[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su “PrecarieMenti”, blog che si definisce “uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria”.]

Valentina Fulginiti

Il lavoro dei tuoi sogni

Molti iniziano da un tirocinio per acquisire competenze pratiche in ambiti dove hanno poca o nessuna esperienza, nella speranza di portar via almeno un po’ di preparazione specifica, di imparare concretamente come funziona una biblioteca, un museo, un teatro, una redazione, un ufficio stampa.  Altri, invece, sognano di acquisire le competenze pratiche tralasciate in corsi di studio umanistici, tradizionalmente pensati come anticamera per una carriera di insegnanti e nulla più. Ma c’è anche chi si adatta allo stage per svolgere lavori ai quali non aveva mai pensato, e che non c’entrano nulla con la propria formazione. In casi simili, lo stage è semplicemente il nome di comodo dato a un contratto che non verrà mai firmato. In parole povere, una truffa per risparmiare sui contributi e dribblare qualsiasi obbligo contrattuale.

Ce ne parla Barbara*, maestra di nido precaria, anch’essa anonima per timore di ritorsioni: «Non c’è stato nessun monitoraggio sul mio lavoro; inoltre, nel corso dello stage, non sono stata affiancata a nessuno di preciso. Una volta imparato il lavoro, ho iniziato ad avere le stesse mansioni degli altri lavoratori, l’unica differenza è il tipo di contratto». A differenza che nelle altre testimonianze, qui almeno è previsto un rimborso spese. Come ci spiega Barbara: «In questo determinato ambiente non credo venga assunto nessuno a titolo gratuito». Il futuro non è però meno nebuloso:

“Lavoro qui da sei mesi perché, nonostante non abbia mai smesso di cercare, non ho ancora trovato nulla di meglio. Probabilmente mi sarà chiesto di rimanere visto che si tratta di un ambiente lavorativo in forte espansione. Le condizioni le scoprirò probabilmente in tempi non utili. Se tuttavia la paga oraria e il contratto non miglioreranno, dubito di accettare.”

Il fenomeno del lavoro sotto-pagato o non-pagato camuffato da stage è trasversale. Tocca le scuole private dove ai docenti viene chiesto di allungare gratuitamente l’orario di lavoro (chissà quanti genitori ne sono a conoscenza) e asili nidi sempre più simili ai baby-parking dei centri commerciali; tocca i supermercati e le grandi catene di abbigliamento, dove si viene presi come stagisti per fare le commesse o i magazzinieri. E mentre ministri e sottosegretari (a cui, per carità di patria, non domandiamo che mestiere svolgano i figli) esortano i giovani ad “accettare qualsiasi lavoro”, c’è chi dopo due lauree e un tirocinio, arriva alle stesse conclusioni, e torna a fare il cameriere in nero, che almeno ti pagano in contanti. La laurea finisce in un cassetto, insieme alle speranze e ai sogni. Salvo uno: quello, ormai ossessivo, di fare le valigie.

C’è chi dice no?

Perché persone giovani, preparate, con buona padronanza di una o più lingue straniere, si adeguano alla proposta indecente di un finto stage, cioè di un lavoro non retribuito che spesso si profila come una perdita di tempo fin dal primo giorno?

A spingere molti è la fame di esperienza qualificata, da poter inserire nel curriculum. Se non hai esperienza non ti assumono, se non ti assumono non fai mai esperienza; pur di rompere il circolo vizioso, si accetta di lavorare a titolo gratuito. Spesso, tuttavia, la fame di esperienze “formative” si somma ad altri fattori, decisamente più prosaici, come la mancanza di lavoro tout court. Come racconta sempre la maestra di nido Barbara, che ha accettato di fare la stagista ad occhi aperti, lucidamente, in assenza di offerte di lavoro ‘vero’:

“Tra le numerose offerte di stage invece, questo era il più conveniente a livello di ore, durata dello stage (10 mesi) e rimborso spese, soprattutto se messo a confronto con molti altri stage che richiedevano un impegno a tempo pieno, a parità di retribuzione (o addirittura con rimborsi spese inferiori).”

Come Iolanda, Francesca, Federica, Barbara e le altre, un’intera generazione “prende tempo” di fronte alla crisi. Tampona la momentanea situazione di disoccupazione con un “qualcosa” che è “sempre meglio di niente”. Il punto è se l’Italia possa permettersi di fare come loro, con il rischio di perdere, oltre a del tempo prezioso, anche le migliaia di giovani che ha formato.

Senza condizioni

Le storie raccolte hanno in comune poco o niente, dal punto di vista delle mansioni svolte, delle provenienze regionali dei candidati, delle età e degli ambiti culturali precedenti. Hanno invece quasi tutto in comune, dal punto di vista contrattuale. Niente rimborsi spese per le trasferte (con la citata eccezione di Banca Intesa); niente o pochissimi buoni pasto («28 ore settimanali, c’è un rimborso spese fisso mensile, il pranzo dovrebbe essere compreso ma non sempre lo è, conviene comunque portare qualcosa da casa», racconta Barbara), nessuna retribuzione o, nella più rosea delle ipotesi, paghe da fame, concorrenziali con la paghetta di mamma e papà.

Altro punto in comune, la vaghezza o la totale discrepanza delle mansioni richieste, su cui facilmente si innestano strategie di mobbing. I candidati si adattano alle nuove richieste con umiltà e serietà, ma è difficile capire come inserirsi in contesti che cambiano di continuo. Soprattutto se all’azienda o all’ente non interessa affatto inserirli, perché tra sei mesi, si cambia, e arriva il nuovo stagista. Che, da “ultimo arrivato”, è nella posizione perfetta per diventare il capro-espiatorio e il parafulmine di tutte le tensioni. L’elemento di umiliazione, anche quando non sfocia nel mobbing vero e proprio, sembra essere la costante di queste storie, come riassume l’accalorata protesta di Iolanda:

Accanto a ciò, e nonostante ciò, un lavoro che mi è piaciuto (peggio per me), tanto da accettare di tornare anche quest’anno, solo per un laboratorio da fare con bambini, ovviamente non retribuito. Tu penserai,o forse no (ma tanto lo hanno pensato, più o meno esplicitamente, tutti quelli con cui mi sono trovata a parlare) che sono proprio scema; no, dico io, sono una precaria! e qui “precaria” non è solo un aggettivo, ma una forma mentale, un modo di vivere, solo superficialmente accettato, ma inaccettabile; una precaria che dopo la laurea ha lavorato in un negozio e lavora ora in un ristorante, e che le uniche cose interessanti che ha fatto in questo paese per vecchi, più o meno attinenti al suo percorso di studi, le ha fatte come volontariato (pur sempre onorevole) o come tirocinio non pagato e senza prospettive concrete (umiliante).

L’umiliazione non è un elemento particolare, tipico di una singola esperienza: è invece una componente strutturale di questo meccanismo perverso. La svalutazione delle competenze e delle abilità di un’intera generazione (oltre che dei suoi percorsi formativi, prima enfatizzati oltre il giusto e poi derisi come non adeguati o puramente “libreschi”) è funzionale al continuo turnover, che trasforma il non-salariato in una pedina senza valore, perfettamente sostituibile nel gioco dell’azienda.

I meccanismi di controllo.

Lavoratori non pagati, chiamati a fare di tutto sotto nomi altisonanti come quelli di marketing e comunicazione, e in un turnover continuo: questa è la realtà nascosta di tanti, troppi, “stage post-laurea”. Ma possibile che nessuno se ne accorga? Se il tirocinio è un’esperienza formativa, perché non esiste controllo? E se il controllo formalmente esiste, chi controlla i formatori?

In molti casi, le aziende pubblicizzano direttamente il loro “tirocinio”, su siti specializzati o bacheche elettroniche per la ricerca di lavoro. Sta al candidato, in quei casi, valutare la serietà dell’offerta – magari, suggeriamo noi, appoggiandosi a testate come quella fondata e diretta da Eleonora Voltolina, La Repubblica degli Stagisti, che da anni compie un’operazione di denuncia delle violazioni più gravi e segnala, invece, le esperienze più serie e formative.

Diversa è la questione, se le offerte appaiono su siti di università, o se la firma del contratto avviene mediante programmi nazionali e banche dati come quella del progetto FIXO, conclusosi la scorsa primavera. In questi casi, la garanzia dovrebbe essere costituita dalla serietà dell’agenzia formativa in questione, oltre che da un monitoraggio su entrambi i fronti, a tutela non solo dell’azienda, ma anche del tirocinante. In molte delle esperienze raccontate, invece, il ruolo dei tutor universitari (o del docente che fa da garante dell’esperienza) si è limitato alla firma di un modulo. Così nel caso di Francesca:

“Ho inviato numerosissimi curriculum vitae utilizzando indirizzi e richieste presenti sul sito della mia Università, nella sezione dei tirocini. Non mi è stata proposta una formula contrattuale, semplicemente abbiamo seguito l’iter informatico e burocratico proposto dall’Università attraverso l’ufficio didattico. Dopo aver adempiuto queste pratiche, compreso l’inserimento della firma di un docente, l’Università non si è più interessata in alcun modo e non ha monitorato per niente il percorso del mio stage.”

Una presenza più attiva e vigile sarebbe forse auspicabile. Sempre che le università non si schierino preventivamente dalla parte delle aziende, anche quando queste vengono colte con le mani nel sacco.

A questo proposito, è da manuale la storia di Iolanda, che ha avviato il proprio tirocinio attraverso l’Università dove si era laureata, sotto la tutela di un progetto nazionale (la banca dati FIXO, progetto conclusosi all’inizio del 2009) e presso un ente pubblico, i Musei Civici di Arte Antica di Bologna. Il tirocinio non è retribuito, e per potersi fermare altri tre mesi in una città cara come Bologna, Iolanda deve trovarsi un lavoro part-time. Il problema della sopravvivenza dello stagista viene effettivamente preso in considerazione dal Comune, con gli effetti paradossali che seguono:

“Avevamo iniziato da una settimana, quando il Comune di Bologna bloccò tutto perché il contratto non era valido. Infatti, secondo una legge sfuggita all’attenzione di tutti, il Comune si vietava di impiegare tirocinanti a titolo gratuito, obbligandosi a corrispondere una cifra, anche minima, a titolo di rimborso spese. Il nuovo contratto prevedeva 150 euro lordi complessivi per tre mesi di tirocinio, poco più di un euro al giorno che di spese riesce a coprirne ben poche anche in un Paese del terzo mondo, figuriamoci in una città costosa come Bologna.”

Ad avvalersi di manodopera iperqualificata a costo zero, insomma, non ci sono solo “capitalisti senza scrupoli”. Spesso sono proprio gli enti pubblici (o agenzie private sovvenzionate con fondi statali) che usano il lavoro non retribuito di stagisti, per coprire i buchi di organico, rimpiazzare le carenze di personale, tirare a campare coi bilanci ridotti al lumicino dai continui tagli. Ci si trova a fare da “tappabuchi”; i tre mesi nell’area comunicazione diventano tre mesi a staccar biglietti e dar via volantini, con effetti deleteri sulla formazione:

“Il tirocinio doveva svolgersi all’interno della sezione didattica del museo, riguardando la realizzazione di visite guidate e laboratori con bambini e ragazzi, oltre a mansioni di segreteria per registrare prenotazioni e dare informazioni ad insegnanti e gruppi esterni. Il tirocinio è stato effettivamente interessante, ma la formazione avveniva in realtà in una sezione didattica quasi del tutto priva di personale specializzato (persone andate in pensione e non rimpiazzate dal Comune) e comunque non sufficiente per mandare avanti la normale attività del museo. […] I tre mesi iniziali sono stati prorogati e quindi sono diventati sei, coprendo quasi tutta la stagione didattica del museo (da settembre a marzo). Nell’anno successivo, in settembre, sono state prese altre due ragazze alle stesse identiche condizioni.”

Lo stage, anziché essere un’esperienza formativa, diventa un mezzo per sopperire alle carenze di organico, tenendo in piedi stagioni compromesse dai tagli. Del resto, le competenze che pure Iolanda riconosce di aver acquisito, dove potrebbero essere applicate? In quale altro museo potrebbero esser fatte valere, nello stato pietoso in cui versano i finanziamenti alla cultura?

Eppure, che enti pubblici, produttori e promotori di cultura, si avvalgano degli stessi meccanismi di sfruttamento e turnover impiegati dai privati, appare quantomeno in contrasto con gli ideali di humanitas incarnati dal sapere e dalla cultura che in essi si produce. Forse sarebbe opportuno prevedere che, per beneficiare di sovvenzioni statali e regionali, un’impresa culturale debba evitare di avvalersi di personale non in regola, e stabilire un tetto al numero di “stagisti” impiegabili ogni anno. E per quanto riguarda gli enti pubblici, sarebbe forse opportuno fissare per legge anche un tetto minimo al rimborso da erogare, per evitare soluzioni ipocrite come quella di pagarli 1 euro al giorno.

[Fine]

Le testimonianze sono state raccolte in diverse realtà del Nord e del Sud Italia, tra cui Milano, Bologna, Cremona, Bari, Enna e altre. Alcuni nomi sono stati modificati, e alcune provenienze omesse, per tutelare, oltre alla privacy degli intervistati, anche le loro future possibilità di impiego. Tutte le storie raccolte sono purtroppo autentiche.

La versione completa dell’inchiesta, apparsa in quattro puntate, si può leggere su PrecarieMenti.

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Una Risposta a Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 2

  1. Domenico ha detto:

    “Io credo in te, credo nelle tue capacità, sei una ragazza in gamba, non puoi fallire. Devi raggiungere l’obbiettivo stabilito, vendere 120 apparecchi questo mese e in futuro sarai come me! vedi a me non manca nulla!

    Intanto beccati questi 700 euro, meritati per le tue 12 ore giornaliere, sabati compresi. e spera!!!!!

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