Franco Buffoni

1. Giosuè Carducci, nella sua storia della letteratura italiana (Dello svolgimento della letteratura nazionale 1868-1871), al termine del capitolo dedicato a Firenze alla fine del Quattrocento, considerando il passaggio dall’Umanesimo al Rinascimento, con riferimento a Savonarola descrive ciò che questi – a parer suo – non aveva compreso: “Che la riforma d’Italia era il rinascimento pagano, e che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani”.
 Questa frase di Carducci continua a ronzarmi in testa.
Alla fine del Quattrocento altri europei erano più sinceramente cristiani degli italiani. Alla fine del Quattrocento altri popoli europei credevano fermamente nella incarnazione e nella resurrezione. E si comportavano di conseguenza.
 Oggi non ci credono più e si comportano di conseguenza. Più sinceramente cristiani allora. Più sinceramente illuministi oggi. Sono popoli seri. Hanno buone leggi sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sulle adozioni, sulle coppie di fatto e non disprezzano le unioni omosessuali.
E gli italiani, meno sinceramente cristiani allora? Ipocriti quant’altri mai oggi. E cinici. E pavidi. E senza più speranza di Rinascimento.

2. Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un bambino a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo. (Ovviamente uso il termine “etica” in un’accezione ampia e generica: le neuroscienze, al riguardo, avrebbero oggi molto da insegnare). Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico. Mandandolo incontro a due pericoli: accettare anche altre ingiunzioni di tipo dogmatico, oppure diventare cinico, amorale, sprovvisto di un’etica.
 Infatti, quando – crescendo – gli frana, alla luce della ragione, l’impianto etico basato sui dogmi, è ben difficile che l’ex giovane sia in grado di configurarsi in un’altra etica radicata e profonda. Anche da questo – secondo me – viene molto del cinismo, dell’opportunismo, della schizofrenia, delle ipocrisie, delle piccole e grandi astuzie che caratterizzano gli italiani. 
Invece del catechismo e dell’ora di religione cattolica sono favorevole all’insegnamento di un’etica basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Se penso a quanti giovani si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.
Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura – intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna – e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.
Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.
Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica condivisa.
Così si tenta la restaurazione più bieca del vecchio: sostenendo che l’insegnamento dell’evoluzionismo è degradante, e immettendo nei ruoli delle scuole di stato non degli insegnanti di storia delle religioni e delle civiltà culturali, bensì gli insegnanti di religione cattolica scelti dai vescovi, e dando loro anche la possibilità – su semplice richiesta – di “passare” ad insegnare storia e filosofia.
Quanti dimostrano tanto disprezzo per una concezione laica e illuministica della vita e dell’educazione, in cuor loro, consapevolmente o inconsapevolmente, non credono che l’uomo possa essere seriamente educato, ma solo manipolato.

3. Ateismo, dunque, non come una privazione, ma come un arricchimento, una acquisizione culturale. Perché la risposta che l’uomo cerca non concerne tanto l’esistenza di Dio o la divinità di Cristo, bensì l’interrogativo “perché il male”? E lo dimostra il fatto che già in ambito illuministico – da Berkeley a Clarke in Inghilterra, da Leibniz a Jakobi in Germania, da Muratori a Genovesi in Italia – si operarono grandi aperture verso il cristianesimo e in generale verso le cosiddette religioni positive, proprio su questo punto. Sulla linea di pensiero tracciata da Montesquieu. Riconoscendo al cristianesimo la capacità di alleviare le sofferenze, di infondere forza e coraggio, lasciando intravedere una luce nel momento del buio totale, delle miserie, delle torture… La pia frode di Voltaire. O il capitolo quinto del Defensor Pacis (1324) di Marsilio da Padova (“Sebbene alcuni filosofi che stabilirono tali leggi o religioni non credessero a quella vita futura che chiamavano eterna ed alla resurrezione umana, nondimeno finsero e persuasero gli altri che questa vita esistesse, e che in essa i piaceri e le pene fossero proporzionali alla qualità degli atti compiuti in questa vita mortale”). Quelle risposte consolatorie e illusorie che placano, che rasserenano.
La riflessione che mi sento di contrapporre è su due diversi piani tra loro però connessi: uno di diritto e uno di merito. Quello di diritto è molto semplice: quanto più si vive in uno stato costituzionale di diritto – e quindi, più si è garantiti contro ingiustizie e soprusi – tanto meno si dovrebbe sentire il bisogno di ricorrere a pie frodi per avere consolazioni. E con questo, credo di marcare nettamente il territorio nei confronti per esempio di Rousseau. E di Hegel e di Marx che da Rousseau assorbirono moltissimo nella concezione dello stato etico.
A chi mi obbietta che questa impostazione è troppo schematica, posso rispondere: non meno di quella della remissione dei peccati e del purgatorio. E con la piccola luce di ragionevolezza che credo di possedere, e di esperienza che ho acquisito, mi sento di affermare che in Olanda si ha meno bisogno di risposte illusorie che nelle Filippine.
Sul piano del merito partirei invece da Montesquieu e dalla sua definizione “in negativo” – per l’uomo – della felicità: “de la moindre quantité de maux qu’il souffre”. Tanto più un uomo è felice quanto minore è la quantità di male che è costretto a soffrire… Perché, se riflettiamo e mettiamo da parte le situazioni estreme di guerre, prigionie, torture – per le quali non esiste soluzione se non all’interno di un rafforzamento del concetto di diritto dello stato e degli stati, o addirittura di uno stato sovranazionale – ciò che resta al di fuori è una quantità di sofferenza soggettiva e personale, che ha a che fare con desideri, aspettative, malattie, lutti famigliari, incidenti: la vita comune, insomma.
E allora, ciò che per qualcuno è sofferenza – un amore che finisce, la perdita di un congiunto, una malattia – vissuta in una situazione di acqua corrente potabile in casa, di riscaldamento garantito, di due pasti al giorno, per altri in altri luoghi e tempi sarebbe o sarebbe stato il massimo della felicità.
Il problema è dunque concettuale, perché ciascuno percepisce la propria quantità di sofferenza come più o meno sopportabile in rapporto all’esperienza acquisita, alle aspettative, all’attrezzatura intellettuale di cui dispone.

Franco Buffoni, ultimi libri pubblicati: Roma, Guanda 2009 (poesia); Zamel, Marcos y Marcos 2009 (narrativa). In corso di pubblicazione Laico alfabeto, Transeuropa 2010 (dal quale sono tratte queste pagine).

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