[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su “PrecarieMenti”, blog che si definisce “uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria”.]

Valentina Fulginiti

Non è un problema solo italiano, quello degli stage e dei tirocini gratuiti. Se persino tra le vacche smagrite degli USA la concorrenza tra i laureati prende spesso la forma della possibilità di lavorare gratuitamente, figuriamoci in Italia, con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa (28,2% a febbraio 2010). Sono un esercito che fa surf sopra e sotto le statistiche: disoccupati, inoccupati, in cerca di prima occupazione, studenti, neo-laureati e diplomati allo sbaraglio, dentro e fuori la formazione e (spesso) con le valigie pronte. Stagisti, tirocinanti, volontari: come chiamarli? Anche all’interno della redazione di PrecarieMenti un po’ di dibattito c’è stato. “Il lavoro non può essere gratuito, per principio”, è l’obiezione che si affaccia alla mente di chi lavora nella cultura, sperimentando quotidianamente la fatica di veder riconosciuta come una professione ciò che molti vorrebbero considerare un hobby.

Ma a questo esercito di ragazzi, che si alzano presto e rispettano un orario, che per arrivare in ufficio si portano il panino da casa e si pagano di tasca il biglietto del tram, che fanno pure gli “straordinari” (ovviamente gratuiti pure quelli) se c’è un’emergenza o un progetto da finire, non si può certo rimproverare di starsene con le mani in mano. La definizione più corretta è forse quella di lavoratori non-salariati, che con la loro “forza lavoro” sostengono realtà aziendali evidentemente sempre più bisognose di sussidi e sovvenzioni. Ecco perché vi proponiamo questo viaggio. Un viaggio nell’Italia che lavora, ma non prende alcun salario.

Vincitori e vinti

C’è chi, dopo un tirocinio, riesce a inserirsi nel settore desiderato. È il caso di Marco, ex stagista part-time presso il settore formazione di Banca Intesa mentre ancora studiava. Alla prima esperienza, le sue aspettative erano riassunte in un’unica parola: “imparare”. Marco racconta di aver svolto mansioni precise:

Era uno stage, ben disegnato da parte dell’azienda, in tre mesi hanno cercato di farmi vivere il maggior numero di esperienze possibile, dalle riunioni di progetto al tutoraggio d’aula. Ho affiancato e supportato i project manager di alcuni interventi, tutor d’aula per alcuni corsi di formazione, ho intervistato tutti i responsabili del servizio formazione.

Il monitoraggio dell’azienda è stato costante; l’orario previsto, di 5 ore al giorno, è stato rispettato e, anche se non era prevista una retribuzione, c’erano rimborsi spese per sostenere il suo pendolarismo. Anche se non erano previste possibilità di assunzione, al termine del tirocinio Marco è rimasto in contatto con il suo tutor aziendale. Grazie a quell’esperienza, che lui giudica in maniera estremamente positiva, l’ex “stagista” oggi lavora ancora nello stesso settore, e come ci dice lui stesso, «in una società più importante, con responsabilità di processo e ben retribuito».

Tutte le storie di tirocini dovrebbero suonare come questa: svolte durante la formazione e non dopo; utili all’inserimento lavorativo; caratterizzate dalla trasparenza e dal rispetto degli obblighi pattuiti. Tuttavia, la realtà di molti tirocini è spesso diversa. Il cosiddetto tirocinio post laurea, sottoposto a minori controlli e non sempre rispondente a obiettivi formativi, è spesso un sinonimo eufemistico della parola “sfruttamento”. Dietro alla formula consolatoria dello stage si nascondono periodi di lavoro non pagato, truffe comodamente usate dalle aziende per risparmiare sui costi di nuove assunzioni, potendo contare su un ricambio continuo di candidati giovani, super-formati e disperati.

Senza futuro

Ma chi sono i lavoratori non-salariati del Terzo Millennio? E perché decidono di rassegnarsi a condizioni che, fin dall’inizio, appaiono inadeguate e umilianti?

Ministri e sottosegretari li accusano di non voler crescere, i colleghi più anziani li rimproverano di “non sapersi adattare”, di essere presuntuosi e di non voler “fare la gavetta”, mentre i colleghi precari imputano alla loro “concorrenza sleale” il crollo di tariffe e salari. Loro, i diretti interessati, si sentono senza prospettive, senza alternative, senza futuro.

Difficile dar loro torto. Come fare progetti, se le promesse di assunzione si smaterializzano a due giorni dalla fine del tirocinio? È quel che è successo a Francesca* (che preferisce non rivelare il suo vero nome), una laurea magistrale a pieni voti e già diversi tirocini formativi alle spalle. Appena laureata, comincia a cercare tramite gli elenchi di aziende disponibili sul sito della sua Università, nella speranza, come ci dice lei stessa, «di rendersi utile, di poter acquisire nuove competenze professionalizzanti, di accumulare esperienza e di dimostrare e mettere alla prova le proprie capacità». Il lavoro presenta alcuni aspetti vantaggiosi, per esempio il fatto di potersi svolgere a distanza, e con una grande flessibilità di orari. Le aspettative però vengono sistematicamente ribaltate, prima durante e dopo:

“Teoricamente lo stage era stato pensato per farmi partecipare ad un aspetto importante di un progetto dell’azienda, ma poi, nella pratica, non è stato così. Inizialmente mi era stato proposto di aiutare il titolare nel marketing di un progetto. […] “Marketing” è la dicitura che il titolare ha inserito nel modulo dell’Università. In realtà quel progetto, per problemi organizzativi dell’azienda che esulano dalle mie competenze, non è mai partito. Questa notizia mi è stata data solo quando ero già a metà del mio tirocinio, mentre prima mi era stato detto di pazientare perché mancava poco all’attuazione.”

Invece di acquisire le agognate competenze di marketing, Francesca si ritrova a svolgere mansioni di carattere impiegatizio, a compilare cataloghi in Excell, a scrivere lettere e fare ricerche in internet. Peraltro, non sempre in modo organizzato:

“Peccato che non sempre i titolari mi preparassero mansioni da svolgere, per cui, spesso e volentieri, ho passato le mie sei ore davanti al computer in attesa che si facessero vivi, senza aver nulla da fare e restando completamente improduttiva. In altre occasioni, invece, i lavori arrivavano all’improvviso ed era necessario svolgerli con una certa celerità, per cui mi è capitato di lavorare per più ore del previsto.”

Malgrado la delusione e i continui cambiamenti di rotta, lei si impegna e lavora seriamente, ottenendo buoni risultati, come sembra confermato dall’atteggiamento positivo dell’azienda: «Il mio operato è sempre stato valutato positivamente, più volte sono stata lodata, anche davanti a terzi. Inoltre, in corso d’opera, mi era stata prospettata la possibilità di continuare la collaborazione con l’azienda attraverso una qualche forma di lavoro retribuito».

Alla scadenza, la doccia fredda. Soldi non ce ne sono. Nemmeno per un contratto a progetto. Francesca è congedata senza tante parole, solo con la vaga promessa di tenerla presente «per un piccolo contratto di collaborazione, se dovessero arrivare finanziamenti». Come si fa, in queste condizioni, a parlare di “futuro”?

Mobbing e autostima

Trovarsi paralizzati ad aspettare indicazioni per sei ore di fila non è di sicuro un balsamo per l’auto-stima. Da questo punto di vista, il caso di Francesca non è affatto isolato. La parola “umiliazione” ricorre, infatti, in molti racconti di stage non pagati. Non solo inutili ai fini dell’inserimento lavorativo, tali esperienze rischiano di essere addirittura controproducenti per il lavoratore inesperto, che finisce per interiorizzare la situazione di stallo, attribuendola a se stesso e ai propri “limiti”.

Spingere il lavoratore a sentirsi un “fallito” è una pratica assai diffusa, che ha un nome ben preciso: mobbing. Con una differenza importante, però. Il lavoratore “mobbizzato”, pur nella sofferenza estrema, può almeno rivolgersi ai sindacati, che hanno relative possibilità di azione nel quadro di una cultura giuslavoristica che finalmente è arrivata a contemplare questo tipo di angheria. Ma chi difende lo stagista mobbizzato?

Nessuno ha difeso Federica*, che ci racconta la sua storia di “stagista” come tanti. Laurea umanistica, qualche esperienza di lavoro in nero, fino a quella che le appare come la svolta: un posto da ufficio stampa in un teatro, con le più tradizionali mansioni previste da questo ruolo (rassegna stampa, archivio degli articoli, contatti e sistemazione dei database, preparazione dei comunicati stampa, preparazione della conferenza stampa e contatto con i giornalisti).

La selezione superata nel più classico dei modi, CV e colloquio, quindi arriva l’offerta. Il contratto, per la verità, non è esattamente uno stage. Ma non per questo le condizioni sono esaltanti, e Federica, quando decide di accettarle, ne è consapevole:

“Un contratto a progetto di 3 mesi a 1500 euro totali pagati alla fine dei 3 mesi di prova, alla fine dei quali verrà deciso se assumermi con contratto di un anno a 800 euro al mese a tempo determinato, la clausola è che se mollo prima dello scadere dei 3 mesi non vedo un soldo e se invece mi licenziano loro alla fine dei 3 mesi mi pagano ugualmente. Mi sembra onesto. Il lavoro che sogno, laureata da poco… qualche mese di prova ci può stare.”

Ben presto, però, il lavoro dei sogni comincia a trasformarsi in un incubo. Ruota tutto intorno alla figura di un “secondo direttore artistico”, figura avvolta in un alone di mistero, che si manifesta per sfuriate ascoltate da dietro la porta, ma con cui Federica non ha contatti diretti. Dall’insicurezza alla rottura il passo è breve:

“[A] novembre inoltrato ricevo una e-mail rivolta a me e messa a conoscenza di tutto l’ufficio da parte del secondo direttore artistico che non ho mai visto e che parla del rendimento del mio lavoro, di come sto andando e del fatto che devo stare attenta perché a dicembre scadono i contratti. Non percepisco una lira, passo giornata, serate e fine settimana in teatro, non mi viene rimborsato il viaggio e il pasto e non ho nemmeno il diritto di sapere a voce come procede il mio lavoro e per giunta devono saperlo tutti i miei colleghi. Mettendomi nella condizione di replicare, oltretutto, a tutto l’ufficio.

Inizia con questo primo scambio di mail una durissima corrispondenza fatte di allusioni, provocazioni e rimproveri. Cerco quindi di lavorare di più, di fare ancora meglio, mi dispero per non essere all’altezza, mi sfogo con i miei colleghi che hanno vissuto prima di me lo stesso trattamento e lo subiscono in silenzio mentre lo sto subendo io. Mi sembra impossibile lavorare in una struttura che riceve soldi pubblici, che ha un’idea fine e intelligente del teatro di ricerca e che non ha rispetto e sensibilità per chi vi lavora e lo produce. La settimana prima della scadenza del mio contratto e di quello dei miei colleghi tutti sanno già del loro rinnovo mentre io non sono ancora stata chiamata per sapere se devo restare o andarmene.”

Da questo racconto, si potrebbe ipotizzare che sia la qualità del lavoro di Federica ad essere  inadeguata. Lo pensa lei stessa, diventata, come ci dice, «insicura e scontrosa». Eppure alla fine del periodo di prova, quando finalmente è pronta a vedere i 1500 euro pattuiti, le viene proposto un rinnovo di contratto. A quali condizioni, però? «Un contratto di 6 mesi a 600 euro al mese con 4 mesi di preavviso nel caso volessi licenziarmi, dunque si prospettano altri 6 mesi senza vita, senza gratificazione e senza soldi. Nessuna soddisfazione solo tanta gastrite e un lavoro sfruttato e sottopagato».

A questo punto Federica, che nel frattempo è tornata a dipendere economicamente dai genitori, ha smesso di uscire e passa le sere libere a lavorare o a litigare con il partner, ha un soprassalto di dignità e dice basta. Imitata, come scoprirà più tardi, da molti dei suoi predecessori e successori, compresi quelli che, alle sue stesse condizioni, non hanno resistito, andando via prima dello scadere dei tre mesi, e perdendo anche i magri 1500 euro pattuiti.

A quasi un anno di distanza, all’ex-precaria, consapevole della componente di mobbing subita, torna la voglia di ricominciare, di sperimentarsi nello stesso ambito, senza prestar fede alle valutazioni umilianti e irrispettose di chi ti ha mobbizzato: «Oggi, nonostante sia passato più di un anno da quegli eventi ne sono ancora scossa e ferita, una ferita che non si rimargina. Per fortuna mi è ritornata la voglia di rimettermi in gioco e di riprovarci».

Federica ha deciso di non arrendersi. Per questo ha raccontato la sua storia: perché altri come lei, disposti a qualsiasi sacrificio pur di accedere al lavoro dei loro “sogni”, non si ritrovino a vivere un incubo.

(continua)

Una Risposta a Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 1

  1. Rolando ha detto:

    devo dire che, da padre di due ragazzi di 18 e 14 anni, a sentire questi racconti mi son venuti i brividi (ed anche qualche conato…). lavoro in una grande azienda, e vedo molti di questi ragazzi, sottopagati ed utilizzati come manovalanza, come carne da cannone da parte della dirigenza. questi ragazzi sono costretti ad essere ossequiosi verso il dirigente con cui lavorano, un comportamento che i vertici aziendali non possono aspettarsi da parte dei dipendenti di più lungo corso. la qualità del lavoro decade, perché il dirigente ha il solo scopo di centrare il proprio obiettivo presentando il progetto, e non importa che sia un progetto fattibile o meno, visto che l’eventuale messa in esecuzione viene demandata a società esterne, fatte anch’esse di altri ‘stagisti’,
    non mi pare un buon quadro per il futuro di questa generazione in Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *