incidono in misura consistente, in termini di dimensioni sui mercati finanziari.
    C’e’ una linea di confine, molto sottile ambigua e mobile dove il denaro sporco diventa denaro pulito (la merda si trasforma in latte come direbbe Moresco) e alimenta con la benedizioni dei governi di tutti i paesi i mercati finanziari. I governi si sono sempre preoccupati di presidiare quella linea di confine, dove avviane il passaggio del denaro dal mondo del crimine al mondo della finanza, i piu’ “democratici” evitando e reprimendo le infiltrazioni dei criminali ma tollerando il passaggio (lavaggio riciclo) dei capitali.

    In italia che è un paese bizzarro, questa linea di confine di fatto non esiste. Di fatto viene tollerato che vi siano intrecci commistioni tra le onomie criminali e quelle di mercato. Ansi persino le economie di mercato si organizzano in forma criminali esse stesse, attraverso intrecci perversi che passano per la politica la magistratura e i servizi segreti.
    Il costo di una lotta seria alla mafia e al suo potere economico, di ricatto e di condizionamento, è un costo esclusivamente politico. Un paese con una borghesia forte e moderna affrancata dal bisogno di allearsi con le rendite e le economie parassitarie e le mafie per affermare la sua egemonia, la mafia la spazzerebbe via in due mesi.

  2. Domenico ha detto:

    Non credete che la strada che stiamo ossessivamente percorrendo verso il progresso, lasci dietro di se una scia di macerie. Non credete che il vero progresso e l’innovazione siano il ritorno agli albori, agli inizi, alle prime volte e che quindi migliorare lo stato attuale delle cose sia impossibile?

  3. rosario ha detto:

    suonare in spagnolo si dice “tocar”,ed è effettivamente necessario toccare con i sensi la vibrazione che ci arriva o che vogliamo far arrivare a chi ci ascolta,toccandoci con i suoi sensi.La sensualità del suono esiste dal big bang,ma anche da prima,dal silenzio primordiale, il suono più misterioso che c’è.Eppure, vivendoci dentro, spesso chiudiamo i nostri sensi alla percezione e ci priviamo della vita stessa,del suo palpito,del suo stesso silenzio.Impariamo a temere gli stupidi,imparando a “tocar”.

  4. furlèn ha detto:

    caro domenico, io la penso come te e come il filosofo francese Jean Claude Michèa quando scrive:
    “ciò che l’epoca non ammette, è che si possa essere allo stesso tempo un nemico deciso dell’oppressione totalitaria, un uomo che vuole cambiare la vita senza per questo fare del passato tabula rasa e soprattutto un amico fedele dei lavoratori e degli umili”.
    da un certo punto di vista essere conservatori oggi , recuperando antichi valori della sinistra ( basterebbe una rilettura per esempio del valore della comunità e della famiglia nel modo in cui veniva descritta da Christopher Lasch o dello stesso populismo nella sua versione originaria) la considero una condizione necessaria per ogni azione di trasformazione del mondo . Da anni ormai ripeto che il grande equivoco – la battaglia persa dalle nostre idee- è stato nella confusione tra cultura di massa e cultura popolare, dove per popolare, si intende anche il concetto di comunità, visibile o invisibile che essa sia. La normativizzazione dei rapporti, l’abdicazione per esempio della politica e della cultura a favore della dimensione contrattuale dei rapporti – se decidi di amare qualcuno trovati prima un buon avvocato- si riflette anche su questo disperato bisogno di esercizio della giustizia “punitiva” o vigilante e per quanto riguarda le lettere, nell’identificazione della sua vocazione autentica nella “denuncia” o testimonianza. Ecco io credo che le arti debbano essere sì anche degli strumenti in grado di operare sulla realtà, ma non in maniera programmatica quanto incidentale. Un esempio? beh, quando l’inventore Hoesterheld creò l’eternauta, o Kafka la machine infernale del castello, non penso affatto che le loro invenzioni procedessero da una volontà precisa, a priori, di denunciare qualcosa. le loro erano intuizioni, “sentimenti” del male, articolate in un discorso e con un linguaggio, in grado di rendere tutta la drammaticità dei golpe dello spirito. Più che trascrittura la loro era ancora scrittura.
    effeffe
    ps
    chiedo scusa ai puristi per aver messo insieme un argentino, uno dei più grandi creatori di fumetti insieme a un incubatore di sogni praghese.

  5. furlèn ha detto:

    Héctor German Oesterheld (sorry for mistake)
    effeffe

  6. carmelo ha detto:

    in fondo non esiste la REALTA esiste, qui e ora, una realtà convenzionale e contingente che pensiamo, raprpesentiamo e vediamo, utilizzando appunto dei modelli convenzionali, appunto che ci vengono forniti dalla scienza e dalla cultura piu’ in generale; la realta fine filtrata e rappresentata attraverso il nostro immaginario credo. Trascrivere “questa” realta è fare cronaca. La letteratura ha la caapicta di raccontare la realta nelle sue molteplici forme e nelle sue infinite possibilità, che tarscendono la contingenza storica, la cronaca insomma. La letteratura racconta cio’ che non vediamo utilizzando dei codici non convenzionali.
    Parafrasando Gombrowicz:
    “non bisogna parlare poeticamente della poesia” .
    non bisogna parlare politicamente della politica.
    Considero importante cio’ che dici riguardo l’ascolto; stiamo correndo il rischio di perdere la capacità di ascolto, che richiede attenzione, concentrazione, empatia. Senza ascolto non c’e’ comunicazione, c’e’ solo una proliferazione di rumori assordanti.
    Infine c’e’ un interessante saggio di Ricardo Pigli su Nuova Prosa, che utilizza se ricordo bene lòa metafora del complotto per riflettere sulla funziona dellla lella letteratura. ma lo vogli o rileggere per eviatre di dire scemenze.

  7. furlèn ha detto:

    ascoltare, ovvero sentire, carmelo
    effeffe

  8. Domenico ha detto:

    Carmelo, peccato che ci sia davvero poco da ascoltare. Amenochè non si voglia ascoltare gli urlatori della domenica pomeriggio. Certo è che se si vuole respirare aria buona basta andare in montagna, ovvero se si cerca qualcosa in particolare basta trovarlo, il dato di fatto è che dal tubo catodico escono i prodotti della nostra società, ed hai mai dato un occhio al risultato?

  9. REM ha detto:

    @ effeffe
    molto bello l’articolo, che mi ha fatto pensare ad alcuni concetti del post-strutturalismo francese (semiotica greimasiana in verità) per spiegare il “reale”, inteso come produzione di un “effetto di realtà” attraverso determinate strategie comunicative, che operano come traduzione tra sistemi semantici variamente articolati (banalizzando, mondo scritto e il mondo non scritto): concetti che mi sembra permettano di trovare una terza via tra la demagogia massmediatica di certa ala politica ed una strenua quanto aprioristica difesa di un reale nella sua limitazione al factum brutum, alla verità come oggetto.
    Pensare invece alla realtà come risultato (sempre in fieri) di un processo di sintesi mentale, auscultamento che ha alla base la capacità e l’attenzione instancabile, onnivora e non riduttiva o aprioristica, mi pare l’unico ruolo possibile all’intellettuale oggi: insegnare la capacità di dialogo anche con l’oggetto apparentemente inerte, dato (che sia il proprio condominio come la situazione politica del paese) per generare nuovo significato e comprensione.

    Al contrario, ammetto di aver avuto un brivido leggendo il Suo “conservatori di sinistra”, per me una contraddizione in termini: i valori della sinistra, finchè rimangono parole sono certamente condivisi da tutti, anche da chi di sinistra non è (famiglia lavoro pensioni etc), ma la vera sfida oggi è chiedersi cosa vogliano dire queste parole (per me, per lei) e come si vogliono tramutare in condizioni di fatto; questo per me non è conservatorismo, perché l’italia non ha mai conosciuto una situazione simile; rifarsi ai valori della sinistra a me, oggi, ricorda tanto un certo Nanni Moretti di Palombella Rossa, con tutti i problemi e le crisi esistenziali da cui non ci si può liberare, se si guarda indietro (ma come dice lei non si tratta di fare tabula rasa). La domanda è inevitabile: cosa intendiamo per antichi valori della sinistra, e come li si vuole portare avanti (sempre che si voglia) in un contesto fortemente mutato come quello di oggi?

  10. furlèn ha detto:

    Giustissima osservazione la tua caro REM e ti ringrazio per aver declinato nella prima parte del tuo commento le possibilità che si aprono alla riflessione introducendo dei paradigmi più chiari e netti nella comprensione di quello che ci sta accadendo. Si tratta in altri termini di capire se la crisi della vocazione, in questo caso romanzesca o politica, è dovuta all’assenza della voce, dell’appello o di una inibizione dell’ ascolto, o dell’ascolto dell’ascolto.
    Per quanto riguarda la definizione di conservatori di sinistra va intesa nell’accezione che ne dava George Orwell quando si definiva anarchist tory. Definizione che leggiamo spesso riferita a certi intellettuali scomodi alla sinistra pur essendo della sinistra, nella sua accezione negativa di reazionario. basti pensare a Pasolini. Con George Orwell, che ho riscoperto grazie a Jean Claude Michèa , ritengo che un valore (un paradigma etico sociale) come quello della common decency, paradigma che si traduce in napoletano con una mimica di insofferenza e l’espressione, ecchecazz! potrebbe in parte già sollevare le vesti di un certo preteso liberalismo contrabbandato come libertarismo
    effeffe

  11. carmelo ha detto:

    mentre ripassavo l’articolo di piglia m isono imbattutto in Sergio Pitol:
    «Un’altra regola, quella definitiva: mai confondere redazione e scrittura. La redazione non tende a intensificare la vita; la scrittura ha come fine questo compito. La redazione difficilmente permetterà che la parola possegga più di un significato; la parola per la scrittura è per natura polisemica: dice e tace insieme; rivela e nasconde. La redazione è affidabile e prevedibile; la scrittura non lo è mai, gode del delirio, dell’oscurità, del mistero e del disordine, per quanto possa sembrare trasparente. Marguerite Duras: “La scrittura arriva come il vento, è nuda, è l’inchiostro, è lo scritto, e passa come nulla passa nella vita, nulla, eccetto lei, la vita”.
    Scrivere è stato per me, se mi è concesso servirmi dell’espressione di Bachtin, lasciare una testimonianza personale del costante mutare del mondo.»
    “””””””””””
    poi in un altro di enrique vila-matas che parlando di pitol dice, a proposito dello stile e :
    “””il suo stile è raccontare tutto senza venire a capo del mistero. Il suo stile è fuga da quelle persone tanto terribili perchè piene di certezze. Il suo stile è distorsione della visione. Il suo stile è viaggiare e perdere paesi e in questi paesi perduti perdere sempre uno o due paia di occhiali, perdere gli occhiali e perdere i paesi, perdere tutto: non possedere nulla ed essere stranieri sempre. “””
    sono sempre piu’ convinto che lo scrittore debba essere straniero sempre e qui si potrebbero citare illuminanti considerazioni di edward said ma non solo.

  12. […] di Francesco Forlani articolo pubblicato sul sito Alfabeta 2 […]

  13. pasquale vitagliano ha detto:

    “Il suo corpo parla”. Il princio di realtà ha ucciso la realtà.

  14. pasquale vitagliano ha detto:

    Errata corrige: Il principio (…)

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