Gherardo Bortolotti

Uno dei tratti caratteristici della fantascienza cosiddetta cyberpunk, e uno dei motori del suo fascino, almeno per quel che mi riguarda, sembra essere la sovrapposizione ricorrente di eros ed elaborazione delle informazioni. In William Gibson, per esempio, il cyberspazio diventa il luogo di malinconici fantasmi amorosi; allo stesso modo, un oggetto virtuale come l’aidoru diventa passibile di nozze. Neal Stephenson, nella figura dei tamburini dell’Era del diamante, esplicita la cosa al punto da mettere in gioco la nanotecnologia per permettere al coito di diventare elaborazione di dati tout court. In Fairyland, Paul J. McAuley sposta la figura dell’hacker dall’informatica alla genetica e finisce per applicarne l’opera ai corpi perversi e, soprattutto, polimorfi delle “bambole”, prostitute semicoscienti progettate e generate in laboratorio.

In qualche modo, sembrerebbe che la somma astronomica delle informazioni, il loro attraversamento, la loro manipolazione e l’accesso alle loro sedi diventino le articolazioni di una specifica dimensione del piacere, che ricorda quella già individuata da J. G. Ballard. Lo scrittore inglese, non per nulla considerato uno dei padri spirituali del cyberpunk, tematizza ripetutamente, ne La mostra delle atrocità e in Crash per esempio, questa sua fascinazione per l’inorganico, per il pre- o il post-umano, una fascinazione che condivide, con quella cyberpunk, una specie di pulsione negativa, verso la dissoluzione schizofrenica del soggetto nello spazio di ciò che è inerte.

Non si hanno molte difficoltà a vedere, anche nella rete, questa stessa sovrapposizione tra eros e informazione. Da una parte, notando la convivenza orizzontale, in essa, di pornografia e cognizione collettiva, entrambe presenti in quantità imponente. Dall’altra, accorgendosi del carattere essenzialmente di godimento che ha la fruizione on line. Qualunque esperienza prolungata di navigazione in rete, infatti, si basa sul desiderio di sapere, sul piacere del significato, sulla consumazione del dato, sulla tensione della scoperta, sul capriccio della curiosità.

Non cito, perché la digressione prenderebbe una piega sociologica che qui non interessa, la dimensione social del cosiddetto web 2.0 (ma già di quello “originale”, in effetti) e le implicazioni erotiche che spesso rivela questo suo carattere di relazione sociale. Ritorno invece a Ballard, ricordando come la relazione con il senso, che si instaura in rete, è analoga a quella che si intrattiene in tutti i media elettrici ed è la fascinazione quasi ipnotica verso l’inorganico, appunto, verso il minerale, l’acquatico, l’iconico.

A partire da questo tipo particolare di piacere, mi sembra si possa comprendere meglio anche la natura della produzione letteraria on line. Una produzione che, al di là delle intenzioni più o meno esplicite di chi la porta avanti, ha nell’accumulo dei contenuti il suo motore essenziale e nella validazione semiautomatica degli stessi, proprio in forza del loro status di contenuto, la sua “carica estetica” più peculiare.

In effetti, è una questione ricorrente quella della qualità della produzione letteraria in rete, di come vi si pubblichino testi all’insegna dello spontaneismo più incontrollato, dell’uscita completa dal canone e dai meccanismi di selezione, di giudizio, di stile. Ovviamente, la quasi totalità del flusso di scrittura che riempie il web non nasce da strategie coscienti che tengano conto delle condizioni specifiche del contesto in cui la produzione in questione verrà a trovarsi; né, tantomeno, è il frutto di espliciti programmi avanguardistici diretti alla dissoluzione delle categorie estetiche vigenti e, certo, si tratta in buona sostanza di un aspetto, tra i tanti, di un fenomeno molto più vasto di partecipazione ad una soggettività espansa, allo stesso tempo pubblica e privata, che nella rete si sviluppa.

Eppure, a fronte di quella dimensione erotica dell’informazione da cui siamo partiti, è anche comprensibile come questa ingente produzione di testi che si dichiarano letterari, accanto a quella di video, immagini, commenti, grafica e quant’altro, sia il lato attivo della fruizione massiva, labirintica, casuale, discontinua e ipnotica della rete. Una produzione che sviluppa, in forza della logica a cui partecipa, una propria dimensione estetica di accumulo anodino e continuo ed una validità autonoma, ovvero basata sulla sola presenza e sulla singolarità del proprio contributo. Una validità debole, sotto molti punti di vista, e tuttavia irriducibile, e cogente ai fini del piacere del senso, allo stesso modo in cui è amorfo, acefalo e farraginoso il discorso a cui partecipa ma, ciò nonostante, persistente, affascinante.

13 Risposte a Eros ed elaborazione delle informazioni

  1. carmelo ha detto:

    l’argomento che tratti è molto interessante e oggetto di continua riflessione da parte mia. Mi piacerebbe che Alfabeta2 lo affrontasse in modo più sistematico, ospitando anche saggi, interviste o informanfo sui numerosi studi e ricerche prodotti sull’argomento.
    Tu definisci erotico il rapporto tra il navigatore e la rete. Probabilmente è così per un numero ristretto e statisticamente poco significativo di persone, dotate di un sapere critico e che sperimentano fuori dalle rete il piacere del testo, della lettura e dello studio. Persone che sono in grado di selezionare i contenuti di qualità, dalla ridondanza di spazzatura.
    Invece io credo che nella maggioranza dei casi il rapporto è pornografico.
    secondo molti studi la gente non sa più concentrarsi su testi lunghi, schiva i paragrafi troppo compatti, assimila in modo superficiale e frammentato. Lavora saltando da un programma all’altro senza essere davvero presente in nulla. I giornali pubblicano ricerche e articoli sull’argomento che i lettori, il più delle volte, sbirciano distrattamente dopo averli trovati sulla bacheca facebook di un amico.
    È stata la manager-scrittrice Linda Stone, dopo aver lavorato per anni ai piani alti di Apple e quindi di Microsoft, a coniare l’espressione Continous Partial Attention. La Cpa corrisponde a quel febbrile stato mentale con cui l’utente passa da un’opportunità all’altra della rete, da una notizia all’altra, da un messaggio all’altro, dedicando a ciascuno un’attenzione momentanea e mai completa, ipnotizzato da un senso di costante ricerca e di crisi senza soddisfazione. Il flusso infinito di informazioni non serve più ad aumentare la nostra consapevolezza ma solo alla nostra necessità di sentirci connessi, non isolati dal network.

    C’e’ un altro fenomeno secondo me csu cui bisognerebbe riflettere. Qualcuno ha detto che in rete nessuno legge ma tutti scrivono.
    La solitudine e il narcisimo sono forse alla base di questa mostruosa e crescente mania di esibizionismo.

  2. carmelo ha detto:

    chiedo scusa, la citazione è di un articolo di Marco Mancassola e si puo’ leggere qui:
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/08/in-fuga-dalla-rete-gli-ambigui-vantaggi.html

  3. ho dato un’occhiata all’articolo e mi sembra molto interessate. l’unica cosa che mi dispiace è quel tono apocalittico (che mancassola non è certo il solo ad usare quando si parla di rete e, soprattutto, di scrittura on line).
    la discontinuità, la compulsività, la connettività e, altro aspetto fondamentale, l’accessibilità sono tutti elementi di questa dimensione erotica e, chiaramente, non sono “buoni” in quanto tali ma, credo, sono il necessario punto di partenza di ogni ragionamento sulla rete (e sulla scrittura on line e, perché no, dopo l’on line).
    intendo: non si può dire “la rete certo è bella peccato che sia discontinua, che sia compulsiva, etc.” perché è proprio quello la rete; un po’ come dire “la televisione che strumento meraviglioso, peccato che sia osceno”, etc.
    sulla distinzione tra erotico e pornografico, credo che vada bene in sede di classificazione per genere. in questo caso, per erotico intendo la dimensione del piacere/desiderio e, quindi, comprendente benissimo la pornografia (di nuovo: non è un tratto accessorio la quantità di materiale pornografico presente on line – e non è neanche cosa degli ultimi tempi, dato che già usenet era affollata di pornografia).

  4. ps: michele zaffarano, dal banco, mi suggerisce: epistemofilia.

  5. carmelo ha detto:

    sono d’accrdo con te, a nulla serve un atteggiamento di condanna a priori nè un’adesione incondizionata e superficiale. La rete E’ un potente strumento di informazione e di comunicazione, con un suo proprio linguaggio e una sua propria logica, ed è divenuto l’emblema dell’era digitale.
    credo che ci sia una differenza fondamentale rispetto alla TV ed è ben esemplificata da Umberto Eco:
    Allora, la televisione fa bene ai poveri e fa male ai ricchi: ai poveri ha insegnato a parlare italiano, fa bene alle vecchiette che son sole in casa. E fa male ai ricchi perché gli impedisce di andare fuori a vedere altre cose più belle al cinema, gli restringe le idee.
    Il computer in generale, e Internet, fa bene ai ricchi e fa male ai poveri. Cioè, a me Wikipedia fa bene, perché trovo le informazioni che mi sono necessarie, ma siccome non mi fido, perché si sa benissimo che, come cresce Wikipedia, crescono anche gli errori. Io ho trovato su di me delle follie inesistenti, e se qualcuno non me le segnalava, avrebbero continuato a restare lì.
    la distinzione tra ricchi e poveri è qui riferita all’evoluzione culturale.
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/07/wikinotizie-intervista-umberto-eco.html

    chi voglia fare lavoro culturale in rete deve interrogarsi sul mezzo e domandarsi quello che le persone possono fare con la rete
    occorre Occorre aprire la propria bottega, mostrare gli attrezzi del mestiere, socializzare il più possibile una riflessione sul mezzo, sui suoi strumenti, sulle competenze necessarie per utilizzarli in maniera efficace, sui rischi e sugli incidenti più comuni……
    continua wu ming 2:
    Chi vuole condurre in Rete una battaglia culturale deve sapere che la qualità dei prodotti è spesso meno importante della qualità sociale e politica dei processi di produzione. Dev’essere pronto a mettere in discussione i suoi criteri di buono e di bello. Un racconto “bello da scrivere” potrebbe non essere “bello da leggere”, ma questo non lo renderà “brutto in assoluto”. Distinguere tra il bambino e l’acqua sporca non sarà solo difficile: il più delle volte risulterà impossibile.
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/08/larchivio-e-la-strada.html

  6. paolod ha detto:

    …e intanto noi siamo qui a leggerci, a confrontarci e a riflettere in rete. Non è bello?

  7. domenico ha detto:

    Quando si dice: “de cazzibus”. Alafabeta 2, come Alfabeta1, furoreggia in cotali ‘trattati’.

  8. Umberto Rossi ha detto:

    A me sembra che se si vuole riflettere sulla produzione letteraria veicolata dal web (attenzione a generalizzare: man mano che opere letterarie del passato escono dalle forche caudine dei diritti d’autore, esse vengono convertite in formato elettronico e accatastate sul web, per cui si dovrebbe tenere conto che la produzione di immondizia – talvolta – s’accompagna a una maggiore disponibilità di testi talvolta non di semplice reperibilità), bisognerebbe andare a fare quattro chiacchiere con altri due scrittori di pari statura con Ballard, e sicuramente ben più solidi di Gibson e compagni (e imitatori): mi riferisco a Thomas Pynchon e Philip K. Dick.
    Del primo andrei a rileggere l’Incanto del lotto 49, e a riflettere su come il Trystero anticipi il web, e soprattutto ne colga già alcune caratteristiche fondamentali.
    Del secondo andrei a rileggere un po’ tutto, ma soprattutto Divina invasione, dove la Torah diviene ologramma, come dice Dick, ma in realtà un ipertesto.
    In altri termini: il web ce lo portavamo già dentro, si chiamava letteratura. Il fatto che ci ostiniamo a non capirlo dimostra come questa sia un’epoca di decadenza. E non per colpa della rete.
    (Ultima nota: bene ha fatto Eco ad andare a vedere quali boiate avevano scritto su di lui su Wikipedia; benissimo ha fatto a correggere le boiate; male fanno quelli che ironizzano su Wikipedia, ma non si tirano su le maniche e non ci mettono mano. Io la frequento quasi quotidianamente; quando trovo un’idiozia, non grido “o tempora o mores”, la correggo.)

  9. carmelo ha detto:

    @umberto
    ti ringrazio per le indicazioni bibliografiche e quanto prima leggerò i libri che consigli. L’argomento mi appassiona e sto cercando di recuperare il tempo perduto.
    Ho dato un’occhiata veloce (per ora) al tuo blog e noto con piacere che hai scritto molte recensioni sull’argomento e non solo.
    Se permetti, avrò piacere di riportare sul mio blog ( dove ho dedicato una sezione sul mondo digitale) alcuni dei tuoi testi
    grazie

  10. Luigi B. ha detto:

    Il discorso è evidentemente complesso.
    Non ho capito bene se Gherardo fa riferimento alla produzione generale nel web o a contenuti con specifiche caratteristiche. Cosa può essere chiamato letteratura online?

    è importante tra l’altro questo:
    “Qualunque esperienza prolungata di navigazione in rete, infatti, si basa sul desiderio di sapere, sul piacere del significato, sulla consumazione del dato, sulla tensione della scoperta, sul capriccio della curiosità.”

    A mio avviso vengono accostati attegiamenti che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. il desiderio di sapere non ha nulla a che vedcere con la consumazione del dato, così come il desiderio della scoperta non è come il capriccio della curiosità. Secondo me, ovviamente.

    Sotto questo punto di vista, e se Carmelo Bene aveva ragione nel dire che il porno è la voglia della voglia, l’esperienza in rete può erotica o pornografica. Nel primo caso, con Eros ci sarà Thanatos a dunque un equilibrio produttivo; nel secondo ci sarà solo il vuoto cosmico – la Rete – a rappresentare il vuoto che il trauma della nascita crea in ogni essere umano. Un vuoto che – così come nella realtà – si cercherà invano di riempire guidati esclusivamente dal principio del piacere primario etc.

    Se tutto ciò è verosimile, allora le letterature che ne vengono fuori sono diverse – se letterature sono.

  11. in effetti, mi riferivo a tutta la produzione on line e ne ricavavo alcune considerazioni circa la produzione più strettamente letteraria.

    in poche parole, mi sembra che la produzione letteraria on line ancor prima che su considerazioni e strumentazioni estetiche legate alla tradizione letteraria, appunto, si basi su uno specifico che le deriva dal suo essere on line e che, appunto, riporto alla dimensione di piacere legata all’informazione (al sapere, al senso, etc.) declinata nei termini massivi e tuttavia puntuali della produzione di contenuti, ognuno valido in quanto tale e, in quanto tale, irriducibile.

    non chiedermi cosa può essere chiamato letteratura online perché allora ti chiedo cosa può essere chiamato letteratura 😉 (non c’è che dire: hai proprio una vocazione all’ontologia).

    sul discorso del piacere segnalo questo post, di un blog che ho scoperto solo ieri e che mi sembra davvero interessante:

    http://www.eschaton.it/blog/?p=2637

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