Gianluca Gigliozzi

Una zia con appartamento gravemente lesionato se ne sta da quindici mesi in albergo – ma due giorni dopo la nuova manovra economica del governo la chiamano i Responsabili di un qualche ente supervisore – annunciano solenni e inflessibili che deve sloggiare da là, e senza fiatare – ci sono state complicazioni, subentrate nuove disposizioni, le carte inoltre parlano chiaro – la situazione di per sé non lo è affatto – è chiaro solo che è pessima – potrà avere almeno un contributo minimo per pagarsi un affitto? – assolutamente no! Dopo qualche giorno va ad informarsi presso altri uffici competenti che però comunicano un parere concorde al verdetto della commissione. Passa ancora qualche giorno e dallo stesso ufficio la richiamano e le dicono che sì, si sono sbagliati, potrà avere un contributo minimo. Intanto parte la caccia a un alloggio nei frastornati dintorni – che impennata il prezzo degli affitti in periferia e nei paesi circostanti : propongono come appartamenti certe stamberghe! Ce n’è uno che però non costa molto e che è piuttosto grazioso, ristrutturato da poco – solo che si trova in un quartiere un po’ scosceso ai limiti estremi della Zona Rossa – a pochi metri dal portone della palazzina i soliti militari a controllare che accedano solo alcuni professionisti avanguardisti che là hanno riaperto i loro studi – pensare che la palazzina s’erge come un baluardo della Civiltà contro la circostante congerie di strutture in via di decomposizione – che emozione affacciarsi dalle finestre del piccolo rifinitissimo alloggio specie di notte – sai che buio abissale, genuino – immagino un annuncio possibile – affittasi ampio trilocale dotato di tutti i coMfort in zona ai limiti del reale–––

Diario letterario, artefatto, quello di Gombrowicz, scritto appositamente per il pubblico di una rivista – acute e talvolta dirompenti riflessioni sul rapporto tra Vita e Forma, tra arte e cultura, tra artista e comunità di artisti e tra letteratura e nazionalità. Per molti aspetti lo sento vicino : problematico, inquieto, insofferente, ma coraggioso e lucido come nessuno – capace di affrontare i nodi essenziali di certe questioni senza farsi sopraffare o scoraggiare dal timore della propria inadeguatezza, senza mai considerare la propria personalità come fattore arbitrario, deformante––––

Gombrowicz ha compreso ed espresso meglio di chiunque che tutti noi umani inseguiamo la Forma, che tutti vogliamo essere determinati dalla Forma – che quindi ognuno di noi come essere concreto, situazionale, è modellato dallo sguardo e dal giudizio altrui che ci inForma, che concorre a costituirci – ma ha anche compreso ed espresso il bisogno viscerale d’ognuno di disfarsi della Forma, la necessità profonda di liberarsene per poter dare ancora una possibilità al divenire autentico, ossia imprevedibile. A parte forse Ferdydurke, mi pare che il Diario sia ancora più radicale e provocatorio di quanto lo siano in genere i suoi romanzi. Che grande insofferenza la sua nei confronti degli scrittori che si votano all’Arte, dei poeti che si mettono al servizio della Patria, dell’Onore, della Nazione (oggi si direbbe dell’Identità Culturale) – la letteratura polacca viziata ed indebolita da una permanente vocazione al Servizio. Gombrowicz insiste molto sul legame necessario tra Idea e Vita – rifiuto dell’idea astratta, non incarnata, non vissuta umanamente, non calata nella situazione storica e sociale – osservazioni acutissime sul rapporto tra Immaturità e Maturità, tra Giovinezza stupida e barbarica ma portatrice più o meno insana di vita come autentico, innocente divenire, e Adultità saggia e avveduta ma già in sentore di morte – caratterizzata da un’invidia radicale per ciò che non è ancora formato, definito, civilizzato – e ancora sul rapporto tra Inferiorità come potenza sessuale avida e amorale ma vivificante e Superiorità come Cultura, che però comporta falsificazione, irrigidimento, cristallizzazione––––––

Sera fresca di fine luglio – con un giovane amico dialettico parto alla volta del centro – diretti al punto più vitale al momento – una piazzetta un po’ parigina dove in mezzo svettano maestosi tigli – qui è aperto un bar cool coi tavolini di fuori e giovani che sorseggiano vino o superalcolici – è la stessa piazzetta su cui si affaccia la più amata e frequentata cantina sociale del vecchio centro, che però ha chiuso proprio qualche giorno prima per ferie. Nella cantina : persone di tutte le età, niente musica assordante, il piacere di ritrovarsi dopo poco o tanto tempo e perfino tra sconosciuti – non sempre e non in tutti, ma in molti di quelli che incontri nella cantina il bisogno di svagarsi non sembra disgiunto dalla coscienza di quel che è diventata la città e dal timore di cosa potrebbe diventare ancora sotto la pressione degli Sciacalli di Palazzo e dei loro rapaci o incapaci emissari. Qui nel nuovo bar dal design glaciale invece : molti giovanissimi, musica che rimbomba dalla postazione del deejay, il piacere di ritrovarsi in piccoli gruppi a bere e chiacchierare come se intorno la città fosse quella di sempre – come se fosse normale che i militari con la loro baracca e il fuoristrada si trovino nella stessa piazza, appena nascosti dai tigli, a pochi metri dai tavolini, a distanza minima dalla postazione del deejay. Da dove siamo si ha sempre sotto gli occhi l’accesso barricato di una lunga via del vecchio centro – in fuga dietro l’inesorabile transenna una lunga teoria di palazzi belli e dannati che, visti da dove siamo seduti, non sembrano poi così malmessi – a volte ha i suoi vantaggi spirituali l’essere miopi e astigmatici e ciononostante andarsene in giro, come faccio io, senza occhiali – così i raggi fulvi del sole declinante che si insinuano per la via senza vita danno alle facciate dei palazzi un’aria ineffabile, suggestiva e struggente – il lirismo presuppone quasi sempre una certa incapacità di mettere a fuoco insiemi ampi. Bevo e chiacchiero come i veri giovani là intorno, io che giovane lo sono e lo sarò sempre meno. Osservo i loro gesti di giovani, la loro giovinezza splendida e barbarica, la loro magnifica indifferenza al circostante sbrindellato scenario. Anch’io cerco di aderire del tutto a quello che dico e che ascolto, concentrandomi più che posso senza alzare lo sguardo, respingendo immagini, ma mi sto ingannando – sto malamente fingendo che l’esterno, per come lo vedo da dove son seduto, non abbia sull’anima alcun influsso – mentre loro non fingono affatto, sono autentici nella loro indifferenza che viene non da una certa fatuità ma semmai da una incerta libertà – il desiderio di normalità è in loro spietato, naturale, organico – in ogni loro gesto la vita aspira a superare il disastro––––

: –a un tratto però ecco che dietro di me spunta un’auto sportiva di lusso che con cautela acquatica scivola tra il palazzo abbandonato alla cui base si trova l’ingresso al bar artico e i tavolini disposti lungo un lato dell’aiuola da cui si slanciano vigorosi i tigli profumati – l’auto di lusso s’accosta e si blocca poco distante dal nostro tavolino – scendono nell’ordine una mora slanciata dalle forme provocanti, il guidatore dalla chioma folta-guerriera nei panni standard di navigato seduttore e infine il suo galoppino in tenuta da yacht – tutti e tre si dirigono verso il bar raggianti, come se fossero semidei incaricati di portare un messaggio di luce a sfere inferiori, perdute––––––

Quando si tratta di valutare i suoi contemporanei (così come i suoi maestri) Gombrowicz non guarda in faccia a nessuno – per quanto occupi buona parte del testo a smontare i suoi connazionali scrittori, è piuttosto tagliente anche quando prende in considerazione la situazione culturale argentina, con il suo fanatismo per le alte sfere e per la poesia a tutti i costi, con i suoi autori che sfornano libri a ritmi sfrenati :

«Il lettore medio argentino non era affatto così male: anzi era ricettivo e, soprattutto, molto meno complessato dei polacchi. Ma in un ambiente dove nessuno si fidava di sé né degli altri (noto flagello dei milieu culturali di secondo piano) e dove mancavano persone incapaci di imporre un valore, Ferdydurke non poteva acquistare autorità – e invece i libri difficili e che richiedono sforzo non possono fare a meno di un’autorità che costringa la gente a leggerli» (vol. I, p. 198) : –)––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––non c’è forse in Italia una situazione simile, con in più la boria di tanti scriventi che sanno di aver avuto una tradizione di alto livello e credono di esserne all’altezza senza però esserlo effettivamente? – o semplicemente se ne fregano di avercela alle spalle, una tradizione del genere – così ci si sente più liberi, dicono – specie quelli più giovani, ma non solo loro, che così senza accorgersene si ritrovano in trappola proprio grazie a questa riverita libertà – il passato come fardello o come orpello – l’imperativo cinico del bisogna guardare avanti! – attenzione però che più avanti iniziano le sabbie mobili–––––––

Qualche sera dopo torno al pub cool nella piazzetta coi tigli profumati – sempre musica ad alto volume che invita alle danze gli spettri per poterli riunire e poi meglio dissolverli a battiti di bass & drums. Stavolta siamo in quattro : l’amico dialettico che conosco da anni e con cui mi relaziono con una Forma piuttosto definita + un suo amico che conosco poco e con cui dunque la Forma è piuttosto instabile + la fidanzata di quest’ultimo, che non conosco, e con cui dunque la Forma è tutta da costruire – tre sguardi che ti rimodellano e a cui bisogna andare incontro con le parti migliori, e poi regolarsi in base alle risposte verbali e non verbali, per rilanciare una certa apparenza di se stessi che sia efficace, congruente, funzionale – dinamiche complicate a riferirle in modo lineare, è prodigioso come fili tutto liscio il più delle volte – forse la vacanza imminente all’estero mi rende meno pensoso e più spigliato – più incluso nella giovinezza che domina nella piazzetta – armonizzato all’immaturità incolpevole degli avventori–––––

A casa però, mentre attendo il sonno che tarda, rimugino su questi giovani intravisti e invidiati – forse non sono poi così liberi come li avevo immaginati in un primo momento – liberi sì ma fino a un certo punto – ossia fino al punto in cui la libertà non rovina la serata – si adattano come tutti alla Forma che reciprocamente si attribuiscono – si raccontano storie, si seducono, si provocano – si valutano, si modellano, si costruiscono le loro interfacce mutevoli – liberi sì, ma soprattutto liberi di non vedere ciò che sta intorno – che per loro la libertà dello sguardo non annienti la libertà di sentirsi giovani qualsiasi di una qualsiasi città dell’occidente libero – liberi di godersi l’attimo e così liberarsi del presente calamitoso – il culto di Santa Normalità ha le sue liturgie, semplici solo a una prima occhiata––––––

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Una Risposta a Biogrammi 2

  1. fabio teti ha detto:

    Una scrittura che sappia tenere insieme il disastro, lo sguardo attraverso, e insieme quello obliquo, sovraimpresso, della meditazione e del montaggio – è un insieme da cui si può solo imparare. Resto su questo piano, perché non ho le basi per discorrere materialmente sulla situazione aquilana; e, su questo piano, quello della scrittura, sono grato a Gianluca.

    f.t.

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