Gianluca Gigliozzi

La villetta a luglio specie al secondo piano è un forno – apriamo così tutte le finestre per far circolare un po’ d’aria, ma la corrente produce come effetto principale dolori alla cervicale. In tre siamo a vivere nel forno, svuotati, spossati, la pelle sempre umida – chi in una camera tutta in penombra si stende sul letto tuffandosi nel refrigerio virtuale d’un presunto capolavoro, voltandosi e rivoltandosi come in un incubo – chi vaga nelle parti in ombra tra i vasi e le piante del giardino, nettando e innaffiando, e ricevendo di tanto in tanto spifferi tenui ma preziosi – e chi passa stordito dal paludoso palinsesto estivo allo schermo di un calcolatore dove scorrono le novità del giorno la cui consultazione rigenera il senso di cittadinanza attiva che mette per un po’ sullo sfondo l’assedio snervante in corso–––

Quello col mio nome dopo una notte insonne decide che bisogna reagire, non farsi stremare dal caldo e dalla noia ma prendere l’iniziativa per scongiurare questo stato opaco – inizia a ridire di sé Io, a collegare a questo marchingegno detto Io una volontà – si dice per consolidare il legame Io adesso vado a correre – Io voglio andare a correre – per resistere alle sferzate del Vuoto, per riprendere pieno possesso del mio organismo – un desiderio è proprio quello che ci vuole per riattivare il marchingegno Io – dunque Io andrò a correre tra poco sotto le conifere e i tigli che circondano il Castello Cinquecentesco – sarà un piacere correre a quest’ora di mattina nella fresca penombra di conifere e tigli che circondano il Castello Cinquecentesco o Forte Spagnolo, lassù nella zona più alta della città – effettivamente mi sorprendo poco dopo ad uscire dalla villetta e dirigermi verso il Castello, verso la zona più alta di questa città – la più malferma e bucherellata e puntellata d’Italia al momento––––

Quell’Io arriva dopo una ventina di minuti allo spiazzo antistante il parco del Castello Cinquecentesco, dopo aver traversato il primo anello periferico in cui già imperversano gli strepiti di betoniere, gru, ruspe, camionette, ordini di capocantieri. Quest’Io si decide per un giro largo, tanto per vedere se nel frattempo c’è qualche novità anche minima spuntata lungo l’asse percorribile che attraversa la cosiddetta Zona Rossa – in effetti sì, ha riaperto gli storici battenti un bar situato nella parte del corso resa accessibile di recente, quasi tutta puntellata e imbracata – ma le reazioni affettive dell’Io che dico per agio mio sono smorzate – insomma quest’Io non è vibrato da commozioni come forse dovrebbe – così come non lo era tre giorni prima, quando trascinato dal suo Corpo corrispondente per un vicolo che conduce alla villetta famigliare, aveva percepito voci festaiole di convitati e tintinnio di calici e posate provenire dall’ultimo piano di una palazzina fasciata di ponteggi e per mesi tetra e muta –­­­ che sia trascorso il tempo di certe affezioni? – che nell’arsenale emotivo restino prevalenti i brividi glaciali? – ovvio che il discorso vale solo per quello che scrive qui, di Io––––

Passano poche anime vive tra i palazzi puntellati, ma lo splendore prepotente della luce rende meno desolata la vista di quartieri svuotati – come al solito le vie sbarrate sono piantonate da militari imponenti – dietro le griglie di sbarramento s’intravedono le inaccessibili piazze e strade che fino a 16 mesi fa erano parte di uno scenario che, chi ci viveva, aveva sempre dato per scontato, com’è logico che sia. Affronto sgambettando una nube bianca di calce sprigionata da un cumulo di macerie che un muletto destina a uno spazioso cassone blu – la supero lanciando un’occhiata agli operai di quell’ennesimo fragoroso cantiere e arrivo finalmente nel parco del Castello Cinquecentesco detto anche Forte Spagnolo. Sul sentiero che si snoda lungo il muro, più in basso del percorso asfaltato, inizio a correre per far sì che quest’Io, mediante la volontà, si riappropri del Corpo––––––

Corro nella penombra intermittente dei pini e degli abeti del parco del Castello – quasi nessuno intorno – solo un arzillo anziano abbronzato cammina a torso nudo intorno all’antica fortezza seguendo però il percorso asfaltato – sul sentiero in terra battuta sono solo a godermi il fresco – in corrispondenza di un muro franato sul sentiero, le cui macerie aggiro scattante, noto un nastro a bande rosse e bianche che fa da sigillo a tre tigli attorno a cui è malamente avvolto. Intorno al parco si sollevano da ogni parte i suoni del lavoro ininterrotto, convulso – correndo non più sottomesso al caldo, alla noia, l’Io corpo riaffiora dal limbo, l’Io mente si rischiara poco a poco – correndo ripenso più distintamente i pensieri aggrovigliati della notte insonne – penso intensamente correndo e sudando, e mi dico che penso più distintamente ora di quanto abbia pensato la notte – tuttavia non ancora abbastanza distintamente da venirne a capo – ma abbastanza da sentirmi di sfuggire a questi ultimi giorni di tedio sfibrante––––

Mi riavvio verso casa fradicio di sudore – tre cose temo adesso – che la Casa in cui torno mi riabbatta non offrendo vero riparo al caldo – che la Noia rifaccia poltiglia di piani e pensieri di cui non vengo a capo – ma anche che il pensare di sfaccendato possa al limite tenermi alla larga dalla Noia, ma non dalla Città da cui tocca pure difendersi – sì anche da lei, per non farsi agguantare dal desiderio impellente e fisico di ritrovare certe sue vecchie deliziose piazze e viuzze così com’erano esattamente prima che si riducesse a come è ridotta. Allora : che fare? – partecipare ai dibattiti sulla ricostruzione? – potrei tentare in effetti, ma quei parlamenti si tengono una volta a settimana, all’incirca, e poi so già che mi infiltrerebbero malinconia – allora che? – tirar tardi la notte? – a rivedere gente nei locali aperti e disseminati in quella che una volta era periferia e che adesso è stata convertita in uno spazio ibrido senza forma e destino ma stipato di funzioni – non mi farebbe male : mi son isolato fin troppo ultimamente, son tornato da poco a rivivere qui ma già mi manca l’ultima città in cui ho vissuto e lavorato, i giri in un vero centro a caccia d’occasioni – se no che? – immergersi nella lettura di capolavori nei boschi ombrosi non distanti da casa? – potrebbe aiutare per qualche ora, ma poi? – lo stesso vale per la mia rinata passione per l’opera lirica, specie tedesca – a quanto pare opporre al vuoto il diletto non basta–––––

A questo punto l’italiano acculturato (non colto!) che è una delle interfacce del mio Io, sibila demonico una terapia a buon mercato : SCRIVERE!! (=SCRIVI E TI ELEVERAI SULLA CIRCOSTANZA!) – ma io resisto – stilita sulla colonna dei dilemmi – elevarsi sulla circostanza? – ma le circostanze vanno scontate, al limite piegate se si trova la forza e il punto d’appoggio, non ridotte a concatenamento di segni che metta la coscienza a posto – perché poi sempre quest’idea balorda della Scrittura come Supremo Riparo? – perché volersela sempre cavare con l’auto-espressione lenitiva? – perché ricostituire Io con lo scrivere mi è sempre parso una vigliaccheria? – costruire la propria mente attraverso la scrittura mi interessa eccome, m’interessa moltissimo, e se non fosse così stremante mi ci butterei a capofitto – costruire la propria mente implica un sacrificio dell’Io, una spersonalizzazione – mentre per farsi del bene come richiede una semplice circostanza da cui ci si vorrebbe difendere, l’Io andrebbe consolidato, riorganizzato per essere reso comunicabile – questo lo chiamo costituire Io – e a dirlo meglio :

––Se scrivo per vedere fino a che punto riesco a spingermi con la scrittura stessa allora sto costruendo la mia mente – la verità dell’esserci resterà oscura, non saprò niente di più di quello che sapevo già da prima, cioè comunque ben poco, e quel poco neanche tanto bene – ma forse avrò imparato a fare qualcosa, qualcosa che resta poco in sé, ma che è comunque qualcosa – e se l’avrò imparato bene, credo, avrò imparato perfino a disfarmene – avrò imparato cioè a non farne tesoro per poi riprendere a costruire possibilmente in tutt’altra direzione .­–

––Se scrivo per mostrare le mie opinioni, le mie impressioni, le mie riflessioni (in forma espositiva o narrativa) allora sto costituendo il mio Io – sto lavorando per fare del mio Io (o meglio della sua parte comunicabile) un’Entità data e riconoscibile, una Personalità da immettere in quello che chiamo tra me e me Mercato delle Personalità – in questo caso tutto quello che esibisco attraverso la scrittura lo tesaurizzo, lo concepisco come necessario e come necessario me lo rivendo – così acquisisco un’unità coesa – coesione che ha a che vedere più con la coerenza testuale che con quella morale – testualizzo le mie parti migliori e magari se mi va bene acquisisco soci sostenitori – la coerenza altrui fa sempre comodo – soci che mi aiutino ad avere sempre più peso nello spazio pubblico. –

­––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––Ma ci credo veramente ancora a questo schema??

Dopo qualche giorno che il demone mi ha tentato in forma di voce interna, ecco che si ripresenta a sorpresa nelle fattezze oggettive e amicali d’un validissimo studioso e scrittore, che mi propone di buttar giù una serie di 4 pezzi per il numero d’agosto della versione on-line d’una rivista risorta da poco – nella sua prima fase ci aveva collaborato l’immenso Volponi – ma tergiverso, sudando e balbettando metto su scuse che significano meglio di no – gli avessi fatto un discorso tipo quello di poco fa l’avrei magari convinto a non insistere – ma certo che non potevo farglielo! avrei dovuto fingere che ci credevo fino in fondo – il che non è vero – e poi a farglielo non ci avevo pensato nemmeno – comunque temporeggio, dico che ci rifletto e che presto gli farò sapere–––––

Secondo lui, dal momento che son tornato a vivere in questa Città sciagurata e sinistrata, più di tanti avrei da raccontare qualcosa, non mi mancherebbe certo il materiale. Capisco che questo luogo per molti di fuori sia diventato singolare, una specie di laboratorio collettivo in cui si sono sperimentate forme abbastanza nuove di controllo sociale e territoriale, oltre che di metodi di convivenza e di tattiche di resistenza – ma come indagatore di una realtà determinata e particolare non solo non valgo nulla, ma non sarei certo necessario – infatti non son mancati né mancano persone anche di fuori ferratissime a documentare il documentabile – anche come narratore del quotidiano mi boccio da solo, per quanto qui non si viva un quotidiano qualsiasi – a essere sinceri questo posto mi fa solo venire una gran voglia di scappare – è così da sempre – sono vile o delicato? Da un po’ mi chiedo : è giusto fare di questa orrenda circostanza il soggetto d’un narrazione svolta a regola d’arte? – come molti hanno fatto, stanno facendo o s’accingono a fare – e se rappresentare artisticamente questo sconquasso letterale servisse solo ad agevolarne l’assimilazione metabolica? – in un certo senso si renderebbe un servizio utile alla comunità – narrare per riordinare, per ridare senso, per alleviare – ma alla scrittura come servizio non ci ho mai creduto – vorrei scrivere soltanto per disordinare, togliere senso, rompere il lago ghiacciato che sta in ognuno – riuscirci? – quasi impossibile––––––

Al mio amico scrittore/redattore un pezzo circa la presente schifosa situazione infine glielo imbastisco – nell’intenzione una ironica riflessione sul potere del linguaggio del Potere di falsificare gli stati di cose con esiti grotteschi e disgustosi  – l’immagino piuttosto inattuale – da qualche tempo son tornati in voga la fiducia nel linguaggio e il parlar diretto – due cose che non sono state mai il mio forte. Dopo averlo limato allo stremo parto alla volta del mare, ospite per qualche giorno – qui la vita mentale si svuota a furia di relax e nuotate – subisce un soprassalto cognitivo solo una sera, quando al centro della cittadella medievale m’imbatto in un festival filosofico locale – qui una epistemologa e storica della biologia informa il pubblico sulle più attuali linee di ricerca della disciplina – poi ragiona su sottili distinzioni tra complesso e complicato – complessità sembra implicare sempre un divenire imprevedibile – la complicazione invece è proprietà di un certo stato di cose incline all’intrico, ma i cui elementi sono virtualmente discreti e invariabili – ma forse ho frainteso – poi l’epistemologa ragiona del rapporto sempre più complesso tra organismo e ambiente – un rapporto definito da una molteplicità di interazioni non lineari e non prevedibili – l’ambiente che non è solo esterno, ma anche interno – il nostro corpo che brulica di altri esseri di cui noi siamo l’ambiente – per cui il dentro nostro è il fuori di quelli – ma il fuori nostro è per altri versi anche un dentro – per via di tutti i micro-organismi che dall’interno d’ogni vivente passano all’esterno e di qui ancora ritornano all’interno di altri – come organismo Io come qualunque vivente sono un bIoma, a rigor di termini – proprio come se fossi, in piccola scala, una tundra o una savana o un deserto – ultimamente forse più deserto–––––

Al ritorno dopo qualche giorno nella Città Martirizzata non ho ancora idea di come cavarmela con l’impegno preso alla leggera per la rivista telematica – mi do più volte del cretino per questa topica – però correndo e sudando all’ombra di pini e abeti del parco del Castello mi viene da pensare a Gombrowicz e al suo diario pubblico letto in primavera. Ho sempre evitato i diari di scrittori e artisti, come quelli di chiunque – ma da poco so che per alcuni versi ho sbagliato – poi mi piace andare contro me stesso, contraddirmi il più possibile – mi ha davvero spiazzato leggere il diario di quel polacco tremendo – mi ha tolto il terreno sotto i piedi e non riesco a farmi tornare i conti – mi piace quando non mi tornano i conti, è segno che ci si sta avventurando in qualche Zona Rossa dello spirito – tanto che adesso non credo più di tanto come ci ho creduto un tempo allo schema su riportato (Costruzione della Mente Vs. Costituzione dell’Io) – da dove l’ho tirato fuori? – spaccandomi la testa per qualche anno su alcuni scritti di Paul Valery – si era un po’ fossilizzato come schema, anche perché nel frattempo mi ci ero affezionato e non avevo intenzione di mollarlo – ha un’aria così autorevole – Valery non approverebbe il modo discutibile in cui ho ridotto il suo pensiero in modo da farmi tornare i conti – perché la tentazione c’è sempre, di farseli tornare, in chiunque – tutto sta a combatterla – ecco che Gombrowicz potrebbe aiutarmi non a liberarmi di questo Valery male assorbito, ma a riscoprirlo nei suoi aspetti più vitali, irriducibili – magari parto da qui, poi si vede–––––––––––

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Una Risposta a Biogrammi 1

  1. Simona Carretta ha detto:

    Se la nostra sorte è determinata in gran parte dal concorso di circostanze casuali, ad appartenerci realmente, allora, a rivelare più di noi non sono tanto le nostre azioni ma sempre, invece, il racconto che poi si è in grado di offrire di quelle azioni.
    In bocca al lupo per l’inizio di questa impresa e complimenti per i primi passi.

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